Un semplicissimo berretto di lana, niente fili e niente chirurgia. Al mattino lo metti in testa e migliaia di sensori miniaturizzati leggono i segnali elettrici sotto il cuoio capelluto, convertendo quello che pensi in testo su uno schermo. Si chiama Sabi, è una nuovissima interfaccia neurale e l’investitore principale è Vinod Khosla, uno che quando mette soldi da qualche parte raramente sbaglia bersaglio.
La prima versione consumer, dice l’azienda, dovrebbe arrivare entro fine anno: preferite la versione berretto di lana, o quella cappellino con visiera? Si, lo so: la domanda era un modo per distrarvi, ma non ci siete cascati. Voi state ancora pensando alla parte che non torna, giusto? No?
Cosa fa Sabi, in pratica
Il dispositivo usa l’elettroencefalografia, la stessa tecnica degli EEG clinici: sensori passivi che leggono l’attività elettrica del cervello attraverso la pelle. La differenza è la densità. Gli EEG tradizionali hanno decine di elettrodi, Sabi ne monta decine di migliaia miniaturizzati, ed è quello che, in teoria, gli permette di catturare il segnale del discorso interno: le parole che pensi senza pronunciarle. Il target iniziale dichiarato è una velocità di digitazione attorno alle 30 parole al minuto, con margini di miglioramento quando l’utente si abitua al sistema.
L’idea è che funzioni “out of the box” senza calibrazioni quotidiane, cosa che è sempre stata il tallone d’Achille delle interfacce neurali non invasive. Per addestrare il modello, Sabi sta raccogliendo migliaia di ore di registrazioni cerebrali da volontari: serviranno a costruire un sistema che riconosca percorsi di pensiero condivisi fra persone diverse, non solo fra calibrazioni dello stesso utente. Un modello linguistico: un LLM addestrato sui cervelli, se vogliamo semplificare brutalmente.
Il confronto che serve fare
Il posizionamento è esplicito e intelligente: non siamo Neuralink. Non apriamo il cranio, non ci sono elettrodi che slittano dopo qualche mese (è successo al primo paziente di Musk, a poche settimane dall’impianto), non serve un neurochirurgo per attivare un account. Hai freddo, ti metti un cappello e già che ci sei scrivi col pensiero.
È un ottimo pitch. E non è nemmeno falso.
Il problema è che il confronto è truccato. Non stai scegliendo tra chirurgia cerebrale e un berretto: la stragrande maggioranza delle persone che compreranno questo oggetto non si sarebbe comunque mai sognata di farsi impiantare un chip. La vera alternativa al berretto Sabi è non indossare niente che legga il tuo sistema nervoso. Ma quella opzione, nell’ecosistema della notizia, sparisce.
Il dettaglio che nessuno mette in prima pagina
Una settimana fa vi ho raccontato una storia che incastra perfettamente con questa: un senatore cileno, Guido Girardi, ha comprato un visore Emotiv per meditare. Ha letto i termini di servizio (cosa che quasi nessuno fa) e ha scoperto di aver ceduto all’azienda una licenza mondiale, irrevocabile e perpetua sui propri dati cerebrali. La Corte Suprema del Cile gli ha dato ragione. Il Cile, tra l’altro, è l’unico paese al mondo ad avere una tutela costituzionale esplicita sull’integrità mentale: l’ha introdotta nel 2021, ne ho scritto qui.
Il mercato dei dispositivi EEG consumer vale già oltre 55 miliardi di dollari secondo le stime di Precedence Research. Negli Stati Uniti, Colorado e California hanno classificato i dati neurali come dati sensibili soltanto nel 2024. Il MIND Act federale è stato presentato a settembre 2025 e non è ancora legge. In Europa il GDPR copre “dati biometrici e sanitari”, ma un wearable venduto come prodotto per il benessere scivola nella zona grigia: troppo tecnico per il diritto dei consumatori, troppo commerciale per la normativa sanitaria.
Insomma: stiamo per mettere in vendita un dispositivo che decodifica il discorso interno, decodifica i nostri pensieri. Lo fa con un “musetto” innocuo, l’aspetto di un semplice berretto, e lo fa in un contesto normativo che non ha ancora deciso cosa sia un dato neurale di un consumatore italiano.
