Quindici anni fa un linguista poteva dire robe tipo “fra un secolo metà delle lingue sarà sparita” e passare per catastrofista. Oggi lo dice l’UNESCO, lo confermano i dati, e nessuno si agita più di tanto. Una lingua indigena muore ogni due settimane: il dato è diventato una specie di rumore bianco, un sottofondo che non disturba più nessuno perché tanto, dai, parliamo tutti inglese. Ma, a parte la mia premessa, il futuro della cultura dell’umanità non si deciderà nei dipartimenti di antropologia. Si deciderà tutte le volte che un algoritmo suggerisce la stessa risposta a un miliardo di persone contemporaneamente. Pensate a quello che ha fatto, per dire, la TV in Italia con i dialetti: l’AI può farlo a livello globale con le lingue e i pensieri di tutti. Ecco, la mia riflessione parte da qui.
L’estinzione che non fa rumore
Uno studio pubblicato su Nature Ecology & Evolution già nel 2021 ha analizzato 6.511 lingue con 51 variabili predittive: dal numero di parlanti alla densità stradale, dall’istruzione formale al riconoscimento legale. Volete sapere qual è stato il risultato meno intuitivo? Non sono le guerre o le carestie a uccidere le lingue. Sono le strade. Più una comunità è collegata, più la lingua dominante si mangia quelle piccole. L’istruzione formale fa il resto: più anni di scuola nella lingua nazionale, meno bambini che parlano la lingua dei nonni.
Le stime dicono che tra il 50% e il 90% delle lingue attuali potrebbe scomparire entro il 2100. Cinquemila modi diversi di nominare il mondo, cancellati in meno di un secolo. Per fare un paragone: il tasso di estinzione linguistica è più alto di quello della biodiversità. Perdiamo parole più velocemente di quanto perdiamo specie animali, e questo dovrebbe dirci qualcosa sul tipo di futuro della cultura che stiamo costruendo.
Dio non muore, caro Guccini: ma cambia casa
C’è una narrazione dominante secondo cui la religione starebbe morendo. È una narrazione comoda, soprattutto per chi vive in Europa occidentale e vede le chiese svuotarsi ogni domenica. Ma i numeri raccontano un’altra storia.
Secondo le proiezioni del Pew Research Center, entro il 2050 musulmani e cristiani rappresenteranno insieme circa il 62% della popolazione mondiale. E sempre entro il 2100, l’islam supererà il cristianesimo per numero di aderenti: 35% contro 34%. La religione non scompare: si sposta. Il centro di gravità si muove verso l’Africa subsahariana, dove la popolazione è più giovane, la fertilità più alta e la fede più intrecciata con le strutture sociali.
Uno studio pubblicato su Nature Communications nel 2025 ha descritto la “transizione secolare” come un processo a tre stadi: prima cala la partecipazione, poi l’importanza personale, infine l’appartenenza. Il processo dura circa 200 anni e segue la modernizzazione. Al momento, nessun paese africano ha ancora raggiunto il secondo stadio. Il futuro della cultura della religione, in pratica, appartiene a chi ancora non ha iniziato a dubitare.
Il frullatore che non vedi
La globalizzazione culturale non è una novità: i mercanti macedoni portavano già lingua, religione e filosofia insieme alle merci. La differenza è che oggi il processo ha un acceleratore che nessun mercante avrebbe mai immaginato: i Large Language Models.
Uno studio su Trends in Cognitive Sciences del 2026 ha sintetizzato le evidenze: i modelli linguistici riflettono e rinforzano stili dominanti (occidentali, anglofoni, liberal, ad alto reddito) marginalizzando voci alternative. Sono fatti proprio così. Il training su dati prevalentemente in inglese produce output che suonano corretti grammaticalmente in altre lingue ma risultano pragmaticamente innaturali. Una sorta di “traduzionese” permanente che leviga le differenze come l’acqua su un sasso.
Il dato che mi ha fermato: un’analisi su PNAS del 2025 ha misurato la diversità narrativa nelle storie generate dai LLM confrontandola con quelle scritte da umani. Le storie umane mantenevano un livello di unicità alto: combinazioni di elementi narrativi che raramente si ripetevano. Le storie generate dall’AI (GPT-4 e LLaMA-3) contenevano invece combinazioni di elementi che si ripetevano sistematicamente tra generazioni diverse e tra modelli diversi. Un po’ come se cento scrittori diversi, chiusi in cento stanze diverse, finissero per scrivere tutti la stessa storia con piccole variazioni.
