Nel 2018 è nato un bambino da due genitori defunti. Già. Erano morti anni prima in un incidente stradale, avevano congelato i gameti e l’embrione è stato impiantwtonin una “portatrice”. Il certificato di nascita porta i nomi di due defunti. Quel bambino oggi ha praticamente gli anni di mia figlia: so che non ha alcun nesso, ma mi ha fatto impressione.
Un nuovo studio dell’Università di Toronto, pubblicato sul Cambridge Archaeological Journal, mette in fila la questione dei genitori defunti e dei loro figli. Cosa succede alla parentela quando i genitori possono essere morti da anni al momento del concepimento? Risposta breve: succede molto, e nessun codice civile al mondo è pronto.
I gameti congelati sono vivi e morti insieme
L’antropologa Sandra Bamford chiama questo stato “spectral connections”, connessioni spettrali. La formula è precisa: una provetta a meno 196 gradi contiene cellule che non sono più biologicamente attive nel corpo di chi le ha prodotte, e quel corpo può non esistere più: eppure quelle cellule possono ancora generare una persona.
Il linguaggio giuridico non ha una categoria per questa roba. Un embrione crioconservato è un paziente, un bene ereditario, una volontà testamentaria, un soggetto di diritto, o tutte e quattro le cose? Al momento dipende dal tribunale, dal paese, o dall’umore del giudice. Chissà.
Scheda studio
Titolo: Spectral Connections: Anthropological Engagements with Posthumous Reproduction
Autrice: Sandra Bamford
Istituzione: Department of Anthropology, University of Toronto
Rivista: Cambridge Archaeological Journal (numero speciale Kinship Trouble, eds. Cveček, Raghavan, Bickle)
Oggetto: riproduzione postuma come caso limite delle “nuove teorie della parentela” in antropologia
I casi che hanno fatto giurisprudenza, più o meno
Nel suo studio la dottoressa Bamford raccoglie casi che sembrano episodi sconnessi e invece raccontano la stessa cosa da angoli diversi. Il Nuer ghost marriage del Sudan: un uomo morto può essere dichiarato padre dei figli di un suo parente che sposa una donna “in nome suo”. Suona arcaico, lo so. Poi c’è il caso William Kane, statunitense, che lasciò il proprio sperma congelato alla fidanzata prima di togliersi la vita, e i figli adulti nati dal primo matrimonio fecero causa per impedirne l’uso. Il tribunale diede ragione alla fidanzata. Ora non suona arcaico? In pratica, il diritto ereditario deve decidere se uno spermatozoo in provetta è roba del padre, dei figli del padre, o di nessuno.
La differenza tra il Sudan e la California, secondo la Bamford, è piuttosto sottile: in entrambi i casi il genitore defunto continua a essere genitore tramite una tecnologia sociale. Una è la kinship rituale, l’altra è l’azoto liquido. L’antropologia non era abituata a mettere queste due cose nella stessa frase. Ora comincia a farlo.
In Italia “entrambi viventi”
La legge 40 del 2004, articolo 5, è ancora in vigore e dice che alle tecniche di procreazione medicalmente assistita possono accedere coppie i cui componenti siano “entrambi viventi”. La formula è netta e sembrerebbe chiudere il discorso. Poi però arriva il 24 giugno 2019 e il Tribunale di Lecce autorizza una vedova a far impiantare gli embrioni crioconservati prodotti col marito defunto, sulla base del principio di “irrevocabilità del consenso” nei momenti successivi alla fecondazione. Il Post ha ricostruito bene il quadro complessivo di una legge che negli ultimi vent’anni si è svuotata a colpi di sentenze.
Tradotto: il divieto esiste, l’eccezione esiste, la coerenza no. Ogni caso è una sentenza, ogni sentenza è un precedente un po’ debole, ogni precedente invita quello successivo. L’eccezione di Lecce è una sola per adesso.
Chi ha diritto a cosa
Ecco, qui Bamford diventa utile davvero. Lo studio elenca tre nodi che i tribunali stanno cominciando a sciogliere uno per volta, però male:
- Il consenso del defunto. Aveva detto sì a diventare genitore, aveva detto sì a congelare le cellule, ma aveva detto sì a diventare genitore dopo morto? Quasi mai la risposta è scritta esplicitamente, e i giudici ricostruiscono dalle circostanze.
- Lo status del nascituro. Il bambino concepito dopo la morte ha diritto all’eredità? Negli Stati Uniti la Social Security Administration ha dovuto inventare una casistica dedicata. In Italia la questione è aperta.