La Sabi dice che cripta tutto e lavora con esperti di neurosecurity. Vabbè, come Emotiv.
Perché la forma conta più del contenuto (del prodotto)
C’è una frase che mi manda ai matti: il dispositivo è definito “the least obnoxious wearable” degli ultimi anni. Il meno fastidioso. Traduzione: il suo vantaggio strategico è che non si vede. Non è un Apple Vision Pro che ti isola dal mondo, non è un auricolare AlterEgo del MIT che ti fa sembrare strano al bar, e nemmeno un casco EEG da laboratorio (Meta ha provato una via simile con Brain2Qwerty, e il casco è ingombrante).
Sabi è un berretto. E un berretto non lo noti.
Scusate se insisto, ma penso che questo sia il punto centrale. La tecnologia che si nasconde dentro un oggetto banale supera la soglia di adozione molto più in fretta di quella che chiede al consumatore di accettare un gesto visibilmente futuristico. Gli smartwatch hanno vinto dove i Google Glass hanno perso: non perché facessero cose migliori, ma perché sembravano semplici orologi. Quello che il marketing chiama “design accessibile”, dal punto di vista dei dati, si chiama normalizzazione senza attrito. Sabi non vi chiede di accettare l’idea di farvi leggere nel cervello: vi chiede solo di avere freddo alla testa, così vi godete un bel berretto.
Quando una tecnologia invasiva riesce a camuffarsi da oggetto quotidiano, smette di essere una scelta esplicita. Diventa abitudine.
Quanto funziona davvero? (E qui siamo onesti)
Va detta una cosa: l’EEG non invasivo è notoriamente rumoroso. Meta con Brain2Qwerty ha ottenuto un tasso di errore per carattere del 32% con EEG, sceso al 19% solo passando alla magnetoencefalografia (un’apparecchiatura che certamente non puoi mettere dentro un berretto). I sistemi impiantati (quelli chirurgici) arrivano al 97-99% di accuratezza. Stiamo confrontando ordini di grandezza diversi.
Sabi sostiene che la densità sensoriale estrema dei suoi sensori e un modello AI addestrato su enormi dataset possano compensare la rumorosità del segnale. Forse sì. Gli “early targets” a 30 parole al minuto sono prudenti (la battitura media su smartphone è attorno a 38), e l’azienda si guarda bene dal dichiarare quale sia oggi il tasso di errore reale. Chi ha lavorato con EEG consumer sa che promettere un dispositivo senza calibrazione quotidiana è una promessa enorme. Se Sabi ci riesce davvero è un salto tecnico notevole, se non ci riesce è uno dei tanti prototipi che non arriveranno mai sullo scaffale.
Nel frattempo, però, raccolgono dati da migliaia di volontari. Dati che restano di loro proprietà.
Ci sarebbe da pensare: senza cappello, si intende.
Scheda prodotto
- Azienda: Sabi (San Francisco, California)
- Fondatori: menzionati in interviste ma non ufficialmente listati in fonti pubbliche al lancio
- Lead investor: Vinod Khosla (Khosla Ventures)
- Tecnologia: Interfacce neurali EEG ad alta densità, decine di migliaia di sensori miniaturizzati
- Funzione dichiarata: decodifica del discorso interno (internal speech) in testo
- Velocità target iniziale: ~30 parole al minuto
- Lancio consumer previsto: fine 2026 (versione berretto + versione cappellino con visiera)
Approfondisci
La mappa delle interfacce neurali sta cambiando in fretta, e su Futuro Prossimo la stiamo aggiornando settimana per settimana. Se volete il lato critico sui dati neurali che regalate senza saperlo, il pezzo sul mercato EEG consumer da 55 miliardi è il punto di partenza obbligato. Chi invece vuole capire le alternative non invasive più mature del berretto Sabi trova un buon terreno di confronto in Brain2Qwerty di Meta, che parte da un casco di laboratorio con ambizioni medicali, e in AlterEgo del MIT, che ha scelto di leggere solo i segnali neuromuscolari del linguaggio e non il cervello: scelta scomoda per il marketing, molto meno scomoda per la privacy.