Moltiplicate questo effetto per centinaia di milioni di utenti che usano questi modelli ogni giorno per scrivere email, articoli, post, compiti scolastici. Il futuro della cultura che stiamo costruendo, ripeto, non è quello dell’omologazione televisiva degli anni ’80 e ’90: è qualcosa di più sottile e pervasivo, perché agisce sulla struttura stessa del pensiero.
Il paradosso della conservazione
Mai come oggi abbiamo gli strumenti per documentare, archiviare e preservare le culture. Database audio, video ad alta definizione, ricostruzioni 3D, intelligenza artificiale applicata alla traduzione di lingue rare. L’UNESCO ha dichiarato il 2022-2032 Decade Internazionale delle Lingue Indigene. Meta ha sviluppato una piattaforma open-source (“No Languages Left Behind”) per la preservazione linguistica.
Eppure le lingue continuano a morire. Le culture continuano a comprimersi. E lo fanno più velocemente di prima. Perché il problema non è mai stato tecnologico: è economico. Come ha spiegato Tatsuya Amano dell’Università di Cambridge, le persone abbandonano la propria lingua madre perché la lingua dominante offre vantaggi economici e politici concreti. Nessun database salva una lingua che non conviene più parlare.
Il futuro della cultura sta in questa contraddizione: possiamo registrare tutto, ogni lingua, ma non possiamo convincere nessuno a continuare a usarla. È la differenza tra un museo e una comunità viva.
Il nuovo tribalismo digitale
C’è, a dirla tutta, un fenomeno che va nella direzione opposta, e merita attenzione. La stessa globalizzazione che omogeneizza produce, per reazione, nuove forme di identità culturale. Le diaspore digitali ricreano comunità linguistiche e culturali online. Il K-pop ha reso il coreano una lingua di consumo culturale globale senza bisogno di colonizzazione. La rinascita della religione popolare cinese (stimata in 950 milioni di praticanti secondo alcuni sondaggi) dimostra che le culture locali sanno riemergere anche dopo decenni di repressione.
Il futuro della cultura, insomma, non è una linea retta verso l’omologazione. È più simile a un frullatore in cui le cose si mescolano ma non si dissolvono del tutto: restano grumi, addensamenti, zone di resistenza. Gli Ainu in Giappone hanno usato la globalizzazione per far conoscere la propria cultura al mondo. I programmi di immersione linguistica hawaiani hanno riportato una lingua dal bordo dell’estinzione.
Il problema è che queste sono eccezioni, non la regola. Per ogni lingua salvata, lo ribadisco, dozzine ne muoiono in silenzio.
La vera questione
Ho scritto un pezzo qualche tempo fa sulle origini del linguaggio umano: la capacità linguistica era presente almeno 135.000 anni fa, molto prima che iniziassimo a dipingere nelle caverne. Abbiamo passato decine di migliaia di anni con il potenziale di parlare prima di costruire le prime lingue sociali.
Oggi stiamo facendo il percorso inverso: abbiamo migliaia di lingue e stiamo lentamente rinunciando alla diversità che contengono. Non per incapacità, ma per convenienza. E forse anche per una certa fatica di stare nel presente che ci porta a semplificare tutto, comprese le parole con cui pensiamo il mondo.
Tra mille anni la cultura umana esisterà ancora: su questo non ho dubbi. Sarà riconoscibile? Questo non lo so. Quello che so è che le scelte che facciamo adesso (quali lingue insegniamo ai bambini, quali dati diamo in pasto alle macchine, quali storie consideriamo degne di essere raccontate) sono il DNA di quello che verrà.
È un pensiero che fa venire voglia di spegnere il telefono e andare a parlare con qualcuno. In dialetto, possibilmente.
Approfondisci
Il futuro della cultura dell’umanità si intreccia con la storia profonda del linguaggio e con le scelte che stiamo facendo oggi sulla tecnologia e sull’educazione. Se il tema ti interessa, ho esplorato le radici antichissime della nostra capacità linguistica in un pezzo sulle origini del linguaggio, e ho ragionato sul desiderio crescente di “tornare indietro” culturalmente come reazione alla velocità del presente. Per chi vuole allargare lo sguardo, c’è anche la riflessione su cosa significhi davvero costruire una civiltà futura quando l’uomo perfetto ancora non esiste.