Se stanotte doveste immaginare la città più antica che vi viene in mente, cosa vedreste? Probabilmente una piramide egizia, uno ziggurat mesopotamico, magari un tempio greco: cose grandi, imponenti, costruite per intimidire chi le guardava dal basso. Ecco, Mohenjo-daro non è così. È una città di quattromila anni fa, nel Pakistan meridionale di oggi, che aveva 40.000 abitanti e la stessa dignità architettonica di una capitale. Solo che al centro, dove ci si aspetterebbe un palazzo reale, c’è una piscina pubblica. E fognature: chilometri di fognature, con pozzi di ispezione, incassate sotto strade dritte.
Nel maggio del 2026, un archeologo dell’Università di York di nome Adam Green ha pubblicato sulla rivista Antiquity un lavoro che rimette in fila i conti di questa città sorprendente. Ha preso i dati vecchi degli scavi coloniali degli anni Venti e Trenta, li ha ripassati con un software cartografico, e ha misurato le case una per una. Poi ha calcolato il coefficiente di Gini, quella cosa che gli economisti usano per capire quanto una società è diseguale. Il risultato è la ragione per cui questo pezzo sta uscendo su Futuro Prossimo, nella nostra rubrica il futuro di ieri: perché più Mohenjo-daro cresceva, meno cresceva il divario tra chi stava bene e chi stava peggio.
Una città senza re e senza tombe di lusso
Per capire quanto sia strana Mohenjo-daro bisogna guardarla accanto alle sue coetanee: nel 2500 avanti Cristo, in Egitto, si finiva di costruire la piramide di Cheope: 2,3 milioni di blocchi per la tomba di un uomo solo. A Cnosso, i re minoici affrescavano palazzi con delfini e principesse. A Ur, in Mesopotamia, un re di nome Meskalamdug si faceva seppellire con un elmo d’oro massiccio e una processione di servi immolati. A Mohenjo-daro, nella stessa era, niente di tutto questo. Nessun palazzo. Nessuna tomba con corredo. Nessuna statua di sovrano che guarda i sudditi dall’alto. Al centro della città, dove le altre civiltà mettevano il potere, i suoi abitanti hanno messo una vasca da bagno pubblica. La chiamano il Great Bath, ed è la piscina più antica del mondo.
Gli archeologi lo sanno da un pezzo che questa città era strana. Se ne discute dagli anni Venti, quando John Marshall ed Ernest Mackay tirarono fuori dalla sabbia del Sindh i primi mattoni. Ma sospettare che una città fosse egualitaria e dimostrarlo con i numeri sono due cose diverse. Green ha fatto la seconda. E il numero che ha usato è quello che oggi si usa per raccontare la disuguaglianza dell’Italia, degli Stati Uniti, del mondo intero: si chiama “coefficiente di Gini”. Volete sapere come funziona?
Il coefficiente di Gini che scende invece di salire
Il coefficiente di Gini è una scala da 0 a 1. Zero significa che tutti hanno la stessa ricchezza. Uno significa che uno solo ha tutto e gli altri niente. In pratica non si vede mai né lo zero né l’uno, ma i valori intermedi raccontano tanto. Cnosso, la Creta dei palazzi, aveva un Gini di 0,86. Palenque, la città maya con i re dentro le piramidi, 0,75. Ur e Ugarit, in Mesopotamia, oltre 0,6. Mohenjo-daro, misurata su tutte le 309 case scavate, sta a 0,44. È già molto sotto le altre.
Ma la cosa davvero curiosa è quello che succede quando si guardano le case di uno stesso quartiere strato per strato, dalle più antiche alle più recenti. Il quartiere si chiama DK-G South, ed è il pezzo di città più studiato del sito. Nelle sue case più antiche, quelle costruite intorno al 2500 avanti Cristo, il Gini era 0,39. Nelle case degli strati sopra, via via più recenti, il numero scende: 0,35, 0,29, e infine, verso il 2100 avanti Cristo, 0,23. È il livello che si trova nei primi villaggi agricoli del Neolitico, quelli che gli storici mettono in cima al podio dell’uguaglianza umana. Solo che qui non parliamo di quaranta contadini, parliamo di una città di quarantamila persone.
Nello stesso arco di tempo, la produttività cresceva. Le case erano più solide, gli isolati più regolari, il sistema fognario si estendeva. Green lo dice con calma, ma il messaggio è quello: mentre le altre città del Bronzo diventavano più ricche accumulando ricchezza in poche mani, Mohenjo-daro diventava più ricca spartendola. Non è la traiettoria che i modelli standard sull’urbanizzazione antica ci hanno insegnato ad aspettarci.
