L’Europa ha un piano per la sovranità digitale. Ha dichiarazioni, framework, acronimi a tre lettere e summit in città tedesche. Non manca niente, solo non si vedono i due leocorni della famosa canzone.
Ha anche un piccolo problema, a dirla tutta: il 70% del suo cloud è americano, i provider locali perdono quota ogni anno e Microsoft è citata nelle boardroom europee il doppio di SAP. A parte questo, tutto bene.
La sovranità digitale a parole e quella nei fatti
Un’analisi di AlphaSense su due anni di trascrizioni di consigli d’amministrazione europei racconta una storia che i documenti ufficiali di Bruxelles preferirebbero non sentire. Il nome “Microsoft” è comparso oltre 19.000 volte. “AWS” supera le 5.900. “SAP”, il campione continentale per eccellenza, si ferma a 11.900 e “Siemens” a 11.500.
La sproporzione è strutturale: le piattaforme statunitensi non sono un’opzione tra le tante, sono l’ossatura su cui funziona l’operatività quotidiana delle aziende europee. Teams per le riunioni, Azure per i dati, AWS per i servizi. Tutti i bei discorsoni sulla sovranità digitale si fermano esattamente appena c’è la necessità di far funzionare le cose nella realtà.
Intanto la quota dei provider cloud europei è crollata dal 29% al 15% tra il 2017 e il 2024. Nello stesso periodo, tre hyperscaler americani sono arrivati a coprire circa il 70% della domanda. Insomma: mentre l’Europa scriveva regolamenti, il mercato scriveva fatture (a favore di qualcun altro).
I numeri che la politica non legge
La Commissione e gli Stati membri, va detto, non sono rimasti fermi. A novembre 2025 è arrivata la Dichiarazione per la Sovranità Digitale Europea, firmata a Berlino dall’Italia e dagli altri 26. Il Cloud Sovereignty Framework ha introdotto criteri misurabili per gli acquisti pubblici. Il pacchetto in arrivo a maggio comprende il Cloud and AI Development Act, il Chips Act 2.0 e una strategia open-source. Poi c’è EURO-3C, il progetto da 75 milioni di euro con oltre 70 nodi cloud federati in 13 Paesi, che coinvolge Telefónica, Deutsche Telekom, TIM, Orange e decine di altri soggetti.
Il fatto è questo: 75 milioni sono una cifra rispettabile, finché non li metti accanto ai 33,7 miliardi che AWS ha annunciato di investire nella sola Spagna. Poi capisci che sono ridicoli.
È un po’ come presentarsi a una gara di Formula 1 con una bicicletta elettrica: dignitosa, ecologica, ma il podio resta un pizzico lontano.
Il cloud sovrano (si, ciao)
Il punto più scomodo lo solleva chi si occupa di sovranità digitale ogni giorno, non solo nei summit. Anche quando i dati risiedono fisicamente in Europa e la governance è affidata a soggetti nazionali, le tecnologie sottostanti (software, piattaforme, servizi) restano spesso di origine extraeuropea. La sovranità diventa una costruzione giuridica più che una reale indipendenza tecnologica. Avere i server a Francoforte con il CEO a Seattle, per dirla in modo spiccio, è una soluzione di facciata.
Il CLOUD Act statunitense aggiunge un ulteriore livello di complessità: consente alle autorità USA di richiedere accesso ai dati detenuti da provider americani, indipendentemente da dove si trovano fisicamente. Una tensione diretta con il GDPR che nessun framework europeo ha ancora risolto del tutto.
Il blackout globale di AWS dell’ottobre 2025 ha mostrato in diretta cosa significa quando non hai davvero alcuna sovranità digitale: Snapchat, Roblox, Fortnite, Coinbase e mezza internet fermi per ore a causa di un problema in un singolo datacenter in Virginia.
Quando un data center americano starnutisce, l’Europa prende la polmonite.
La sovranità digitale che si può davvero costruire
L’alternativa al disaccoppiamento totale (obiettivo che nessuno considera realistico) si chiama “sovranità a strati”. Mantenere l’accesso alle piattaforme globali per competitività, costruendo controllo strategico sui livelli più sensibili: governance dei dati, supervisione dei modelli AI, infrastrutture critiche. Il 37% delle grandi aziende italiane sta già riportando carichi di lavoro critici verso infrastrutture locali o cloud privati.
L’eurodeputato Axel Voss ha proposto di ridurre la dipendenza dall’80% al 40% entro il 2030: ambizioso, forse necessario, sicuramente scomodo per molti.
Come ho scritto parlando degli scenari digitali per il 2035, lo scenario più probabile non è la tecno-sinfonia globale né la sovranità frammentata: è un ibrido asimmetrico, con l’Europa che domina la regolamentazione e qualcun altro che gestisce i server.
Ma l’Europa, seriamente, è capace di costruire alternative? Soprattutto, è disposta a pagarle? No, perché finora il conto lo ha sempre presentato Microsoft, e per tanti, troppi, è più comodo così.
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La tensione tra dipendenza tecnologica e autonomia non riguarda solo il cloud. Ne ho parlato a proposito della tecnologia quotidiana che ci siamo dimenticati di scegliere, dove la comodità ha eliminato le alternative una alla volta. Il meccanismo è lo stesso: prima è conveniente, poi è inevitabile, poi è troppo tardi per cambiare. La sovranità digitale europea rischia esattamente questo percorso: se ne parla molto, finché parlarne non servirà più a niente.