Prendi il carrello, giri per il corridoio dei succhi e delle bibite, e leggi un’etichetta a caso: “E330”, “E300”, “E202”. Sono sigle che quasi nessuno decifra al banco frigo, ma che quasi tutti ingeriscono ogni giorno. Un nuovo studio pubblicato sull’European Heart Journal mette otto di questi conservanti comuni sotto osservazione per un possibile legame con la pressione alta.
Lo studio arriva dal team di Mathilde Touvier e Anaïs Hasenböhler, ricercatrici dell’INSERM e delle università Sorbonne Paris Nord e Paris Cité. Fa parte di NutriNet-Santé, un progetto francese che da anni segue le abitudini alimentari e la salute dei volontari.
112mila persone, un diario ogni sei mesi
I ricercatori hanno seguito 112.395 persone per una media di sette-otto anni. Ogni sei mesi, i partecipanti scrivevano tutto quello che mangiavano e bevevano in un periodo di tre giorni, indicando anche la marca del prodotto. Un lavoro meticoloso, che ha permesso di ricostruire l’esposizione reale a decine di additivi diversi, non una stima approssimativa.
Il quadro che emerge è quasi impossibile da aggirare: il 99,5% dei partecipanti ha consumato almeno un conservante nei primi due anni di osservazione. Non stiamo parlando di un rischio di nicchia legato a pochi cibi particolari, ma di una presenza quasi universale nella dieta occidentale.
Gli otto conservanti sotto osservazione
Su 17 additivi analizzati nel dettaglio, otto sono risultati collegati a un rischio più alto di pressione alta: sorbato di potassio (E202), metabisolfito di potassio (E224), nitrito di sodio (E250), acido ascorbico (E300), ascorbato di sodio (E301), eritorbato di sodio (E316), acido citrico (E330) ed estratto di rosmarino (E392). L’acido ascorbico, in particolare, è risultato legato anche a un rischio più alto di malattie cardiovascolari.
Chi consumava le dosi più alte di conservanti non antiossidanti (quelli che bloccano batteri e muffe) aveva un rischio di ipertensione superiore del 29% e un rischio cardiovascolare superiore del 16%, rispetto a chi ne consumava meno. Chi assumeva più conservanti antiossidanti (quelli che rallentano l’irrancidimento) arrivava a un rischio di ipertensione superiore del 22%.
Un dettaglio che va tenuto a mente: qui la distinzione tra “quanti additivi sono stati testati” e “quanti sono davvero incriminati” fa la differenza. Su 58 conservanti presenti nei dati alimentari raccolti, ne restano otto con un’associazione specifica. Il resto della lista, semplicemente, non ha mostrato lo stesso segnale.
Lo studio in breve
Pubblicazione: Hasenböhler, Touvier et al., “Preservative food additives, hypertension, and cardiovascular diseases: the NutriNet-Santé study”, pubblicato su European Heart Journal (2026). DOI: 10.1093/eurheartj/ehag308.
Cosa cambia davvero, per ora
Touvier e il suo gruppo chiedono una rivalutazione di questi additivi da parte delle autorità competenti, l’EFSA in Europa e la FDA negli Stati Uniti. Non è una richiesta banale, se pensiamo che gli stessi cibi ultra-processati sono già finiti sotto la lente per altre ragioni, dal peso corporeo alle funzioni cognitive.
Le ipotesi sul meccanismo restano da confermare: stress ossidativo, interferenza con il funzionamento del pancreas, effetti sul microbiota intestinale. Chi lavora su alternative naturali, come i conservanti a base vegetale, ha probabilmente appena guadagnato un argomento in più.
Nel frattempo, la raccomandazione più concreta resta la più vecchia: preferite cibo poco lavorato. Lo stesso consiglio che vale per la carne rossa e per mezza dispensa di prodotti industriali, ripetuto ormai da anni senza che il carrello della spesa cambi granché.
Le sigle sull’etichetta restano lì, tra la lista ingredienti e la scadenza. La revisione chiesta dai ricercatori, per ora, resta solo una richiesta.