- Il peso psicologico. Crescere sapendo di essere stati concepiti da due persone morte, magari con la fotografia dei genitori defunti al posto dei genitori “acquisiti”, è una condizione nuova. La letteratura clinica non ha abbastanza casi per dire qualcosa di solido. Per ora è tutto aneddotico, e gli aneddoti non sono rassicuranti né allarmanti: sono soltanto pochi.
Il pezzo che ingrandirà il problema
Qui il ragionamento si sposta sul futuro prossimo, che è il nostro mestiere. La crioconservazione dei gameti è esplosa per ragioni che non hanno nulla a che vedere con la morte: oncologia (chemio che distrugge la fertilità), social egg freezing, preservazione per motivi professionali. Sono milioni di campioni sparsi nei congelatori in tutto il mondo. Il metodo Fertilo e tecniche analoghe stanno rendendo il processo più semplice e quindi più diffuso. L’utero artificiale, che si avvicina (lentamente) ai test sull’uomo, toglierebbe anche il vincolo della portatrice. Statisticamente parlando, ogni anno alcuni di questi donatori muoiono. Non molti. Abbastanza perché il fenomeno passi da “caso limite” a “caso raro ma ricorrente”.
E poi c’è la parte che non piace a nessuno: i gameti sono un bene. Nei conflitti ereditari tra i figli del primo matrimonio e la seconda moglie del defunto, tra genitori anziani e coniugi superstiti, tra ospedali che vogliono smaltire provette vecchie e famiglie che chiedono tempo, quel bene produce controversie. Bamford lo scrive senza enfatizzarlo, il che è già parecchio.
Quello che mi chiedo mentre scrivo
Inutile chiedersi “possiamo farlo?” (sì) o “è legale?” (dipende). Il tema è il tipo di parentela che stiamo inventando senza accorgercene. Un bambino nato da due genitori morti dieci anni prima ha una famiglia estesa ancora viva, ha nonni, zii, cugini, e una storia genealogica perfettamente documentabile. Dal punto di vista del DNA, della memoria familiare, delle fotografie, quella famiglia esiste.
Dal punto di vista dell’esperienza quotidiana di quel bambino, i suoi genitori sono un racconto. Un racconto molto dettagliato, con reperti, ma pur sempre un racconto. Noi la chiamiamo famiglia lo stesso, perché non abbiamo un’altra parola.
Parallelo un po’ spietato: stiamo anche imparando a parlare coi defunti in abbonamento grazie ai chatbot addestrati sui messaggi del morto. Un figlio concepito da gameti congelati potrebbe, tra qualche anno, conversare con la ricostruzione linguistica dei suoi genitori biologici mai conosciuti.
Siamo all’intersezione di due tecnologie che esistono già e che nessuno aveva pensato di incrociare.
Ieri sera, mentre scrivevo questo articolo, mia figlia Diana, 8 anni, stava cercando di convincermi che un’interrogazione di geografia si preparava meglio con ChatGPT (chiedendo all’AI di creare quiz, test e altro per “gamificare” l’apprendimento), lo aveva sentito da un’amichetta e io stavo cercando di spiegarle perché no, anche se non ne ero convinto al 100%.
Poi ho chiuso il laptop a un certo punto e ho pensato che quel bambino del 2018 ha la sua età. E che i suoi genitori, biologicamente, saranno più giovani dei miei di dieci o vent’anni, ma sono morti da otto. La matematica familiare di quel bambino è una cosa che la nostra lingua ancora non sa descrivere.
Lo studio di Bamford è un punto di partenza: ammette che il vocabolario manca, e suggerisce che l’antropologia è il primo posto dove andare a cercarlo.
Il diritto ci arriverà più tardi, come sempre. Voi, invece, cosa ne pensate? I canali social di Futuro Prossimo sono aperti: fatemi sapere.
Approfondisci
Sul terreno adiacente si muove anche il lavoro sul lutto e sulla memoria nell’era delle macchine: il lutto digitale in abbonamento racconta come stiamo imparando a tenere in vita i morti attraverso chatbot addestrati sui loro dati, mentre il capitolo dell’eredità digitale chiarisce quanto poco siamo preparati a trasmettere ciò che lasciamo in forma non biologica. Sul versante tecnologico della riproduzione, invece, il metodo Fertilo e l’utero artificiale vicino ai test sull’uomo stanno spostando il limite di ciò che è tecnicamente fattibile, in direzioni che la riflessione giuridica e antropologica sta ancora cercando di inseguire.