C’è una catena di montagne alta come l’Himalaya ma lunga il triplo, sepolta sotto due chilometri di ghiaccio antartico. Nessun escursionista la vedrà mai: i satelliti radar ne intuiscono appena la forma, e nessun piede umano potrà mai posarsi sulla sua roccia. Che storia è?
Due ricercatori dell’Australian National University, Bei Chen e Ian Campbell, hanno appena pubblicato su Earth and Planetary Science Letters lo studio che mette a fuoco quella catena: fa parte delle cosiddette super montagne del Gondwana, il supercontinente che 600 milioni di anni fa comprendeva l’attuale Antartide insieme ad Africa, Sud America, India e Australia. Per capirci con un’immagine domestica: quello che l’Antartide nasconde oggi sotto il ghiaccio era, all’epoca, un rilievo di grandezza monumentale.
Come si ricostruisce una montagna che non c’è più
Come vi dicevo, nessuno ha scavato nel ghiaccio per trovarla. Chen e Campbell hanno analizzato 1.700 zirconi, minuscoli cristalli che si formano solo sotto pressioni enormi, alla radice dei sistemi montuosi più imponenti. Ogni zircone porta impresso un orologio chimico che dice quando e dove si è formato. Mettendone insieme migliaia, gli autori hanno trovato un picco netto tra 650 e 450 milioni di anni fa, concentrato proprio nei sedimenti che oggi giacciono sotto l’Antartide: la firma di una catena montuosa in stile himalayano che nessuno aveva mai osservato direttamente, perché sepolta sotto due chilometri di ghiacci.
L’interesse vero comincia quando quella montagna inizia a sgretolarsi. Senza vegetazione a trattenere il suolo e senza radici a rallentare l’erosione, pioggia e vento hanno “smontato” l’intera catena riversando in mare fosforo, ferro e altri nutrienti in quantità oggi impensabili.
Gli oceani dell’epoca, poveri di tutto, si sono ritrovati con una scorta di elementi che di solito scarseggiano.
La coincidenza che gli scienziati non riescono a ignorare
Quel periodo di erosione massiccia si sovrappone quasi perfettamente all’esplosione cambriana, iniziata circa 538 milioni di anni fa: il momento in cui, nel giro di pochi milioni di anni (un lampo, su scala geologica), comparvero nei fossili quasi tutti i grandi gruppi animali che conosciamo oggi, dagli artropodi ai primi antenati dei vertebrati.
Prima di allora la vita era rimasta semplice, in gran parte unicellulare, per quasi tre miliardi di anni.
Chen e Campbell non sono i primi a proporre un legame tra montagne e biodiversità: già uno studio precedente della stessa università aveva collegato le supermontagne del Gondwana all’ossigenazione dell’atmosfera terrestre. Quello che aggiungono ora è la prova geologica concreta che sotto l’Antartide si nasconde davvero un sistema montuoso di quella scala, con tanto di conoide sottomarino, il grande accumulo di sedimenti che le montagne hanno lasciato dietro di sé mentre franavano nell’oceano.
Lo studio in cifre
Pubblicazione: Bei Chen e Ian H. Campbell, “Do Himalayan-style mountains lie under the Antarctic ice: Implication for the Gondwana Supermountains, the rise of oxygen and the Cambrian explosion?”, pubblicato su Earth and Planetary Science Letters (2026).
Se devo pormi i miei (endemici) dubbi per cercare di dare equilibrio, dico che se la correlazione temporale è solida, il meccanismo causale lo è molto meno. Nessuno ha ancora dimostrato che sia stato davvero quel fosforo, e non qualcos’altro, a innescare la comparsa dei primi animali complessi.
L’indizio pesa, ma da solo non basta a chiudere la questione.
Qualche anno fa avevamo già raccontato le teorie più fantasiose sull’Antartide nascosta: questa volta la scienza non ha bisogno di inventare nulla, le basta scavare tra i cristalli. E mentre le calotte antartiche si assottigliano più in fretta del previsto, viene da chiedersi cosa altro si nasconda là sotto, in attesa che qualcuno lo trovi prima ancora che il ghiaccio se ne vada da solo.
Nel frattempo, i pochi rover che esplorano quel continente senza equipaggio continuano a raccogliere dati su un mondo che, sotto la superficie, sembra avere ancora molto da dire.