L’epatite E uccide ogni anno circa 44 mila persone, soprattutto donne incinte e immunocompromessi. 20 anni di ricerca non hanno prodotto un farmaco specifico: si fa terapia di supporto e si spera. Ora un gruppo della Ruhr-Universität di Bochum, pubblicando il 4 maggio scorso su JHEP Reports, mostra che il sistema CRISPR/Cas13d riesce a ridurre drasticamente la replicazione virale in cellule umane.
La differenza rispetto al CRISPR a cui siamo abituati è che invece di tagliare il DNA, taglia direttamente l’RNA del virus. E ne basta pochissimo per coprire quasi tutte le varianti conosciute.
Come funziona questa CRISPR diversa
Cas9, il “classico”, funziona come una forbice che taglia il DNA. Cas13d invece taglia l’RNA: in pratica, opera a valle, dove le istruzioni virali sono già state lette e tradotte. Per un virus a RNA come l’epatite E, è il bersaglio ideale. Niente DNA dell’ospite toccato, niente modifiche genetiche permanenti. La squadra di Yannick Brüggemann ed Eike Steinmann ha progettato delle brevi sequenze guida (crRNA) che riconoscono porzioni specifiche del genoma virale. Quando Cas13d le incontra, si attiva e fa il suo mestiere: taglia.
Il risultato in coltura cellulare è netto. Le crRNA dirette contro una regione del genoma chiamata ORF1 hanno ridotto in modo significativo sia il numero di cellule infettate sia la produzione di particelle virali infettive. E le cellule? Vive, vegete, nessun danno collaterale rilevato. “Possiamo attaccare il virus in modo molto specifico senza danneggiare le cellule”, ha sintetizzato Steinmann.
Pochi ingredienti, ampia copertura
Qui c’è un dato che merita di essere letto due volte. I virus a RNA sono notoriamente camaleontici: mutano in fretta, e una terapia che funziona contro una variante può fallire contro la successiva. Eppure, analisi bioinformatiche del gruppo tedesco mostrano che tre o quattro crRNA diverse bastano a coprire la maggior parte delle varianti note dell’epatite E. È un’osservazione che ha conseguenze pratiche: un kit terapeutico minimo, leggero, riprogrammabile.
Detto altrimenti: lo stesso principio che ha permesso ai vaccini a mRNA di adattarsi rapidamente alle nuove varianti potrebbe funzionare anche per gli antivirali CRISPR. Un’idea che da anni circola nei laboratori (l’editing genomico ne ha esplorate parecchie) e che ora trova un’applicazione concreta su un virus dimenticato.
Scheda Studio
Pubblicazione: Brüggemann, Richter, Steinmann et al., “CRISPR/Cas13d targeting hepatitis E virus”, pubblicato su JHEP Reports (4 maggio 2026). Ruhr-Universität Bochum, Dipartimento di Virologia molecolare medica.
Il virus che cresce sotto silenzio
Vale la pena ricordare di cosa parliamo. L’epatite E è la causa più comune di epatite acuta nel mondo: secondo l’OMS, circa 20 milioni di infezioni all’anno. Nelle donne in gravidanza la letalità sale in modo brutale. Negli immunocompromessi può cronicizzarsi. E un vaccino specifico esiste, ma è brevettato in Cina, testato sul solo genotipo 4, non disponibile altrove.
In Italia non è più una malattia da viaggiatori. Il SEIEVA dell’Istituto Superiore di Sanità ha registrato 92 casi nel 2025, contro 70 nel 2024: trend in crescita, concentrato in Abruzzo e Lazio, con il 73% dei pazienti sopra i 55 anni. Numeri piccoli, ma in salita costante. Mentre il virus si fa più visibile, l’armadio dei farmaci specifici resta vuoto.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 8-12 anni, se va bene.
Il problema vero non è progettare le crRNA: è consegnarle. Far arrivare un sistema CRISPR all’interno delle cellule giuste, nelle giuste quantità, senza scatenare la risposta immunitaria, è il collo di bottiglia di quasi tutta la terapia genica.
Servono vettori virali sicuri o nanoparticelle lipidiche dedicate, trial di fase 1 ancora da progettare, poi fase 2 e 3. E quando funzionerà, sarà disponibile prima nei Paesi con sistemi sanitari ricchi: peccato che l’epatite E faccia stragi soprattutto altrove. Un classico ordine d’arrivo.
Per ora resta un esperimento in piastra. Pulito, elegante, pubblicato in una rivista seria. Né l’inizio della fine dell’epatite E, né l’ennesimo annuncio gonfiato di un comunicato universitario. Una traccia, semmai.
Di quelle che meritano di essere seguite, sapendo che fra il pezzo di laboratorio e la corsia d’ospedale ci sono almeno una decina di porte ancora chiuse.