Un altro telescopio spaziale? Domanda legittima. Dopotutto abbiamo Hubble che va da 36 anni, abbiamo Webb che dal 2022 ci fa vedere galassie a distanze che sfidano la cosmologia. Perché ne serve un terzo, e perché adesso? Il 30 agosto la NASA risponde a modo suo: manda in orbita il telescopio Roman. Chi lo ha costruito dice che farà in 5 anni 50 volte quello che Hubble ha fatto in 30. Vale la pena di prestare attenzione, allora.
Cosa fa il telescopio Roman, in parole povere
Facciamo un passo indietro, torniamo alle origini: un telescopio spaziale è uno specchio con dietro una macchina fotografica molto seria. Puoi puntare uno specchio grande su una fetta piccola di cielo, o uno specchio medio su una fetta grande. Hubble e Webb hanno scelto la prima strada, il telescopio spaziale Roman la seconda.
Lo specchio del Roman è largo 2,4 metri, esattamente come Hubble. Stessa taglia (ma un quarto del peso): e sopra ci hanno montato una macchina fotografica infrarossa da 300 megapixel. A ogni scatto, il Roman inquadra un pezzo di cielo 100 volte più grande di quello che vede Hubble. 100 volte. Avete letto bene.
Julie McEnery, che guida il progetto scientifico, lo dice così a Popular Science:
“Roman è l’obiettivo grandangolare, Webb è lo zoom”. Non si sovrappongono, si tengono compagnia.
Il telescopio in cifre
Costruttore: NASA Goddard Space Flight Center, Maryland. Lancio: 30 agosto 2026, 7:26 EDT (13:26 in Italia), Falcon Heavy da Kennedy LC-39A. Costo del solo lancio pagato a SpaceX: circa 235 milioni di euro.
Dati chiave: specchio da 2,4 metri (peso 10.500 kg al lancio) con fotocamera infrarossa da 300 megapixel. Il campo visivo è 100 volte quello di Hubble. Destinazione: punto L2, a 1,5 milioni di km dalla Terra. Missione primaria: 5 anni.
Perché il telescopio Roman conta, e parecchio
Le belle foto fanno sempre piacere, per carità, e ci saranno anche stavolta. Ma il vero mestiere del Roman è un altro: la caccia alla materia oscura, all’energia oscura e sopratutto agli esopianeti simili alla Terra. Spendo due parole su ciascuna delle “missioni”, senza fare gli astrofisici.
La materia oscura è quella roba invisibile che tiene insieme le galassie: sappiamo che c’è, non sappiamo di cosa sia fatta. L’energia oscura è ancora peggio: sta spingendo l’universo a espandersi sempre più in fretta, e nessuno ha idea di cosa sia. Insieme, sono il 95% di tutto ciò che esiste. Il restante 5% è quello che vediamo: stelle, pianeti, galassie e… noi. Il Roman farà censimenti di galassie su una scala mai vista prima, e sono proprio quei censimenti che potrebbero dirci qualcosa di nuovo sui due grandi punti interrogativi di cui sopra.
Sugli esopianeti il discorso è ancora più concreto. Il Roman userà una tecnica detta microlensing: quando un pianeta invisibile passa davanti a una stella lontana, la sua gravità fa da lente e distorce la luce. È un effetto minuscolo, ma il Roman è tarato per vederlo.
Si stima che scoprirà decine di migliaia di nuovi mondi, molti fuori dalla portata di PLATO, il cacciatore di gemelli della Terra messo in campo dell’ESA.
Il posto del Roman nella squadra
In astronomia, i telescopi non lavorano mai da soli: si passano il testimone. Il Roman scoverà qualcosa di strano in una porzione di cielo, e Webb ci punterà il suo zoom potentissimo per capire cosa sia.
C’è però un limite onesto da mettere in chiaro: il Roman è progettato per la manutenzione robotica, che ancora non esiste. Hubble ha ricevuto 5 visite di astronauti in 30 anni, e quelle visite gli hanno salvato la vita. Il Roman starà a 1,5 milioni di km, dove nessuno passa a fare manutenzione. È una scommessa sull’ingegneria.
I tempi del lavoro scientifico
Orizzonte stimato: 5 anni di missione primaria, estendibile fino a 10. Prime immagini scientifiche all’inizio del 2027, dopo 6 mesi di rodaggio in orbita.
I dati grezzi diventano pubblici 1 anno dopo ogni osservazione. Il grosso dei risultati sulla materia oscura arriverà dal terzo o quarto anno, quando i censimenti diventeranno statisticamente robusti.
La cosa che mi colpisce del telescopio Roman è il modo diverso di fare astronomia che porta con sé. Non sarà più “vado a caccia di un obiettivo specifico” ma “mappo una porzione enorme di cielo, poi vedo cosa salta fuori”. È lo stesso salto che negli ultimi 20 anni ha cambiato il volto della biologia con il sequenziamento massivo.
Poi certo, il lancio di domani 30 agosto potrebbe slittare, come è già successo per l’ELT cileno. Ma se una domenica mattina, ora della Florida, un certo razzo bianco decolla, tra 6 mesi cominceremo a leggere di scoperte che oggi non sappiamo nemmeno immaginare.