Charlotte Martial, neuroscienziata dell’Università di Liegi, ha appena completato quello che nessuno aveva mai fatto: registrare l’attività cerebrale di pazienti mentre stavano vivendo un’esperienza pre-morte. Due anni di studio prospettico in sala rianimazione, 180 pazienti monitorati con EEG dall’istante del ricovero, ed in tutto 12 esperienze pre-morte osservate in tempo reale.
Il risultato preliminare (lo studio non è ancora pubblicato, Martial lo anticipa in un’intervista al sito Nautilus) rompe un vecchio schema mentale: il cervello di chi ha questa esperienza non si sta spegnendo, mostra anzi una complessità neuronale superiore a quella di una persona sveglia.
Come si è svolto davvero questo studio
Quando un paziente con arresto cardiaco o crisi fisiologica severa arrivava al pronto soccorso dell’ospedale universitario di Liegi, una squadra del Coma Science Group correva in sala rianimazione e gli applicava il casco EEG mentre i medici d’urgenza facevano il loro lavoro. Tutto in tempo reale. Su 180 pazienti così tracciati, dodici hanno poi riportato al risveglio un’esperienza pre-morte. Il tunnel di luce, la sensazione di pace, l’incontro con figure familiari, tutto il catalogo classico.
La cosa che salta all’occhio, come vi anticipavo, è nei tracciati. La complessità cerebrale, parametro che misura quanto il cervello sta integrando informazione in modo flessibile, nei dodici pazienti con esperienza pre-morte risulta più alta di quella misurata in soggetti svegli e coscienti. In coma è bassissima, come ci si aspetta, mentre sotto psichedelici è molto alta. Qui, amici, siamo ancora oltre.
Tradotto: il cervello, proprio nel momento in cui dovrebbe rallentare, fa una cosa che normalmente non fa.
Il modello NEPTUNE: perché serve (spoiler: sopravvivenza)
A marzo 2025 Martial e il suo team hanno pubblicato su Nature Reviews Neurology un modello neurofisiologico completo, battezzato NEPTUNE (DOI: 10.1038/s41582-025-01072-z). L’idea, in estrema sintesi: quando il cervello va in carenza di ossigeno si innesca una reazione a catena, con rilascio massiccio di noradrenalina e serotonina in regioni temporo-parieto-occipitali: le stesse che gestiscono coscienza, percezione e memoria. Non serve che tutto il cervello funzioni: bastano quelle aree attive perché emerga un’esperienza ricca, coerente, vissuta come reale.
L’ipotesi evolutiva è la parte più provocatoria dello studio. Martial la lega alla tanatosi, la finta morte che molti animali mettono in scena davanti a un predatore. Con un cervello complesso e il linguaggio, quel riflesso si sarebbe evoluto in qualcosa di più articolato: un meccanismo di disconnessione che, quando né la fuga né il combattimento sono possibili, sposta il soggetto in un’esperienza mentale più tollerabile. Una specie di paracadute biologico.
Ecco, a questo punto un lettore affezionato potrebbe obiettare: e se mi servisse restare lucido per scappare da una valanga? Martial risponde che il meccanismo si attiverebbe proprio quando nessuna via d’uscita è più praticabile. Non succederebbe sempre: solo quando si è davvero vicini al capolinea.
I ricordi cambiano. E questo è un problema
C’è un secondo risultato preliminare, forse il più sottovalutato. I ricordi dell’esperienza pre-morte, seguiti nei mesi successivi, si modificano. Un paziente che al risveglio non riferisce esperienza extracorporea, inizia a ricordarla due mesi. Oppure il contrario: dettagli presenti a caldo spariscono a freddo.
Non è un fenomeno paranormale, è neuroscienza di base: la memoria umana è malleabile, e dopo una crisi fisiologica severa la codifica mnemonica arriva in ritardo e si assesta per settimane. Il problema è che circa il 98% della letteratura scientifica sulle esperienze pre-morte è retrospettiva, raccolta anni o decenni dopo l’evento. Beh, quei ricordi raccolti non sono mai stati i ricordi originali: sono ricordi ricostruiti più volte, rimodellati dalla cultura del sopravvissuto, dai libri letti, dalle conversazioni fatte. Ora che abbiamo finalmente degli strumenti per studiare il fenomeno in modo pezzo consistente di quello che pensavamo di sapere andrà riletto.
L’esperimento più onesto che si possa fare
Questo particolare mi ha colpito molto: nelle sale rianimazione di Liegi, sul soffitto e in punti visibili solo dall’alto, sono stati collocati oggetti casuali. Servono a testare una cosa precisa: secondo Scientific American, circa il 79% di chi riporta un’esperienza pre-morte dice di aver visto la scena dall’esterno, sopra il proprio corpo. Se l’esperienza extracorporea è percezione reale, qualcuno prima o poi descriverà quegli oggetti. Se è una costruzione cerebrale, non accadrà.
Martial, che è una persona piuttosto pragmatica, non si aspetta il primo scenario. Ma con rispetto ha allestito il secondo in ogni caso. È il contrario di come di solito si tratta questo tema: qui si mette la proposta mistica nelle condizioni di essere falsificata. Che sia abbastanza per convincere chi crede, è un altro discorso.
Intanto resta una frase di questa ricercatrice, a suo modo coraggiosa, che vale la pena di ricordare. Le esperienze pre-morte sono reali. Nel senso che chi le ha vissute ha davvero vissuto qualcosa.“Non incontri davvero i tuoi cari in un tunnel di luce”, specifica: incontri il tuo cervello che, in condizioni estreme, produce un’esperienza soggettiva intensissima e vivida.
La differenza, come si dice, è tutto.
Approfondisci
Il filo delle esperienze pre-morte e della coscienza ai confini della vita su Futuro Prossimo è lungo. Abbiamo ricostruito il panorama scientifico delle NDE e il ruolo del gruppo di Liegi qualche anno fa, mentre una ricerca su coscienza nascosta nei pazienti in coma ha mostrato come l’EEG riveli attività mentale là dove i test clinici classici falliscono. Sullo sfondo, il dibattito sempre aperto sulla natura stessa della coscienza umana e su dove vada cercata: nel cervello, nell’informazione, o altrove.