Mia moglie Lucia, che di mestiere ascolta le persone tutto il giorno, mi ha raccontato una volta di un paziente che le chiedeva, tra una seduta e l’altra, quando avrebbe potuto smettere le medicine per l’epatite B. Ha detto proprio così, non ha chiesto se sarebbe guarito: ha chiesto quando avrebbe potuto mettere da parte le medicine. Per chi convive con questa infezione cronica, è spesso l’unica domanda che conta davvero, perché la risposta, fino a poco tempo fa, era quasi sempre la stessa (che poi è quella data da Lucia): mai, o quasi.
Ora due studi enormi, pubblicati di recente sul New England Journal of Medicine, dicono che in un caso su cinque quella risposta può cambiare. Il farmaco si chiama bepirovirsen, ed è quello che in gergo medico si definisce un oligonucleotide antisenso. In pratica, invece di limitarsi a tenere il virus sotto controllo come fanno le terapie attuali, va a colpire direttamente le istruzioni genetiche che il virus usa per riprodursi, che è un po’ come staccare la spina a una fotocopiatrice invece di continuare a raccogliere le copie che sforna.
Cosa vuol dire davvero “cura funzionale” per l’epatite B
Con l’epatite B cronica convivono, nel mondo, circa 240 milioni di persone. Lo standard di cura oggi consiste in farmaci che vanno presi tutti i giorni, spesso per il resto della vita, perché sopprimono il virus ma raramente lo eliminano davvero. Ogni anno, meno dell’1% dei pazienti raggiunge quella che i medici chiamano cura funzionale: il corpo smette di produrre l’antigene di superficie del virus (HBsAg, per chi vuole la sigla precisa) e può, con cautela, interrompere la terapia.
Nei due trial di fase 3, chiamati B-Well 1 e B-Well 2, hanno partecipato 1.838 pazienti in 29 paesi, dall’Europa all’Asia alle Americhe. Dopo sei mesi di bepirovirsen, il 19-20% di loro ha raggiunto quella cura funzionale. Nel gruppo che ha ricevuto solo il placebo, zero pazienti. Una differenza notevole.
Qui però la storia si complica un po’
Ed è giusto raccontarla senza sconti. Gli autori dello studio, guidati da Jinlin Hou dell’ospedale Nanfang di Guangzhou, in Cina, parlano apertamente di un passo avanti importante. Norah Terrault, tra le coautrici e responsabile di gastroenterologia ed epatologia alla University of Southern California, lo definisce “il segnale di fase 3 più credibile finora ottenuto per una cura finita del virus”. Poi, nella stessa intervista, aggiunge che non sarà una strategia universale, ma una terapia per pazienti selezionati.
C’è pure un altro dettaglio che vale la pena leggere fino in fondo: negli stessi trial, il 91% di chi ha assunto bepirovirsen ha avuto effetti collaterali, contro il 73% del gruppo placebo. Eventi gravi nel 7% contro il 4%. Non è un farmaco da prendere alla leggera, ed è anche per questo che i ricercatori insistono sulla selezione dei pazienti: funziona meglio, e con meno rischi, in chi ha già livelli virali bassi in partenza. Una sorta di “ultima spinta” per un numero non indifferente di pazienti.
Lo studio B-Well in due numeri
Pubblicazione: Jinlin Hou et al., “Bepirovirsen for Chronic Hepatitis B”, pubblicato su New England Journal of Medicine (2026). DOI: 10.1056/NEJMoa2515131.
I tempi veri, senza sconti
Orizzonte stimato: almeno 3 anni per un’eventuale approvazione e diffusione su larga scala, ammesso che i dati di lungo periodo confermino la durata dell’effetto.
Il problema non è più solo scientifico: è di selezione e di monitoraggio. Anna Lok, dell’University of Michigan, che ha commentato lo studio, chiede di confermare la tenuta della cura oltre le 72 settimane già osservate. Terrault aggiunge che servirà capire se chi guarisce con bepirovirsen ottiene davvero la stessa protezione da cirrosi e tumore al fegato di chi guarisce nel modo naturale.
C’è un precedente che vale la pena ricordare: quando abbiamo raccontato l’annuncio di una cura per l’HIV, il tono era simile, la cautela pure. E resta valida anche qui: cura funzionale non vuol dire cura sterilizzante. Il virus, nella maggior parte dei casi, non sparisce del tutto: smette solo di far danni per un tempo che ancora non conosciamo con certezza, che “a naso” sembra a vita.
Joseph Lim, epatologo a Yale non coinvolto nello studio, l’ha definito un risultato “epocale”, ma ha tenuto a precisare anche lui che si tratta di cura funzionale, non sterilizzante, e che solo una parte dei pazienti potrà davvero accedervi. Anche l’epatite nei bambini, qualche anno fa, ci aveva ricordato quanto poco basti perché un fegato in salute smetta di esserlo.
Bepirovirsen, va detto, potrebbe non restare solo. I ricercatori parlano già di combinarlo con altri approcci: interferenza dell’RNA, immunomodulanti, antivirali di nuova generazione. Il singolo farmaco che risolve tutto, in medicina, quasi non esiste mai: esistono le combinazioni che, un pezzo alla volta, spostano la percentuale di qualche punto.
Per ora, l’epatite B resta il numero: uno su cinque. Non è una cura per tutti. Uno su cinque, però, significa un mare di vite umane.