La vitrificazione di un cervello, per chi non lo sapesse, avviene raffreddando l’organo così rapidamente, e con sostanze protettive, da conservarlo evitando che si formino dannosi cristalli di ghiaccio.
Alexander German, sempre per chi non lo sapesse, è un neurologo dell’Università di Erlangen-Norimberga che passa le giornate a congelare cervelli di topo. Detto così suona come il progetto di uno scienziato pazzo in un film anni ’80, ma il paper che German ha pubblicato su PNAS a marzo racconta una storia diversa: il suo team ha preso fette di ippocampo murino, le ha immerse in un cocktail di crioprotettori chiamato V3, le ha raffreddate fino a -196°C su un cilindro di rame immerso in azoto liquido, e le ha conservate fino a sette giorni.
Poi le ha scongelate.
E cosa è successo? È successo che i neuroni hanno ripreso a scambiarsi segnali elettrici. Non solo i segnali generici, ma i meccanismi cellulare che stanno alla base di apprendimento e memoria. In altre parole, la macchina della memoria ha attraversato lo spegnimento totale e si è rimessa in moto.
Criopreservazione senza ghiaccio
Il problema del congelare tessuto biologico è noto a chiunque abbia mai dimenticato una bottiglia d’acqua nel freezer. L’acqua cristallizza, i cristalli si espandono, e le strutture cellulari (membrane, sinapsi, dendriti) si lacerano come carta bagnata.
Per il cervello è mille volte peggio: centinaia di milioni di neuroni collegati da trilioni di sinapsi, una rete talmente fitta che basta un danno locale per interrompere circuiti interi. I cristalli che si formano col congelamento possono fare danni enormi. La criopreservazione convenzionale, insomma, non funziona.
La vitrificazione, invece, aggira il problema sostituendo oltre il 50% dell’acqua nel tessuto con solventi crioprotettivi e raffreddando il tutto così velocemente che le molecole si bloccano in uno stato amorfo, vetroso: solido come il ghiaccio ma privo di cristalli.
Scheda studio
Titolo: Functional recovery of the adult murine hippocampus after cryopreservation by vitrification
Autori: Alexander German, E.Y. Akdaş, C. Flügel-Koch, E. Erterek, R. Frischknecht, A. Fejtova, J. Winkler, C. Alzheimer, F. Zheng
Istituzione: Friedrich-Alexander-Universität Erlangen-Nürnberg / University Hospital Erlangen
Rivista: Proceedings of the National Academy of Sciences, marzo 2026
DOI: 10.1073/pnas.2516848123
Quello che torna e quello che no
I neuroni “riaccesi” dopo la vitrificazione tornano a mandare segnali elettrici e a farli viaggiare nelle loro ramificazioni, e soprattutto mantengono il cosiddetto potenziamento a lungo termine (LTP): una catena di eventi che richiede il funzionamento simultaneo di neurotrasmettitori, recettori, ioni calcio e un’intera cascata molecolare.
Il fatto che tutto questo resista alla trasformazione in vetro e al successivo riscaldamento è, secondo lo stesso German, più di quanto si aspettasse prima dell’esperimento.
Ma non tutto è perfetto (e sarebbe strano il contrario, dopo essere stati portati a una temperatura dove il movimento molecolare si ferma). Le cellule più grandi sembrano subire danni preferenziali. I neuroni sopravvissuti mostrano segni di stress: si attivano più facilmente del normale, come fossero leggermente “nervosi” dopo l’esperienza. German lo dice con il distacco di chi maneggia cervelli congelati per mestiere: alcune proprietà funzionali cambiano, la proprietà fondamentale dell’eccitabilità resta. Bene ma non benissimo, a occhio e croce.
Il pendolo che si ferma (e poi riparte)
Mi faccio una domanda, e perdonatemi se suona come filosofia da bar, ma non so formularla meglio: la funzione cerebrale è un semplice prodotto della struttura fisica del cervello, o richiede anche una continuità ininterrotta di attività?
No, perché se il cervello funziona come un pendolo che deve sempre oscillare per restare “sé stesso” allora la vitrificazione, e in generale qualunque conservazione che comporta uno “spegnimento” del cervello, è un vicolo cieco. Ma se funziona come uno spartito già scritto nella configurazione fisica dei neuroni e delle sinapsi (il connettoma, per usare il termine tecnico), allora la musica può ricominciare anche dopo un silenzio totale.
