Domani, 14 maggio, Donald Trump atterra a Pechino per il primo summit di Stato in territorio cinese da 9 anni a questa parte. In agenda: una proroga della tregua sui dazi (in scadenza in autunno), la promessa che le terre rare continuino a uscire dalla Cina diretta verso le fabbriche americane, e una richiesta di aiuto su Iran e Stretto di Hormuz. In partenza, Trump ha chiamato Xi Jinping “un amico, una persona meravigliosa”. È l’aggettivo che si usa quando si va a chiedere qualcosa.
Perché, a quanto pare, il summit del 14-15 maggio si presenta dunque diverso da quello del 2017: allora Trump fu accolto con la cena di Stato dentro la Città Proibita, un onore raro. Stavolta sarà nella Grande Sala del Popolo, sulla piazza Tiananmen. Stesso protocollo, scenografia meno calda: un dettaglio che Pechino non sceglie mai a caso.
Cosa c’è davvero sul tavolo del summit
L’agenda americana è lunga: come detto, estensione della tregua sui dazi, garanzie di fornitura sulle terre rare, mediazione su Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz, e un canale di comunicazione sull’intelligenza artificiale, aperto dopo che i progressi recenti hanno allarmato entrambe le capitali. La Cina, dal canto suo, comprerà aerei Boeing e soia. E poi vuole due cose: una pausa sull’AI per consolidare la propria industria, e un raffreddamento delle vendite di armi americane a Taiwan.
Su quest’ultimo punto Trump è stato esplicito prima di partire: “Xi vorrebbe che non lo facessimo, e ne discuteremo”. L’idea che il sostegno militare a Taiwan diventi merce di scambio è esattamente il tipo di frase che si fa fatica a digerire a colazione (sto provando, ma non riesco).
Chi è più forte su cosa
Vale la pena fare la conta, perché i due paesi non sono “forti” allo stesso modo, e il summit lo rifletterà. Gli Stati Uniti restano avanti su modelli di frontiera dell’AI, software, semiconduttori di fascia alta e capacità finanziaria. Hanno una rete di alleanze (NATO, AUKUS, Quad) che la Cina semplicemente non ha. E hanno ancora la moneta di riserva globale: vantaggio che si erode lentamente ma resta.
La Cina, però, ha quasi tutto il resto della catena fisica. L’85% del 0 globale delle terre rare avviene lì, e oltre il 90% dei magneti permanenti (quelli dentro gli F-35, i missili guidati, i motori elettrici, i dischi rigidi e altro) esce da fabbriche cinesi. Domina nel litio raffinato, nelle batterie, nel solare, negli scafi commerciali. E nel 2025 ha quasi triplicato l’uso di restrizioni all’export rispetto al 2021. Tradotto: se Washington spinge sull’AI, Pechino può rispondere stringendo i materiali che servono a costruire tutto il resto.
Il baratto con l’Ucraina sulle terre rare di un anno fa serviva a Trump per sciogliere proprio questo nodo. Non l’ha sciolto. Le alternative cinesi (fra magneti senza terre rare disegnati con l’AI e bioestrazione) esistono in laboratorio, ma scalare richiede anni che il Pentagono non ha.
Tre scenari realistici dopo il summit
Scenario A — Tregua estesa, status quo. Il più probabile. Boeing firma, la Cina rinnova le licenze per le terre rare a singhiozzo, Trump rivendica la vittoria a casa. A Taiwan: ritardi sulle armi già approvate dal Congresso, niente cancellazioni. In Iran si assiste ad una mediazione cinese discreta, niente di pubblico. Risultato: un anno di calma, due problemi spostati di un anno.
Scenario B — Concessioni strategiche. Trump accetta un congelamento sulle vendite a Taiwan in cambio di un flusso più stabile di magneti. È quello che teme Tokyo. Apre crepe nelle alleanze indo-pacifiche, ma offre respiro all’industria americana della difesa.
Scenario C — Rottura. Una delle due parti alza il prezzo oltre il sopportabile, il summit si chiude con sorrisi e zero accordi sostanziali. In autunno scatta la fine della tregua sui dazi, Pechino taglia l’export di terre rare pesanti. I mercati ballano, i prezzi salgono. Improbabile a breve, non impossibile entro l’anno.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 10-15 anni per una catena delle terre rare davvero non-cinese; 3-5 anni per ridurre la dipendenza al di sotto della soglia di vulnerabilità strategica.
Il problema non è geologico (le terre rare non sono davvero così “rare”), è la raffinazione: serve un’infrastruttura chimica pesante che oggi quasi solo la Cina possiede su scala industriale. Il Giappone ci prova dal 2010 e nel 2026 è ancora vulnerabile. Ne beneficerà per primo il complesso militare-industriale americano, attraverso contratti di lungo periodo. Per smartphone, auto elettriche e turbine eoliche, il prezzo continuerà a passare da Pechino ancora a lungo.
Resta una scena, in chiusura: Trump che si lamenta del fatto che la sala da ballo che sta costruendo alla Casa Bianca, sul terreno dell’ala Est demolita, non sarà pronta in tempo per la visita di Xi a Washington a fine anno.
Dopotutto, un summit lo si fa anche per capire chi mena le danze. Una cosa che, sia a Washington che a Pechino, hanno capito bene.