Chetan Shah è un investitore di Mumbai. Gestisce l’azienda di famiglia, e negli ultimi mesi ha fatto più di un viaggio in Cina, e non per shopping. Shah viene a fare cose ben diverse: viene a vedere, ad esempio, come si costruiscono le batterie BYD da dentro. Fa riunioni a porte chiuse con chi le progetta. O, semplicemente, si fa un giro sulla macchina volante di XPeng. Costo del biglietto, viaggio escluso: fino a 9.000 dollari a tour. Tornato a casa, Shah confronta le sue partecipazioni occidentali con quelle cinesi nel settore chimico: e poi vende. Diverse di quelle posizioni sono crollate del 40-50% nei mesi successivi.
Storie come la sua, ricostruite in un’inchiesta di Rest of World firmata da Kinling Lo, sono ormai così frequenti da aver fatto nascere un’industria. Si chiama turismo tecnologico, e ha sostituito, per una fetta crescente di investitori e fondatori, il pellegrinaggio storico verso Cupertino e Palo Alto. Il nuovo Grand Tour, dimodoché si voglia chiamarlo così, atterra a Shanghai, a Hangzhou, a Shenzhen. Posti che ho visitato nel lontano 2012, e già mi facevano impressione in prospettiva: ora, sul piano dello sviluppo, sono diventati apoteotici (oggi non mi viene altro termine).
Cosa compri davvero, quando paghi un tour
I pacchetti vanno dai tre ai cinque giorni. Si chiamano “Shanghai AI and Robotics Innovation Tour” o “EV and Battery Deep Dive”, e includono cose che da turista normale non vedi: visite guidate dentro fabbriche BYD oltre la zona dello showroom, sessioni private di domande e risposte con i dirigenti di DeepSeek, prova del robotaxi di Baidu, giro di prova sulla macchina volante di XPeng. Volo escluso. Hotel, pasti e trasferimenti inclusi.
Le aziende in vetrina sono sempre le stesse, e non per caso: sono i campioni nazionali della corsa tecnologica cinese. BYD, che ha superato Tesla nelle vendite globali di elettriche. Unitree, i cui robot umanoidi danzanti girano su TikTok da mesi. DeepSeek, il modello di IA che ha mandato di traverso un weekend a mezza Silicon Valley a gennaio scorso.
Una sola agenzia di Shanghai, GloPen, ha portato in tour oltre mille visitatori in diciotto mesi. Clientela: Sud-Est asiatico, India, Europa, qualche americano, qualche brasiliano. Il fondatore, Boyang Shen, era un consulente in Europa fino al 2023. Ora vende esperienze immersive a chi nel mercato consulenziale tradizionale non trova quello che cerca: l’accesso fisico.
Il motore vero del turismo tecnologico è la FOMO
Shaoyu Yuan della New York University lo dice con franchezza: c’è un fattore FOMO (“fear of missing out”) che spinge il fenomeno. La sensazione, fra chi prende decisioni d’investimento o costruisce startup, è che leggere un report sull’integrazione verticale di BYD sia una cosa, e camminare in quella fabbrica un’altra. Chi non c’è andato, sente di essere in svantaggio informativo rispetto a chi c’è andato. E paga per compensare la lacuna.
Il fenomeno si autoalimenta in modo quasi meccanico. Il classico passaparola: qualcuno vede un contenuto cinese su TikTok, prende un tour, torna a casa e pubblica un thread. Il thread genera curiosità in altri, che prendono il tour dopo. Lo youtuber americano iShowSpeed va a Shenzhen ad aprile 2025, sale su una macchina volante, fa 600.000 visualizzazioni: il giro successivo è pieno. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz va da Unitree a febbraio, guarda i robot fare kung fu, il video diventa virale sui media cinesi. Ogni rotazione del ciclo aggiunge spettatori, aggiunge curiosi, aggiunge ticket venduti.
Il punto delicato è cosa esattamente compri. La fabbrica BYD che ti aprono è la stessa che troveresti tre stabilimenti più in là, senza guida? L’incontro con il dirigente DeepSeek è la stessa conversazione che lo stesso dirigente farebbe con un cliente serio, o è un teatrino tarato sull’ospite occidentale? La risposta onesta è: dipende da chi compra e da chi accompagna, e nessuno dei due ha interesse a dirlo.
Anche Pechino guadagna dal turismo tecnologico
C’è anche un’altra parte che al governo cinese non disturba affatto. Il turismo tecnologico è una macchina di soft power a costo zero per Pechino: ogni founder che torna in patria e racconta agli amici che “in Cina sono dieci anni avanti” fa lavoro promozionale gratuito, più efficace di qualunque campagna di comunicazione istituzionale. Le aziende lo hanno capito. XPeng vende biglietti per il proprio showroom dal gennaio scorso, e sono quasi sempre esauriti. A Shenzhen, su Tripadvisor, il “Tech Tour” è l’attività turistica al primo posto.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: il fenomeno è già qui, e crescerà nei prossimi 2-3 anni prima di stabilizzarsi.
Più operatori, prezzi in calo per i pacchetti base (i 92 dollari del tour Shenzhen su Trip.com sono il primo segnale), specializzazioni verticali (solo IA, solo biotech, solo auto elettriche).
Il pubblico cambierà composizione: meno investitori già strutturati, più curiosi con redditi medio-alti, qualche scolaresca STEM americana. Il valore informativo per chi va calerà man mano che l’esperienza diventerà di massa. A guadagnarci di più non sono i visitatori, ma le aziende ospitanti e l’immagine-Paese.
Concludendo (come diceva Mike nel famoso spot della grappa): il turismo tecnologico funziona come una conferma di una tesi che gli ospiti hanno già, prima di partire. Quale? La Cina è avanti. Chi torna e dice il contrario non viene invitato al podcast.
Chi torna entusiasta fa contenuti per giorni, e il prossimo tour si vende da solo: mille visitatori in diciotto mesi, novemila dollari a testa, una sola agenzia. Le altre stanno aprendo adesso.