Sigilli nelle case comuni, pesi standard, fognature per tutti
Come faceva a funzionare, questo modello? Le risposte più forti stanno negli oggetti quotidiani. Nella civiltà dell’Indo si usavano sigilli in steatite per marcare le merci, un po’ come oggi useremmo un timbro aziendale o una firma digitale. Nelle società coeve del Vicino Oriente questi strumenti stavano nei palazzi reali o nei templi: era da lì che passava il commercio, e da lì che si prelevava. A Mohenjo-daro, invece, i sigilli si trovano nelle case ordinarie, sparsi per la città. Vuol dire che il commercio non era il monopolio di una casta ristretta: era una pratica diffusa, e a scambiare erano molti.
C’è di più. Tutta la civiltà dell’Indo, dai villaggi ai porti sull’Oceano, usava lo stesso sistema di pesi e misure. Piccoli cubi di pietra tarati con precisione, identici a Harappa come a Lothal come a Dholavira. Nessuno ha mai trovato un pezzo da bilancia diverso per il ricco e per il povero. E poi c’è l’infrastruttura pubblica, che è la parte più concreta di tutte. Le strade seguono una griglia, i pozzi sono distribuiti a tappeto, e ogni casa, dalla più modesta alla più grande, era collegata alla rete fognaria. Tutte le case, dice Green. Un dettaglio che nella Roma imperiale di duemila anni dopo vale solo per i palazzi.
Quello che i numeri non ci dicono
Vale la pena essere onesti su cosa questo studio non prova. Il coefficiente di Gini di Green misura le case, e le case sono un buon indizio della ricchezza abitativa: chi ha più stanze ha probabilmente più mezzi. Ma non misurano la ricchezza mobile, quella che si portava addosso o si nascondeva sotto il pavimento. Non misurano le gerarchie di genere e di parentela, che negli scavi lasciano tracce diverse. Non misurano il potere politico, se questo potere non si è mai tradotto in un edificio riconoscibile. Green lo scrive esplicitamente: il quadro è parziale.
C’è anche il fatto che il calo netto, da 0,39 a 0,23, viene da un solo quartiere. Il numero complessivo sulle 309 case, quello 0,44 che fa colpo nei titoli, è meno spettacolare. E soprattutto: non sappiamo come gli abitanti tenessero a bada la disuguaglianza. C’era una regola sulla dimensione massima delle case? Una pressione sociale contro chi ostentava? Un sistema economico che dava a tutti accesso equo alla terra e ai forni da mattoni? Green si ferma qui, e fa bene. Ci lascia con l’evidenza del risultato e con l’onestà del non sapere il meccanismo. In un mondo di studi che pretendono di avere già la conclusione in tasca, è un gesto quasi controcorrente.
Il futuro di ieri, e quello che ci resta di questa città antica
Mohenjo-daro è stata abbandonata verso il 1900 avanti Cristo, per ragioni che ancora oggi si discutono: cambiamenti climatici del monsone, spostamento dei fiumi, forse una combinazione lenta di eventi che ha reso la vita in pianura meno sostenibile. Non è stata distrutta da una guerra, non è stata conquistata da un re straniero. Semplicemente, a un certo punto, le persone se ne sono andate altrove. Come si fa oggi, in tante città che l’archeologia sta ritrovando in giro per il mondo, dall’Amazzonia al Sahel.
Quello che ne resta oggi, oltre alle rovine sotto un sole molto forte e alla sabbia che se le sta rimangiando, è un dato che vale la pena tenersi da parte. Una città di quarantamila persone, per quattro secoli, ha trovato il modo di crescere senza spaccarsi in ricchi e poveri. Non l’ha fatto con un re illuminato, perché il re non c’era. L’ha fatto con fognature per tutti, sigilli nelle case comuni, e pesi da bilancia identici da un capo all’altro del paese. Cose piccole, apparentemente. Poi Adam Green mette in fila i numeri, e ti accorgi che non erano piccole per niente.
Il lavoro di Green, Alam e Petrie
Pubblicazione: A.S. Green, I. Alam, C. Petrie, “Inequality declined in the Bronze Age city of Mohenjo-daro”, pubblicato su Antiquity (maggio 2026). DOI: 10.15184/aqy.2026.10359.
Dati chiave: 309 case analizzate a Mohenjo-daro con Gini complessivo di 0,44. Nel quartiere DK-G South, il Gini scende da 0,39 (~2500 a.C.) a 0,23 (~2100 a.C.), livello tipico dei villaggi neolitici. Confronto: Cnosso 0,86, Palenque 0,75, Ur e Ugarit oltre 0,6. Studio parte del GINI Project della Coalition for Archaeological Synthesis, che sta ricostruendo il coefficiente di Gini di 4.000 siti archeologici nel mondo.