Oggi, alla mezza maratona di Pechino, un robot umanoide prodotto da Honor ha coperto i 21 chilometri in 50 minuti e 26 secondi. Per capirci: il record mondiale umano della specialità, detenuto dall’ugandese Jacob Kiplimo, è di 57′. Un anno fa, nella stessa gara, il robot più veloce aveva impiegato 2 ore e 40 minuti. Quest’anno il migliore ha corso a una media di 25 km/h. I numeri sembrano definitivi.
Poi però si legge il comunicato degli organizzatori: circa il 60% dei robot era controllato da remoto, e il primo in assoluto a tagliare il traguardo (48’19”) era teleguidato, ma ha perso per le regole di punteggio. Il podio, insomma, dipende da come si conta.
Dal 2h40′ a sotto l’ora, in appena dodici mesi
Il dato grezzo è quello, e va detto per primo: la mezza maratona di Pechino riservata ai robot, nella sua seconda edizione, ha visto vincere un umanoide con un tempo che l’anno scorso sembrava fantascienza. Tiangong Ultra, il vincitore del 2025, aveva chiuso in 2 ore e 40 minuti, tre cambi di batteria e una caduta. Ne avevamo parlato su queste pagine, con un certo divertimento.
Quest’anno il divertimento è finito. Dodici mesi di scarto, un fattore 3 di miglioramento: non è la curva con cui di solito si migliora in atletica, né con cui migliora l’hardware. È la curva che si vede quando un’industria intera decide di mettere un tema in cima alla lista della spesa. E la Cina l’ha fatto: il piano quinquennale 2026-2030 mette la robotica umanoide tra le priorità, accanto ai chip e all’IA. Un produttore di smartphone ha deciso di costruire gambe lunghe 95 centimetri e un sistema di raffreddamento a liquido. E ha spaccato.
E ora, qualche dettaglio che non torna
Ecco, qui bisogna rallentare. Perché il titolo di giornata, in Italia come altrove, è “robot batte record umano”. E tecnicamente è vero. Meno vero è che tutti quei robot corressero da soli.
Gli organizzatori, Beijing E-Town, hanno comunicato un dettaglio che si perde nella traduzione: circa il 40% dei partecipanti è andato in autonomia, il 60% era teleguidato. E il robot che per primo ha materialmente tagliato il traguardo, un altro modello Honor, ha fatto 48 minuti e 19 secondi, ma era controllato a distanza. Il vincitore ufficiale, però, quello dei 50’26”, correva in autonomia e ha ottenuto il titolo grazie a un sistema di punteggio ponderato che premia chi cammina con le proprie gambe, non chi le ha ma le muove qualcun altro.
Tradotto: la gara si vince a punti, non al cronometro. Se si guarda solo al cronometro, l’umano con il joystick ha stracciato tutti. Se si guarda all’autonomia vera, il gap con l’uomo c’è ancora, ma è già strettissimo. Due letture, due comunicati stampa diversi, un solo video virale.
Quello che resta, tolto l’effetto wow
Guardando alla foto dalla linea d’arrivo, il robot in barella è una buona sintesi dello stato dell’arte. Alcuni hanno corso davvero, alcuni hanno camminato, alcuni si sono sfasciati contro un pannello. Ma qualcuno ha pure finito sotto l’ora. E questo, nello spazio di un anno, non si era mai visto.
Lasciate perdere il fatto, pur notevole, che un robot autonomo sia stato più veloce di Kiplimo sui ventuno chilometri d’asfalto della mezza maratona di Pechino: la questione seria è cosa significhi avere una filiera industriale capace di comprimere così tanto il ciclo di miglioramento.
Perché sul campo di battaglia dei record sportivi non si gioca nulla; ma sulle fabbriche, sui magazzini, sulla logistica, la stessa curva fa molta più paura, o molta più gola, a seconda di chi legge.
Approfondisci
Quella di ieri è stata una vetrina, più che una gara. I robot veri non corrono, lavorano o provano a farlo, e lo fanno molto più lentamente di quanto le demo lascino intendere. Il fatto che il primo a tagliare il traguardo fosse teleguidato è coerente con ciò che si vede da due anni nelle fabbriche: tanta teleoperazione, molti umani dietro le quinte, qualche salto autonomo sempre più lungo. Di qui a “i robot sono tra noi” la strada resta, ma è molto più corta di quanto pensassimo un anno fa.
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