Pavlov suonava un campanello, e il cane sbavava: dei ricercatori francesi e americani hanno spruzzato repellente DEET, e le zanzare hanno imparato a mordere. Sembra la battuta di un convegno di entomologi mezzi alticci, ma è il Journal of Experimental Biology. Il DEET, per chi non mastica chimica industriale, è la N,N-dietil-meta-toluammide: la sostanza brevettata dall’esercito americano nel 1946, registrata per uso civile dal 1957, e da allora il principio attivo dominante in praticamente tutti gli spray antizanzare del pianeta.
Funziona, costa poco, dura circa cinque ore, e l’OMS lo usa nelle aree dove malaria e Dengue ammazzano per davvero. Lo studio appena uscito ha preso Aedes aegypti, la zanzara che porta Dengue, Zika, Chikungunya e febbre gialla (complimenti), e l’ha condizionata in cinque programmi diversi.
Come hanno fatto? Semplice: odore di DEET, poi sangue. Di nuovo dore di DEET, di nuovo sangue. E così via. Le zanzare lo imparano in fretta, perché le zanzare imparano, non è un dato nuovo. La novità è cosa imparano: che lo strumento che serviva ad allontanarle è diventato l’avviso che si mangia. Solo io ho reagito istintivamente pensando che i ricercatori potevano farsi i c**zi loro?
L’esperimento di Pavlov, versione zanzara
Il gruppo di Claudio Lazzari all’Università di Tours, in collaborazione con Clément Vinauger del Virginia Tech, ha messo a punto un test comportamentale: zanzare in gabbiette minuscole, un bersaglio caldo (una sacca di sangue) che si avvicina, e un sensore che misura i movimenti della proboscide, il pungiglione con cui la zanzara cerca di pungere. La risposta si chiama biting attempt response: ci prova a mordere, o non ci prova.
Cinque programmi di addestramento, cinque combinazioni diverse di calore, odore di repellente DEET e ricompensa-sangue. Il programma che ha cambiato le carte è uno solo: uno spruzzo di DEET mentre la zanzara sta già pungendo la sacca di sangue. Ripetuto qualche volta. Dopo, le stesse zanzare esposte di nuovo al DEET aumentavano significativamente la risposta di puntura. Delle zanzare esposte al DEET prima di vedere il sangue, invece, nessuna provava a pungere. La distinzione è tutta in quel “mentre”.
Poi è arrivato il test che fa storcere il naso, e che una ricercatrice del gruppo ha eseguito su sé stessa. Due mani, una pulita e una con il repellente DEET applicato. Zanzare non addestrate: il 100% sceglie la mano pulita. Zanzare passate dal programma DEET-sangue: il 50% va dritto sulla mano col repellente. La metà esatta. Hanno fatto lo stesso esperimento sostituendo il sangue con zucchero (le zanzare in natura mangiano per lo più nettare): identico risultato. Non era il sangue il punto. Era l’associazione dell’odore del repellente con la possibilità di mangiare.
Scheda Studio
Pubblicazione: Lazzari, De Luca, Nally, Dufour, Vinauger, “Associative learning switches DEET valence from aversive to appetitive in Aedes aegypti“, Journal of Experimental Biology 229(10): jeb251935 (2026). DOI: 10.1242/jeb.251935.
Perché funziona così, e perché è scomodo
Lazzari ha una sua ipotesi: il DEET non sarebbe né un veleno, né una barriera olfattiva. Sarebbe un messaggio. Il repellente DEET probabilmente mima sostanze che certe piante producono per allontanare gli insetti, e per gli insetti il messaggio innato è “qui non trovi niente di buono”.
L’apprendimento associativo può ribaltare quel messaggio: se l’odore arriva insieme a un pasto effettivo, “qui niente di buono” diventa “qui si mangia”. È quello che gli autori chiamano, nel titolo del paper, lo switch di valenza: da avversiva ad appetitiva. Un meccanismo che peraltro era già stato osservato nel 2014 nei moscerini della frutta, mai dimostrato in modo così pulito su una zanzara vettore di malattie.
Lo scenario realistico in cui questo conta non è quello del laboratorio: è quello, banalissimo, di chi mette il repellente al mattino e va al lavoro. Dopo qualche ora la concentrazione di DEET sulla pelle scende: troppo bassa per allontanare la zanzara, abbastanza alta perché la zanzara la senta. Se in quel momento riesce a pungere, ha imparato qualcosa. Se la stessa zanzara è in giro il giorno dopo, lo strumento di difesa è già una candela accesa nel cervello dell’insetto. Vinauger, prudente, dice che non si traduce direttamente in una situazione del mondo reale che ci si aspetti di vedere. La differenza tra il laboratorio e Sorrento ad agosto, però, è meno grande di quanto faccia comodo pensare.
Cosa cambia nel frattempo, e cosa no
Non cambia niente di immediato. Lazzari stesso lo ripete: il repellente DEET resta lo standard mondiale, salva vite, l’OMS lo raccomanda. L’unico consiglio operativo che si ricava dallo studio è leggere le istruzioni sulla bomboletta. Quante ore dura davvero quella concentrazione, ogni quanto va riapplicato. Quel foglietto che nessuno legge è esattamente la differenza tra repellente e attrattore, almeno in laboratorio.
Le strade alternative che si stanno aprendo da qualche tempo, per fortuna, non sono poche: farmaci come il nitisinone che rendono il sangue letale per la zanzara che lo beve, droni in California che spruzzano batteri sulle larve, perfino scudi laser da scrivania che fulminano le zanzare in volo. Una varietà di approcci che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata roba da supplemento estivo di rivista per nerd.
Resta il fatto che le zanzare imparano. E imparano in fretta. Resta il fatto che il problema, alla fine, è sempre lo stesso da ottant’anni: l’evoluzione gioca tante partite contemporaneamente, e su questo tavolo siamo noi a giocare in difesa.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 5-10 anni perché lo studio si traduca, eventualmente, in modifiche concrete del modo in cui usiamo il repellente DEET o in formulazioni nuove.
Serve prima replicare l’effetto in condizioni meno artificiali del laboratorio (zanzare libere, mani reali, intervalli temporali realistici fra applicazione e morso), capire se vale anche per le specie europee e non solo per Aedes aegypti, e poi eventualmente riformulare il prodotto o le istruzioni d’uso.
Chi ne beneficerà per primo non saranno i vacanzieri in Salento, ma le persone nei paesi tropicali dove il DEET viene applicato di routine in concentrazioni più alte e dove ogni mezza ora di repellente meno efficace si conta in casi di Dengue.