Lo studio di Erlangen si aggiunge a una serie di casi che spingono verso la seconda ipotesi: ad esempio quelli di persone recuperate dall’arresto circolatorio in ipotermia profonda, o della radiologa svedese Anna Bågenholm caduta in un torrente ghiacciato nel 1999 con temperatura corporea scesa a 13,7°C e poi tornata a una vita (quasi) normale, o ancora di animali che riprendono coscienza dopo anestesia ed epilessia.
Quello che lo studio aggiunge è un gradino in più: anche quando con la vitrificazione si passa allo stato solido, dove fisicamente non può esserci alcuna attività reverberante, la dinamica neurale riemerge.
La parte che nessuno dice
Attenzione, però: qui si parla di fettine di ippocampo di topo, spesse quanto tre capelli umani. Non di un cervello intero, e men che meno di un cervello umano. German è il primo a dirlo: il protocollo funziona al limite anche per un cervello murino (0,4 grammi), e il cervello umano pesa fino a 1,5 chili.
Raffreddare e riscaldare uniformemente un volume così grande senza che alcune zone cristallizzino o si crepino è un problema ingegneristico che lui stesso definisce “una sfida monumentale per i prossimi decenni”.
La vitrificazione del cervello intero di un essere umano in modo reversibile, quella che permetterebbe di ibernare qualcuno e svegliarlo tra trent’anni non è dimostrata, non è dietro l’angolo, e potrebbe non arrivare mai.
I protocolli usati dalla crionica commerciale (istituti e aziende come Alcor, Cryonics Institute, Tomorrow Biostasis) partono da condizioni diverse: intervallo post-mortem, crioprotettori differenti, perfusione di corpi interi. Il team di German sta facendo un’altra cosa, e ci tiene a separare le due conversazioni. Lo capisco.
Però.
C’è un’implicazione immediata, e pesa
Oggi, quando un neurochirurgo rimuove tessuto cerebrale durante un’operazione per l’epilessia, quel campione va studiato subito. Con un processo di vitrificazione funzionante, potrebbe essere messo in banca e analizzato anni dopo, in laboratori diversi, magari con tecniche ancora da inventare. Per le malattie neurodegenerative (Alzheimer, Parkinson, SLA), dove il problema è che non puoi modellare facilmente in laboratorio un cervello che ha invecchiato per decenni, questo potrebbe cambiare le regole della partita. Vi pare poco?
E poi c’è il cuore: il team sta già lavorando sulla criopreservazione di tessuto cardiaco, un altro tessuto elettricamente attivo. Se funziona anche lì, la conservazione di organi per i trapianti fa un salto di paradigma: dalla corsa contro il tempo (un cuore dura 4-6 ore fuori dal corpo) alla logistica pianificata che abbiamo raccontato qui.
Il frigorifero e la domanda aperta
German racconta che ogni nove anni raddoppia il numero di persone che si fanno conservare il cervello dopo la morte (non trovo però verifiche a questa affermazione). In un sondaggio su mille tedeschi, il 22% ha detto che vorrebbe sottoporsi alla procedura. Alla domanda se lui stesso lo farebbe, risponde con la calma di chi ci ha pensato parecchio: sì, se l’alternativa fosse la morte certa. Potete dargli torto?
C’è un filosofo, Heidegger, che sosteneva che la certezza della morte dà significato alla vita. German cita Ariel Zeleznikow-Johnston, che nel libro The Future Loves You classifica questa posizione come “filosofia palliativa”: consolazione, non argomento. Una lettura che non piacerà a tutti, ma che ha il pregio di rimettere la discussione sul piano della scelta individuale e non dell’imperativo morale.
Un ricercatore a Erlangen ha trasformato un pezzo di cervello in vetro e lo ha riportato in vita. I neuroni hanno ricominciato a parlare tra loro, e il meccanismo della memoria ha retto. Non è immortalità: ma rende la domanda “cosa succede quando ci spegniamo” un po’ meno vaga e un po’ più ingegneristica.
Il laboratorio chiude, le luci si spengono. I campioni nel congelatore continuano a non fare niente, a -150°C, con tutta la pazienza del vetro. Chissà se, e tra quanto tempo, qualcuno ci leggerà la verità.
Approfondisci
La criopreservazione del cervello si inserisce in un percorso lungo che Futuro Prossimo segue da anni: dalla vitrificazione come tecnica per mettere in pausa la vita senza ghiaccio alla sfida più ampia della crionica come scommessa sul futuro, fino alla domanda filosofica che resta sullo sfondo: se tu sei il tuo connettoma, conservarlo equivale a conservare te stesso?