Nel 1802, Ludwig van Beethoven scrisse una lettera ai fratelli, la ripiegò con cura e la nascose in un cassetto segreto del suo scrittoio. Quella lettera conteneva una richiesta che il genoma di Beethoven avrebbe soddisfatto, almeno in parte, solo 221 anni dopo. Non la spedì. Non la mostrò a nessuno. La riaprirono la mattina dopo la sua morte, 25 anni più tardi, insieme alle altre carte che aveva tenuto lì dentro.
Dentro c’era una richiesta precisa: che il suo medico (un tale dottor Johann Adam Schmidt) descrivesse la sua malattia in dettaglio e rendesse quella descrizione pubblica: si, Beethoven voleva che il mondo capisse cos’aveva passato. Schmidt, però, non poté aiutarlo: era morto 18 anni prima di lui. La richiesta è rimasta lettera morta per 221 anni, finché un gruppo di genetisti ha estratto DNA da 5 ciocche di capelli e ha fatto quello che Schmidt non aveva potuto fare.
In questa puntata de “Il futuro di ieri” vi raccontiamo la storia del risultato di queste analisi. Fu pubblicato su Current Biology nel marzo 2023. Lo studio, guidato da Tristan Begg dell’Università di Cambridge in collaborazione con il Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, risponde a buona parte delle domande che Beethoven aveva sollevato. Purtroppo, però, non a tutte.
Cinque ciocche su otto: le altre tre non erano sue
Nell’Ottocento conservare i capelli dei grandi era una cosa seria, quasi un rito. Si raccoglievano come una reliquia, tagliati sul letto di morte, si infilavano in dei medaglioni, si passavano ai nipoti. Beethoven aveva attratto questa attenzione in misura insolita: un po’ come per certi Santi medievali, ciocche che si dicevano sue erano finite in collezioni private e musei di mezza Europa e degli Stati Uniti.
Il team di Begg ne ha raccolte 8, dichiaratamente beethoveniane, e le ha analizzate comparando i profili genetici. E già 3 delle 8 venivano da persone diverse, ma le altre erano proprio del grande compositore.
Studi precedenti sul DNA di Beethoven avevano lavorato, senza saperlo, coi capelli di qualcun altro. Tra le 5 autentiche, la migliore (la cosiddetta “Stumpff Lock”, da una collezione privata con una documentazione di provenienza insolitamente precisa) è stata sequenziata a copertura 24 volte. È il primo genoma di un personaggio storico estratto da capelli con questo livello di risoluzione.
Cosa dice il genoma di Beethoven sulla sua morte
La morte di Beethoven, avvenuta a Vienna nel marzo 1827 all’età di 56 anni, aveva lasciato aperti decenni di ipotesi: cirrosi, sifilide? sarcoidosi, intossicazione da piombo? Il genoma porta un po’ di ordine su questo punto. Nel DNA di Beethoven si trovano varianti di rischio su più geni coinvolti nel metabolismo dei grassi, nell’infiammazione epatica e nella processazione dell’alcol.
Una predisposizione genetica alla malattia del fegato, insomma, che si sommava a un consumo documentato di alcol tutt’altro che moderato.
Poi c’è il dato che chiude il quadro. Nei campioni di capelli degli ultimi mesi di vita del compositore i ricercatori hanno trovato frammenti di DNA del virus dell’epatite B. Contatto diretto col virus, nell’anno o giù di lì prima della morte, in un organismo geneticamente vulnerabile al danno epatico e con un fegato già sollecitato dall’alcol. Per chi cercava una risposta alla causa della morte, questa è la risposta più precisa che si potesse ragionevolmente sperare.
Da quando l’epatite B ha terapie funzionali che controllano il virus a lungo termine, la progressione verso la cirrosi è diventata evitabile nella maggioranza dei casi. A Beethoven sarebbe bastato (hai detto niente) nascere due secoli dopo.
Il silenzio sulla sordità
Quello che Beethoven voleva davvero spiegare era la sordità: la lettera scritta ad Heiligenstadt parla soprattutto di quello. C’è dentro tutto il senso dell’isolamento, dell’umiliazione di non sentire le conversazioni, e si comprende la decisione di non farsi vedere in pubblico per non dover spiegare ogni volta.
Il genoma è stato analizzato anche in quella direzione. I ricercatori hanno cercato le varianti note per l’otosclerosi (la principale ipotesi storica), per la malattia di Paget delle ossa, per le varie forme di sordità neurosensoriale ereditaria, ma non hanno trovato nulla di conclusivo.
Begg è stato cauto nell’annuncio: l’assenza di varianti note non esclude che una causa genetica esista. Alcune ipotesi non erano valutabili con i dati disponibili. Il paradosso è che il genoma di Beethoven ha risposto abbastanza bene alla domanda sulla morte, e ha lasciato aperta quella sulla vita. Il compositore aveva composto le ultime sinfonie, i quartetti tardi, la Missa Solemnis in uno stato di sordità pressoché totale, cercando di capire perché. Non lo sapeva lui. Non lo sappiamo ancora noi, oltre due secoli dopo.
Il cassetto aveva anche un altro segreto
C’è un risultato che Beethoven non aveva chiesto e che i ricercatori non si aspettavano. Il cromosoma Y di Beethoven, il marcatore della linea paterna, non corrisponde a quello dei suoi parenti moderni per linea paterna diretta (diversi dei quali hanno fornito campioni di DNA per il confronto).
La discrepanza indica che da qualche parte nella catena paterna, nell’arco di poche generazioni prima o comprendendo Beethoven stesso, c’era stato un figlio biologicamente diverso dal padre ufficiale. Non c’è modo di sapere dove esattamente nella catena. Si sa solo che nell’albero genealogico dei van Beethoven c’è un ramo che non è quello che si credeva, e che questo, a meno di documentazione che non esiste, non sarà mai risolto con più precisione.
È un po’ come il genoma dell’abitante di Pompei sequenziato nel 2022: il DNA dice cose che nessun archivio conserva, e a volte quelle cose riaprono storie che si ritenevano chiuse. In quel caso si trattava di origini geografiche sorprendenti. In questo si tratta di una paternità che probabilmente nessuno, nella Vienna di primo Ottocento, aveva interesse a mettere a verbale.
Lo studio su Begg et al. 2023
Pubblicazione: Tristan Begg et al., “Genomic analyses of hair from Ludwig van Beethoven”, pubblicato su Current Biology (2023). DOI: 10.1016/j.cub.2023.02.041.
La lettera di Heiligenstadt era rimasta nel cassetto 25 anni perché Beethoven non aveva trovato il modo di consegnarla. Il genoma di Beethoven, sequenziato nel 2023, è arrivato invece a destinazione. Forse perché non c’era ancora nessuno in grado di rispondergli davvero. Ora una risposta c’è, parziale e tardiva.
Certo, la parte che gli importava di più è ancora lì, ferma com’era nel 1802. Qualcuno, un giorno, troverà la variante giusta. O forse no, e continueremo ad ascoltare la Nona sapendo che chi l’ha scritta non l’ha mai sentita, senza capire perché.