Quando Cecilia Laschi parla in inglese ha ancora l’accento pisano di chi al Sant’Anna ci ha insegnato per anni prima di traslocare a Singapore. Lì dirige il Soft Robotics Lab della National University of Singapore, un gruppo che si occupa di robot fatti di materiali morbidi, non di metallo: pensate a mani di gomma capaci di afferrare un pomodoro senza schiacciarlo. Da qualche anno Cecilia lavora con il collega Benjamin Tee su un problema che sembra banale e non lo è: come far reagire uno di questi robot al tocco, senza costringerlo a pensarci prima. La risposta l’hanno pubblicata su Science Advances: è un sensore soft, stampato in 3D, che non contiene neanche un singolo chip.
Si chiama ME-SOFS ed è grande come un cecio. Dentro, cinque piccole camere cave piene d’acqua distillata, e un “pilastro” centrale che si inclina quando qualcuno lo preme. Se si preme di lato, l’acqua va di lato: se si preme dall’alto, l’acqua va in giù. Il fluido corre in tubicini sottili e arriva a un attuatore, che è la parte del robot che si muove davvero, tipo un dito artificiale.
Fine. Nessuna scheda elettronica, nessun processore né cavo di alimentazione. La forza del dito che preme diventa direttamente movimento del robot dall’altra parte, come quando si tira la corda di una campana.
Un guanto grande… Solo come un guanto
Per far vedere all’opera il sensore soft, il gruppo ha stampato in 3D un guanto morbido con cinque di questi sensori sulle punte delle dita, uno per polpastrello. Un unico pezzo, senza parti montate.
Chi lo indossa afferra un oggetto, e il guanto capisce quanto pesa l’oggetto senza alcun algoritmo: semplicemente, il peso comprime in modo diverso le camere con l’acqua distillata. Poi il gruppo ha collegato il sensore soft a un cuscinetto haptic, uno di quei dispositivi che vibrano sulla pelle: un operatore con gli occhi coperti da una benda ha guidato un braccio robotico solo sentendo sui polpastrelli quanto stringeva. E il braccio ha imparato a ripetere il gesto da solo, sostituendo l’operatore.
Le applicazioni immediate secondo gli autori? Tante e utili: protesi con feedback tattile, formazione medica, assistenza agli anziani con robot che rispondono a un carico improvviso come farebbe un riflesso umano.
Il paradosso del sensore soft che non calcola
Per anni la robotica morbida ha inseguito la sensibilità aggiungendo via via l’elettronica: sensori sempre più piccoli, chip sempre più veloci, e di recente modelli di intelligenza artificiale sempre più affamati di dati. A gennaio 2026 vi abbiamo parlato di un guanto con 550 sensori tattili elettronici: era la strada maestra. ME-SOFS ne ha “solo” cinque, meccanici, e per certi compiti sembra bastare.
Il test in acqua a 90°C e a 11 metri di profondità è una prova: il sensore soft continua a funzionare anche in quelle condizioni perché non c’è niente che si possa cortocircuitare, e i canali del fluido si equilibrano con la pressione ambientale. È lo stesso principio con cui un polpo tocca il mondo senza avere un cervello grande.
La notizia, alla fine, mi lascia un buon sapore: uno dei sensori soft più eleganti di questi anni non parla la lingua dell’intelligenza artificiale, ma quella dell’idraulica: con un po’ di accento pisano.
PS – A proposito: in fase di stesura mi è giunta notizia di un terremoto in quella zona. Un abbraccio a tutti i toscani, per un giorno accomunati a noi Flegrei di nascita (o di adozione, come me). Forza!
Il lavoro di Yu, Tee e Laschi in breve
Pubblicazione: Yu Kelu et al., “Mechanical multiaxis force sensor for directly bridging sensing and fluidic actuation”, pubblicato su Science Advances (2026). DOI: 10.1126/sciadv.aeb8052.
Quanto tempo ci vuole per passare dal laboratorio a un braccio robotico che ci assiste?
Dico dai 5 ai 10 anni per le applicazioni protesiche e la formazione medica, tempi più lunghi per l’assistenza domestica agli anziani.
Il sensore ha superato la fase dimostrativa, non quella industriale: serve una filiera di stampa 3D affidabile su volumi grandi e certificazioni mediche che non arrivano prima di qualche anno.