Il ministro spagnolo per la Trasformazione Digitale Oscar Lopez lo ha detto a Reuters senza giri di parole: la Spagna andrà avanti con le nuove regole su social e intelligenza artificiale, malgrado il lobbying delle grandi aziende tecnologiche. “Il profitto di quattro aziende non può venire prima dei diritti di milioni di persone”: il riferimento a chi sta cercando di frenare la stretta sui social per minori è esplicito.
A febbraio, anche il premier Pedro Sanchez aveva annunciato il pacchetto da Dubai. Oggi Madrid conferma: si procede.
Cosa prevede davvero la legge spagnola
Il pacchetto è strutturato su quattro pilastri, e non riguarda solo l’età minima. Il primo è il divieto di accesso ai social per i minori di 16 anni, con sistemi di verifica dell’età che (come ha detto Sanchez) non possono essere “semplici caselle da spuntare”. Il secondo è la responsabilità penale dei dirigenti delle piattaforme che non rimuovono contenuti illegali o di odio. Il terzo trasforma in reato la manipolazione degli algoritmi per amplificare contenuti illegali. Il quarto introduce un sistema di analisi del modo in cui le piattaforme favoriscono polarizzazione e discorsi d’odio.
Lopez, intervistato oggi, ha aggiunto un dettaglio che vale la pena sottolineare: chi usa pseudonimi online e commette reati non deve poter contare sull’anonimato come scudo.
“Ciò che non è legale nel mondo reale non può esserlo in quello virtuale. Punto.”
Una posizione che apre un fronte ulteriore, quello dell’identificazione, e che inevitabilmente farà discutere anche oltre la Spagna.
Non solo Madrid
La “via spagnola” non è un’iniziativa isolata. Ieri, a Copenaghen, Ursula von der Leyen ha annunciato che la Commissione presenterà una proposta legislativa europea sui minori e i social entro l’estate, accompagnata dal Digital Fairness Act atteso entro fine anno: prenderà di mira “cattura dell’attenzione, contratti complessi, trappole degli abbonamenti”. Dieci Stati membri, Danimarca in testa, chiedono già una valutazione formale sull’età minima. E il Parlamento europeo è arrivato alla stessa conclusione.
Insomma: Sanchez non sta facendo da apripista solitario, sta cavalcando un’onda che monta da quando l’Australia, a dicembre 2025, è diventata il primo paese al mondo a vietare i social agli under 16. La Francia lo ha fatto a gennaio per gli under 15, il Portogallo è in dirittura d’arrivo, Regno Unito e Germania ne discutono. Quattro mesi e mezzo dopo l’annuncio di Dubai, la Spagna si trova in una compagnia inattesa: l’intera Europa, o quasi.
Big Tech, Musk e la “tecno-casta”
Lo scontro con le piattaforme non è retorico. Quando Sanchez ha annunciato il pacchetto, Elon Musk lo ha chiamato pubblicamente “tiranno” e “totalitario” sul suo X. Sanchez, dal canto suo, mesi prima li aveva definiti una “tecno-casta” che “avvelena la società” con gli algoritmi. Non è linguaggio diplomatico, è una dichiarazione di rottura. Lopez oggi conferma il registro: “voci potenti” stanno facendo pressione contro la regolamentazione, ma chi difende oggi la “legge della giungla” un giorno se ne pentirà.
C’è poco da biasimare però: la stretta è anche figlia dello scandalo Grok, il chatbot di X che aiutava gli utenti a generare deepfake sessualmente espliciti, compresi quelli che ritraggono minori. In altri termini, il risultato di modelli di business che trattano l’attenzione dei nostri figli come una merce.
La pressione non viene solo dai governi: viene dai genitori che hanno visto le proprie figlie diventare materiale per immagini generate dall’IA. E quella è una pressione che non si lobbizza facilmente.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 1-3 anni per la legge spagnola operativa, 2-4 anni per quella europea armonizzata.
Il disegno di legge spagnolo deve ancora passare al Congresso e al Senato: stime parlamentari interne parlano di approvazione tra fine 2026 e 2027, più un periodo tecnico di adattamento per le piattaforme.
La proposta europea attesa per l’estate ha tempi più lunghi: negoziato fra Stati membri, Parlamento e Commissione, poi recepimento nazionale. A beneficiarne per prima sarà la classe adolescente dei paesi con governi più assertivi (Spagna, Francia, Danimarca). I genitori dei paesi che aspettano l’Europa, invece, dovranno pazientare. Il dettaglio che ridimensiona: tutto questo riguarda l’accesso, non la qualità dei contenuti. I deepfake e gli algoritmi predatori, quelli, resteranno un problema anche per i sedicenni.
Resta una questione di fondo, e Lopez la lascia aperta. Se le piattaforme sono diventate, come dice Sanchez, “uno stato fallito dove si ignorano le leggi”, il problema non sono solo i minorenni che vi accedono troppo presto. Sono anche gli adulti, che ci passano sopra otto ore al giorno, consenzienti.
La legge sui minori è la parte facile della conversazione, perché c’è consenso politico trasversale: la parte difficile arriva dopo, quando bisognerà decidere quanto della “legge della giungla” siamo disposti a tollerare per noi stessi.
Mi chiedo se a quel punto le aziende BigTech troveranno ancora qualcuno disposto a ascoltarle.