Alle 06:34 UTC di domani, mercoledì 5 agosto, un oggetto grande come un palazzo di cinque piani colpirà la Luna. Peserà quasi cinquemila chili, viaggerà a 2400 metri al secondo, e aprirà un cratere nuovo di venti metri di diametro vicino a un cratere già esistente che si chiama Einstein. L’energia rilasciata sarà pari a tre tonnellate di tritolo: il pennacchio di polvere e detriti sollevati dall’impatto potrebbe raggiungere un milione di chili di rifiuti spaziali e materiale lunare buttato in aria, prima di ricadere lentamente sulla superficie.
Nessuno lo ha voluto. Nessuno lo ha programmato. E per un anno e mezzo, nessuno si è preso la briga di spingere quel pezzo di ferraglia lontano dalla nostra unica luna.
L’oggetto ha un nome preciso: è il secondo stadio del Falcon 9, il razzo di SpaceX. Un Falcon 9, lo saprete, è fatto di due pezzi: il primo (quello grosso, in basso) porta il carico fino a un certo punto, poi torna a terra e atterra su una chiatta in mezzo all’oceano per essere riutilizzato. Il secondo (quello che sta nella parte alta) accende i suoi motori a una quota più alta e completa il lavoro. Poi resta lì, in orbita, senza più carburante e senza più controllo.
Quello che sta per schiantarsi sulla Luna partì a gennaio 2025 per portarci due piccoli lander automatici: Blue Ghost della statunitense Firefly e Hakuto-R Resilience della giapponese Ispace.
La “piccola vedetta” che ha visto arrivare il colpo
Chi ha capito che quello stadio stava per centrare la Luna si chiama Bill Gray: è un astronomo indipendente che sviluppa software per tracciare oggetti nello spazio. Il suo lavoro principale è aiutare chi cerca asteroidi a non confondere per un sasso vero dei rifiuti spaziali: per questo ha seguito il Falcon 9 fin dal lancio.
A settembre 2025, aggiornando i suoi calcoli, si è accorto che l’orbita era cambiata: non era più un passaggio vicino, era una collisione. Poi ha lavorato mesi per capire dove e quando, tenendo conto anche di una piccola forza chiamata pressione della radiazione solare, cioè la spinta minuscola che la luce del Sole esercita su qualunque oggetto nello spazio.
Il paper firmato da Gray insieme a ventidue colleghi, guidati da Benjamin Fernando del Los Alamos National Laboratory, invita gli osservatori professionali e gli astrofili seri a puntare i telescopi sul lato illuminato della Luna. Il flash dell’impatto sarà brevissimo e difficile da vedere in pieno giorno lunare. Il pennacchio di polvere potrebbe durare tra uno e dieci minuti, e quello sì che ha una possibilità concreta di essere fotografato.
La sonda coreana Danuri e la Lunar Reconnaissance Orbiter della NASA saranno posizionate per registrare tutto dall’alto.
L’impatto in cifre
Pubblicazione: Fernando et al., “Observational planning for the 2026 August 5 Falcon 9 Upper Stage lunar impact”, preprint su arXiv (27 luglio 2026), non ancora peer-reviewed. DOI: 10.48550/arxiv.2607.14625.
Dati chiave: oggetto catalogato 2025-010D, ~4.900 kg, 12 metri di lunghezza per 4 di diametro. Velocità all’impatto 2.430 m/s (~8.700 km/h). Energia rilasciata: 14,5 miliardi di joule, equivalenti a circa tre tonnellate di TNT. Coordinate stimate: 19,455° N, 93,594° O, vicino al cratere Einstein. Materiale espulso: fino a un milione di kg secondo le stime del team di Fernando.
Un buco che nessuno vuole chiamare per nome
Ve lo dico chiaramente: quello stadio non doveva finire lì. Bastava una piccola manovra a fine missione per spingerlo in orbita eliocentrica, cioè intorno al Sole, dove sarebbe rimasto per sempre senza dare fastidio a nessuno. È lo standard delle missioni ben progettate: per metterlo in pratica servono propellente residuo pianificato in anticipo e una regola che obblighi l’operatore a smaltire.
Nessuna di queste due cose esiste per lo spazio oltre l’orbita terrestre bassa.
Il problema vero non è questo Falcon 9. Il problema è la dozzina di altri rifiuti spaziali, “oggetti alti” che Gray sta seguendo in questo momento, tra cui il terzo stadio del razzo cinese Chang’e 3 partito addirittura nel 2013. Nessuno di loro, per ora, sembra destinato alla Luna. Per ora. Perché, tornando a un fatto che ricordavamo a giugno 2024 parlando della discarica in orbita fotografata dal satellite Adras-J: la spazzatura la contiamo sempre dopo, mai prima.
Quando arriveranno regole vere per lo spazio cislunare?
Tra almeno 10-15 anni, forse mai in forma vincolante. La corsa alla Luna di Artemis, delle missioni cinesi e degli operatori privati moltiplicherà per dieci il traffico cislunare entro il 2035. Un quadro regolatorio internazionale servirebbe già ora, ma l’Outer Space Treaty del 1967 non parla di smaltimento e nessuno vuole essere il primo a legarsi le mani.
Prima di allora, contiamo i pezzi che tornano a terra e speriamo che gli altri non tornino sulla Luna.
Cosa si vedrà da qui
Per chi ha un telescopio decente e sta sul lato giusto del pianeta (Nord e Sud America, in parte Caraibi), c’è la possibilità di riprendere il pennacchio di polvere che si solleverà dopo lo schianto. Bisogna scattare foto ogni centesimo di secondo per beccare il flash, oppure tenere il telescopio puntato per una decina di minuti sperando che i frammenti espulsi diventino visibili contro il fondo scuro dello spazio.
Dall’Italia il momento sarà scomodo (mattina presto, Luna bassa) e la posizione dell’impatto sfavorevole. Ma qualcuno proverà lo stesso, come sempre.
Bill Gray dice che l’evento “non presenta pericoli per nessuno, ma evidenzia una certa noncuranza su come smaltiamo l’hardware spaziale”. È il modo educato per dire una cosa più semplice: abbiamo lasciato in giro un palazzo di 5 piani in un’orbita che portava dritti al nostro satellite, e ce ne siamo accorti solo perché un signore del Maine si è messo a fare i conti da solo.
Domani assisteremo allo schianto. E poi, prevedibilmente, ricominceremo a non pensarci.