Il deserto degli Emirati riceve meno di 13 centimetri di pioggia l’anno. Per compensare, lo saprete, il governo spende milioni in missioni di cloud seeding: ben 300 voli all’anno, un botto di sali chimici sparati nelle nuvole con risultati incerti. E intanto costruisce parchi solari enormi. Ecco: secondo uno studio dell’Università di Hohenheim, quei parchi solari potrebbero fare da soli quello che 300 aerei non riescono a garantire. Pioggia artificiale, senza salire nel cielo a “sfottere” le nuvole. Ma è possibile?
Come funziona (in teoria) la pioggia artificiale da pannelli solari
I pannelli solari sono superfici scure: assorbono il 95% della luce solare. La sabbia del deserto, invece, riflette buona parte della radiazione: se piazzi 20 chilometri quadrati di nero in mezzo al chiaro, crei una differenza di temperatura tra la superficie coperta e quella circostante. L’aria sopra i pannelli si scalda, sale, e se trova umidità a quote più alte (nel caso degli Emirati, i venti dal Golfo Persico), forma nuvole. Devo dirvi come va a finire?
Il team di Oliver Branch, climatologo dell’Università di Hohenheim, ha usato uno dei modelli meteorologici più avanzati al mondo (quello del National Center for Atmospheric Research americano) per simulare l’effetto. Il risultato: un campo di pannelli solari da 20 km² genera circa 600.000 metri cubi di pioggia artificiale per ogni evento favorevole. Quanto un centimetro d’acqua su un’area grande come Manhattan. Se eventi del genere si ripetessero dieci volte in un’estate, l’acqua basterebbe per oltre 30.000 persone per un anno.
Fin qui suona bene. Troppo bene, forse: e infatti ci sono almeno tre cose da tenere a mente prima di entusiasmarsi. Ve le dico dopo la scheda studio.

Scheda studio
Titolo: Artificial black surface-initiated convection and rainfall over the United Arab Emirates
Autori: Oliver Branch et al.
Istituzione: Università di Hohenheim, Stoccarda
Rivista: Earth System Dynamics, 2024
DOI: 10.5194/esd-15-109-2024
Pioggia artificiale gratis: cosa non torna
La prima: i pannelli solari simulati nello studio sono più scuri di quelli che i produttori vendono oggi. Alcuni modelli moderni sono addirittura progettati per riflettere parte della luce, così da raffreddare l’ambiente circostante. L’effetto di pioggia artificiale funziona solo se le superfici assorbono quasi tutta la radiazione, il che richiede pannelli neri o ricoperti di vernice scura, e terreno altrettanto scuro tra una fila e l’altra. Zhengyao Lu, climatologo della Lund University che ha commentato lo studio su Science, ha sollevato esattamente questo punto.
La seconda: le quattro giornate selezionate per la simulazione non erano giorni qualunque. Il team ha scelto condizioni meteorologiche parzialmente instabili per aumentare la probabilità di ottenere risultati. Il che è metodologicamente corretto (serve capire il potenziale massimo), ma non dice molto su cosa succederebbe in una giornata estiva media, con aria perfettamente stabile e zero umidità residua.
La terza: gli Emirati hanno finanziato la ricerca, ma continuano a puntare sul cloud seeding tradizionale. Alya Al Mazrouei, direttrice del programma emiratino per la pioggia artificiale, ha detto che il paese “è impegnato a studiare tutte le strategie”, ma per ora resta ancorato alle missioni aeree. Circa 300 l’anno. Tradotto: interessante, ci pensiamo, però intanto continuiamo a fare come prima.
Pioggia artificiale dal deserto: dove potrebbe funzionare
Branch e il suo team hanno individuato altre zone del mondo dove il meccanismo potrebbe replicarsi: la Namibia e la penisola messicana di Baja California. Il requisito è lo stesso degli Emirati: un deserto costiero con una fonte di umidità atmosferica vicina (un mare, un oceano, un golfo). Senza quella componente, i pannelli solari scaldano l’aria ma le nuvole non si formano: la convezione da sola non basta, serve vapore acqueo.
I parchi solari in costruzione in Cina si avvicinano già alle dimensioni necessarie. Branch suggerisce di piantare coltivazioni scure e resistenti alla siccità (come arbusti di jojoba) tra le file di pannelli, per ampliare la superficie assorbente senza costi aggiuntivi. Una specie di geoingegneria dal basso: niente aerei, niente ioduro d’argento, niente costi operativi ricorrenti. Solo superfici nere, sole e brezza marina.
Il punto che non torna, alla fine, è quasi filosofico. Stiamo costruendo parchi solari giganteschi per produrre energia pulita e ridurre le emissioni. Se quei parchi, come effetto collaterale, alterano i pattern meteorologici locali generando pioggia artificiale, la domanda diventa: è un beneficio o è un’interferenza?
Il confine tra le due cose, almeno nei deserti, è sottile quanto la differenza tra una nuvola che si forma e una che fa una faccia un po’ schifata e passa oltre.
Approfondisci
Il tema della manipolazione climatica attraversa diverse tecnologie e solleva sempre le stesse domande sulla prevedibilità delle conseguenze. Ne avevamo parlato a proposito del cloud seeding cinese e dei rischi geopolitici della pioggia controllata, e in un’analisi sulle tecniche di geoingegneria solare che prevedono di spruzzare acqua salata sulle nuvole. Per chi guarda al fotovoltaico da un’altra angolazione, vale la pena leggere lo studio su 1,25 milioni di impianti che ha dimezzato le stime di degrado dei pannelli solari.