C’è un tizio su GitHub che si fa chiamare krauseler, e nei giorni scorsi ha pubblicato le specifiche di un oggetto che, a guardarlo, sembra la mia carta fedeltà del supermercato. Solo che dentro ha un microcontrollore, un display e-ink, un chip NFC, un accelerometro, Wi-Fi, Bluetooth e una batteria al litio. Tutto in un computer flessibile spesso un millimetro. Lo ha chiamato Muxcard, e l’ha messo in tasca nel portafoglio insieme al bancomat.
La notizia gira da due giorni nei forum di maker e Tom’s Hardware ha pubblicato le specifiche complete. Cosa fa il Muxcard? Per ora, sinceramente, credo poco. Ma mostra che questo tipo di miniaturizzazione spinta si può fare. E che la prossima generazione di dispositivi indossabili potrebbe non avere più la forma di un orologio o di un paio di occhiali, ma quella di qualcosa che già tenete in tasca senza pensarci.
Cosa c’è dentro il computer flessibile spesso un millimetro
L’inventario tecnico, come vi preannunciavo, è piuttosto denso. Al centro c’è un ESP32-C3, il microcontrollore RISC-V di Espressif: 320 KB di SRAM, 384 KB di ROM, Wi-Fi e Bluetooth integrati. Sopra ci sta un display flessibile e-paper da 1,54 pollici, 200×200 pixel, con aggiornamento parziale. Poi un modulo NFC RC522 (lettura e scrittura, non semplice tag passivo), un accelerometro LIS2DW12 (così si accende solo quando lo muovete), e una batteria LiPo da 30 mAh.
L’efficienza è il vero dato da considerare: l’ESP32 “dorme” a circa 8 microampere con l’RTC attivo, e si sveglia solo per aggiornare il display, gestire una transazione NFC o accendere brevemente le radio. Tradotto: l’e-ink consuma solo se e quando cambi pagina, non mentre lo guardi. È il motivo per cui un Kindle può sopravvivere settimane con una batteria che uno smartphone brucia in mezza giornata. Qui, su 30 mAh, vuol dire qualcosa di simile a una smart card che funziona davvero per giorni interi tra una ricarica e l’altra.
L’ingegneria fisica è la parte più cervellotica. PCB flessibili, componenti raggruppati in “isole” rigide collegate da sezioni che tollerano la piegatura, connettori per il display saldati a mano direttamente sul cavo flex (perché qualsiasi connettore tradizionale sarebbe stato troppo spesso). Lo standard ISO/IEC 7810 ID-1, quello delle carte di credito vere, prevede 0,76 mm. Il Muxcard ne fa 1 tondo tondo. Per ora.

Ok la tecnica, ma ripeto: a cosa serve?
Il creatore stesso, sul subreddit ESP32 dove ha presentato il progetto, ha scritto che “trovare un caso d’uso può venire dopo”. Non è una battuta autoironica buttata lì: è il riassunto onesto dello stato dell’arte. Hai un computer flessibile spesso un millimetro: che ci fai adesso?
Le idee circolate sui forum sono quelle prevedibili: storage portatile per autenticazione a due fattori, clonazione di credenziali NFC, wallet di QR code per biglietti e tessere, telecomando minimalista per la domotica, biglietto da visita digitale che si aggiorna da remoto. Tutte cose vagamente sensate. Tutte cose che già si possono fare con un telefono, peraltro. La differenza è che una carta non chiede di essere sbloccata, non ti distrae, non ti chiama, e in teoria sopravvive a un lavaggio in lavatrice senza piangere. Su questo, oggettivamente, ci sarebbe da costruire qualcosa. Il dibattito sull’identità digitale in Italia, per esempio, gira da anni attorno alla forma giusta del contenitore: app, smartphone, chip biometrico. Una smart card programmabile con display sarebbe un’opzione in più.
Il prototipo, va detto, è prevedibile te fragilino. Manca ancora la porta USB-C, manca un lettore microSD, mancano i pulsanti touch, e l’autore sta valutando una batteria ancora più sottile. Il salto da “oggetto curioso che funziona sulla scrivania” a “oggetto industriale che resiste a sei mesi di portafoglio” è il vero scoglio.
Lo stesso krauseler, in un commento che vale più di un paper, dice di sentire ancora un leggero senso di smarrimento ogni volta che il display si aggiorna: “ho in mano quello che sembra una carta normale, e si comporta come uno schermo”. Quando la sensazione di smarrimento sparirà, allora forse sarà pronto.
Cosa cambia, davvero, se gli oggetti diventano computer
Il Muxcard di per sé conta poco. Conta come segnale. Da una decina d’anni si parla di ambient computing: l’idea che il computer non sia più una scatola con uno schermo, ma una proprietà diffusa degli oggetti che già usi. Un termostato. Un sensore di umidità. Un’etichetta di spedizione che cambia colore. Un e-reader che si piega. Una carta che mostra il saldo del conto direttamente sull’e-paper senza dover aprire l’app della banca.
La componente che rende possibile questo passaggio non è il processore, che ormai costa pochi euro e consuma microampere. È la combinazione di elettronica flessibile, batterie sottili e display a bassissimo consumo. Quando i tre si allineano, l’oggetto-computer smette di essere una categoria di prodotto e diventa una funzione che puoi appiccicare ovunque. È lo stesso vettore che sta spingendo i dispositivi indossabili oltre il fitness tracker: meno gadget separati, più intelligenza diffusa.

Scheda Studio
Progetto: Muxcard, prototipo open hardware. Pubblicato da krauseler su GitHub a maggio 2026, files e firmware disponibili per uso non commerciale.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 5-8 anni per prodotti consumer credibili, 2-3 per applicazioni di nicchia (eventi, fiere, biglietti da visita per chi può permetterselo).
Il Muxcard nella sua versione attuale non è producibile in serie: le saldature a mano sul cavo del display lo rendono un oggetto da laboratorio. Per arrivare in un portafoglio normale servono linee di produzione di PCB flessibili a costo basso, batterie litio-polimero da meno di un millimetro affidabili in volume, e un caso d’uso che giustifichi il prezzo (perché una smart card programmabile costerà sempre più di una di plastica stampata). I primi a beneficiarne saranno banche e operatori telefonici, che possono assorbire il costo come servizio premium. Le carte d’identità statali arriveranno dopo, quando la regolamentazione europea sull’identità digitale avrà chiarito cosa serve davvero. Per chi si aspetta di sostituire ogni tessera con un mini-schermo entro tre anni: meglio non trattenere il fiato.
Resta una cosa che vale più della specifica tecnica. Per anni abbiamo detto “grande come una carta di credito” intendendo qualcosa che era sì largo e alto come una carta, ma spesso il triplo.
Il Raspberry Pi nasceva proprio così: una promessa di portabilità che ignorava la terza dimensione. Krauseler ha preso quella scusa retorica e l’ha fatta diventare un oggetto vero, anche se ancora goffo. La prossima volta che qualcuno vi dice “grande come una carta di credito”, potete chiedere quanto è spesso, e saprete che la domanda ha un senso.
