A Madrid, alla fine di agosto, in una sala del congresso della Società Europea di Cardiologia, un poster mostrava tre grafici con curve che scendono, tutte insieme, dal giorno zero al giorno novanta. Chi si è fermato a guardarle ha visto una cosa che i cardiologi rincorrono da un pezzo: un marcatore chiamato hs-CRP che cala di oltre l’85% con una sola puntura ogni tre mesi. Il farmaco si chiama pacibekitug, e per la prima volta prova a spegnere l’infiammazione cronica prima che la faccenda diventi un infarto.
Il trial si chiama TRANQUILITY, ed è di Fase 2. L’ha portato avanti Tourmaline Bio, una piccola azienda di New York che ha arruolato centoquarantatré pazienti con reni malandati e infiammazione fuori scala: il conduttore scientifico del programma cardiovascolare è Deepak Bhatt, del Mount Sinai.
85% di riduzione dell’hs-CRP dopo tre mesi: detto altrimenti, il segnale d’allarme che il corpo “suona” quando è infiammato scende quasi a zero, e ci resta per un tempo lungo.
Perché l’infiammazione è finita nel mirino dei cardiologi
Per decenni i problemi di cuore sembravano legati ad una pura questione di grassi: abbiamo discettato sempre di colesterolo alto, di statine, di arterie che si intasano come tubi vecchi e di tutto il resto. Poi negli anni duemila è arrivata la consapevolezza che anche l’infiammazione cronica è un motore silenzioso della malattia coronarica.
Un’infiammazione bassa ma continua, che rovina le pareti dei vasi, aggrava le placche e, alla fine della fiera, predispone e prepara il terreno all’infarto. Il marcatore che i cardiologi hanno imparato a guardare si chiama hs-CRP: quando è alto, il rischio cardiovascolare cresce anche se il colesterolo è a posto.
Il pacibekitug bersaglia l’interleuchina-6, una proteina che il corpo produce quando c’è qualcosa da spegnere. In pratica: intercetta il messaggero prima che consegni il messaggio. La novità dichiarata è la durata. Le altre molecole anti-IL-6 si fanno una volta al mese; questa, nel braccio migliore, tiene tre. Quattro punture all’anno, non dodici.
La riduzione dell’hs-CRP, comunque, non arriva da sola. Nel poster ESC si legge che sono scesi anche il fibrinogeno, la lipoproteina(a) e la siero-amiloide A, tutti biomarcatori legati all’attività dell’IL-6 e al rischio cardiovascolare. La coerenza del segnale è la parte che i cardiologi presenti hanno commentato di più. Se una molecola sposta un solo indicatore, può essere fortuna: se ne sposta quattro insieme, la strada è quella giusta.
Un dato che manca, e uno che stona
Il punto è che ridurre l’hs-CRP dell’85% non equivale a ridurre gli infarti dell’85%. Sono due cose diverse. TRANQUILITY ha misurato un marcatore, non un evento cardiovascolare: nessuno degli arruolati è stato seguito abbastanza a lungo per contare quanti infarti in meno, quanti ictus in meno, quanti morti in meno. Per quello servirà una Fase 3, che Tourmaline dice di voler iniziare dopo un incontro con FDA a fine 2025. Il traguardo minimo è cinque anni, forse di più.
C’è poi un’altra faccenda che il comunicato ricorda solo di passaggio. I pazienti arruolati avevano una malattia renale cronica, non arterie coronarie ostruite: erano il modello comodo per misurare l’effetto, perché in quella popolazione l’hs-CRP è cronicamente alto. Ma il pubblico vero per cui il farmaco è pensato sono i pazienti con aterosclerosi. E su di loro, per ora, non ci sono numeri. Solo grafici presi da persone diverse, con reni diversi, in cui la molecola ha funzionato.
Il mercato ci crede: gli analisti stimano che il segmento delle malattie cardiovascolari aterosclerotiche valga oltre 28 miliardi di euro entro il 2035. Il che spiega, in parte, perché una Fase 2 su un marcatore surrogato basti a spostare miliardi di capitalizzazione. La medicina ancora no.
Guardiamo l’infiammazione da vicino, ma la strada per fermare davvero infarti e ictus resta lunga, e ha imboccato più deviazioni di quante ci ricordiamo.
I dati Fase 2 in breve
Pubblicazione: Pergola et al., “A Multicenter, Randomized, Double-Blind, Placebo-Controlled Ph2 Trial of Pacibekitug SC Quarterly or Monthly in Patients with Elevated hs-CRP and Chronic Kidney Disease: TRANQUILITY 90-Day Results”, poster presentato al Congresso ESC 2025, Madrid, agosto 2025. Nessuna pubblicazione peer-reviewed disponibile al momento.
Dati chiave: 143 pazienti con hs-CRP elevato e insufficienza renale cronica, randomizzati a placebo o pacibekitug sottocutaneo (15 mg mensili, 15 mg trimestrali, 50 mg trimestrali). Riduzioni dell’hs-CRP oltre l’85% dal basale nel braccio 50 mg trimestrale, con significatività statistica p<0,0001 in tutti i bracci attivi. Riduzioni significative anche di fibrinogeno, siero-amiloide A e lipoproteina(a). Eventi avversi paragonabili al placebo. Sponsor: Tourmaline Bio (NASDAQ: TRML).
Cosa cambia per chi prova a proteggere il cuore
Se la Fase 3 dovesse confermare che spegnere l’infiammazione significa meno infarti, cambierebbe il modo in cui certi pazienti vengono seguiti. Non chi ha il colesterolo alto (per quelli restano le statine), ma la fascia con hs-CRP persistentemente elevato nonostante colesterolo controllato: oggi hanno terapia limitata, e sanno di essere a rischio.
Una puntura ogni tre mesi per chi già fa cinque farmaci al giorno, comunque, non è una piccolezza logistica. È il tipo di semplificazione che aumenta la compliance e, con essa, il beneficio reale. Sempre che il farmaco arrivi, e a un prezzo accessibile.
Quanto manca davvero
Abbiamo davanti dai 6 ai 10 anni per un’eventuale approvazione, forse mai se la Fase 3 non conferma il beneficio clinico oltre il marcatore.
Serve un trial di outcome cardiovascolare su pazienti con aterosclerosi vera, non solo insufficienza renale, con follow-up lungo per contare eventi reali. I prezzi, comunque, restano il freno: gli analoghi anti-IL-6 in altre indicazioni costano decine di migliaia di euro l’anno, e per i sistemi sanitari pubblici questo è il vero collo di bottiglia.
Nel frattempo, altre strade continuano ad aprirsi in parallelo: dalle nanoparticelle che mangiano il grasso nelle arterie al lavoro sui batteri orali come concausa nascosta dell’infarto.
È un buon segno: vuol dire che il cuore non lo stiamo più guardando da un solo angolo. Ma vuol dire anche che nessuna di queste piste presa da sola, forse, sarà decisiva.