Nel 2018, un tweet di Sam Altman diceva che il mondo avrebbe avuto bisogno di qualcosa come un reddito di base per gestire l’automazione. Nell’aprile 2026, lo stesso Altman ha detto di non crederci più tanto quanto prima. In mezzo, otto anni e un saggio da 6mila parole di Bill Gates che dice l’esatto contrario di quello che pensava lui stesso quando dominava il mercato dei sistemi operativi con metodi che gli antitrust di mezzo mondo hanno passato anni a esaminare.
Il saggio si intitola The Turbulent AI Era Is Here, pubblicato ad agosto. Gates avverte che l’intelligenza artificiale sostituirà il pensiero stesso, non solo la manodopera: entro un decennio toccherà diritto, medicina, servizio clienti, software. I più esposti sono i lavori entry-level, quelli su cui i ragazzi che entrano ora nel mercato del lavoro contavano per farsi le ossa.
Cosa propone Gates, e perché non basta
La ricetta di Gates è duplice: riservare alcuni mestieri esclusivamente agli umani, anche quando le macchine li farebbero meglio, e tassare token AI e robot per finanziare reinserimento e reti sociali più forti. La prima proposta non regge sul piano economico: nessuna azienda continuerà a pagare un umano per fare peggio una cosa che una macchina fa gratis. La seconda si contraddice da sola. Se, seguendo la stessa logica di Gates, l’IA finirà per sostituire chiunque, riqualificare le persone per cosa, esattamente?
Del reddito universale, curiosamente, Gates non parla affatto. Eppure la strada dovrebbe portare lì, no? Se il lavoro sparisce, il reddito mancante deve arrivare da qualche parte. Lo chiamiamo UBI, dividendo universale, tassa negativa sul reddito? Chiamiamolo come volete, sono etichette diverse per lo stesso trasferimento: soldi per esistere, a prescindere da cosa produci.
UBI, nel 2016 lo invocavano tutti. Ora quasi più nessuno
Nel 2016 Elon Musk disse a CNBC che c’erano buone probabilità di finire con un reddito universale, causa automazione. Musk resta favorevole ancora oggi, ma si è inventato una ricetta diversa: stampare moneta e distribuirla a chi perde il lavoro, senza tassare nessuno, perché l’abbondanza di beni prodotti dall’IA compenserebbe l’inflazione da sola. Un’equazione mai vista verificarsi nella storia, con il pregio di non chiedere un euro ai patrimoni esistenti.
E vogliamo parlare di Mark Zuckerberg? Nel manifesto Personal Superintelligence di luglio 2025, ha scartato l’idea di redistribuire ricchezza collettiva: promette una superintelligenza personale a ciascuno, capace di procurarsi da sola cibo, casa, cure. “Sua Maestà, il popolo non ha il pane!” ” – Mangino agenti AI”. Se il bisogno sparisce col problema, tanto meglio: niente reddito da versare a chi non ne ha più.
Sam Altman ha fatto un giro ancora più lungo. Ne parlava già nel 2016, finanziò con circa 13 milioni di euro lo studio pilota di Oakland. Ad aprile 2026 ha detto di non crederci più come una volta: gli interessa di più la proprietà collettiva della potenza di calcolo IA. Il documento OpenAI seguito propone un fondo pubblico al posto del reddito diretto, senza spiegare cosa dovrebbero farsene le persone di quel calcolo, se l’IA ha già reso inutile il lavoro che dovrebbe sostenere.
Chi dice cosa, tra i big dell’IA
Dario Amodei (Anthropic) prevede disoccupazione al 10-20% e ha stanziato 184 milioni di euro per studiarne le conseguenze: lo 0,3% dei 60 miliardi di euro di ricavi annui dell’azienda. Jensen Huang (Nvidia) e Jeff Bezos (Amazon) negano proprio il problema: Bezos punta a mettere 92 miliardi di euro sul fondo Project Prometheus per accelerare l’automazione della manifattura.
Chiariamo una cosa, per evitare fraintendimenti anche tra me e voi, amatissimi amici e lettori: anche il reddito di base da solo, potrebbe non bastare. Ma serve a mantenere il potere d’acquisto abbastanza alto da non far collassare la domanda su cui le stesse aziende IA contano per crescere. Eppure i grandi nomi della Silicon Valley preferiscono l’ipotesi in cui il problema si dissolve da solo, con abbondanza o proprietà diffusa del calcolo: formule che rimandano il momento di firmare un assegno.
Bill Gates non ha più bisogno di far quadrare i conti di un’azienda quotata: da 18 anni non gestisce Microsoft, e può permettersi il lusso di preoccuparsi in astratto. Gli altri, ancora al comando, hanno trovato ciascuno un modo elegante per continuare a crescere senza toccare il portafoglio.
Un dirigente OpenAI l’ha messa perfino più cruda, scrivendo online che le nuove generazioni pagheranno il conto della “frode contabile” dei nonni. Peccato che i pochi nonni miliardari della Gilded Age finanziassero biblioteche e ospedali convinti che il patrimonio in eccesso fosse un fondo da amministrare per gli altri, non un reddito universale da evitare a ogni costo.
Di quella convinzione, oggi, non resta granché da amministrare.