Il 29 maggio 1925, da un accampamento chiamato Dead Horse Camp (il cavallo morto era il suo, perso nella spedizione precedente), Percy Fawcett scrisse alla moglie l’ultima lettera: nessuna paura, nessun fallimento possibile. Poi entrò nella foresta con il figlio Jack e l’amico Raleigh Rimell, a caccia della più celebre delle città perdute dell’Amazzonia. Nessuno li ha mai più visti.
Per un secolo quella storia ha fatto da monito: ecco cosa succede a chi crede alle leggende. L’archeologia ufficiale era categorica, la foresta amazzonica non poteva sostenere civiltà complesse: troppo povero il suolo, troppe inondazioni. Al massimo, poteva ospitare piccole comunità sparse. Fawcett, il visionario che cercava la sua “Città di Z”, fu considerato il matto della classe.
Poi è arrivato il laser. E adesso José Iriarte, professore di archeologia a Exeter e tra le firme dello studio che ha cambiato le carte in tavola, lo scrive senza giri di parole su The Conversation: stiamo finalmente trovando la civiltà perduta che gli esploratori come Fawcett cercavano un secolo fa. Come hanno fatto ad aprirsi la strada nella giungla? Non lo hanno fatto: per questo esistono i droni equipaggiati con il lidar.
Cosa ha visto il lidar sotto gli alberi
Il posto si chiama Llanos de Moxos, nella Bolivia settentrionale. Da terra, chi ci passa vede macchie di foresta fitta alternate a savana: niente che faccia pensare a una metropoli. Il lidar montato su elicotteri e droni, però, non guarda la vegetazione. Funziona diversamente: spara impulsi laser attraverso la vegetazione e ricostruisce il suolo nudo, come se qualcuno avesse spogliato la foresta in un rendering.
Quello che è emerso porta il nome di cultura Casarabe, fiorita tra il 500 e il 1400 dopo Cristo: una gerarchia di insediamenti su quattro livelli, con i centri maggiori estesi fino a 300 ettari (più di 400 campi da calcio, per usare il paragone di Iriarte).
Una intera civiltà capace di costruire piattaforme monumentali, strutture cerimoniali a forma di U, piramidi coniche alte una ventina di metri, e poi strade rialzate rettilinee, canali, bacini idrici e campi drenati a collegare tutto. Un’urbanistica pianificata e coordinata su scala regionale, paragonabile per logica a quella dei Maya o di Angkor.
I primi risultati, ancora vaghi, sono usciti su Nature nel 2022, e da allora la lista si è allungata a dismisura: un altro rilievo ha individuato migliaia di antiche strutture sconosciute sotto il bacino amazzonico, e in Brasile era già spuntata una rete di villaggi disposti a immagine del cosmo.
Scheda Studio
Pubblicazione: H. Prümers, C. Jaimes Betancourt, J. Iriarte et al., “Lidar reveals pre-Hispanic low-density urbanism in the Bolivian Amazon”, pubblicato su Nature (2022). DOI: 10.1038/s41586-022-04780-4.
Le città perdute non brillavano
Fawcett immaginava la sua Z come una città di pietra, con tracce d’oro e iscrizioni misteriose. I Casarabe erano decisamente più “minimalisti”. Costruivano con la terra: piattaforme di argilla compattata, terrapieni, sbancamenti colossali eseguiti senza ruote e senza animali da soma. Materiale che la foresta ricopre in fretta e che da terra sembra una collinetta qualunque: per questo nessuno, in cinque secoli di spedizioni, ci aveva visto una capitale.
C’è anche una questione di date. La cultura Casarabe si spense intorno al 1400, quasi un secolo prima che Colombo salpasse. Niente conquistadores, niente epidemie portate dagli europei: il declino è stato tutto interno, e le cause restano sconosciute. Clima, conflitti tra vicini, reti commerciali che si sfaldano? Sono solo ipotesi sul tavolo, di prove ne abbiamo poche. Insomma: la civiltà perduta esisteva davvero, e si era già perduta da sola.
Una civiltà perduta che si fabbricava il suolo
La parte più impressionante di questi ritrovamenti riguarda l’agricoltura. Il suolo amazzonico è notoriamente povero, e per decenni è stato l’argomento principe contro l’ipotesi di grandi popolazioni. Gli abitanti precolombiani lo sapevano meglio di noi: e invece di adattarsi, hanno prodotto le cosiddette terre nere amazzoniche, mescolando al suolo carbone di legna, frammenti di ossa, cocci e scarti domestici fino a renderlo fertile per coltivazioni estese.
Ci sono poi i campi rialzati strappati alle savane stagionalmente allagate, le reti di drenaggio, il mais coltivato su larga scala. La foresta “vergine” che ci hanno raccontato è in buona parte un giardino abbandonato da seicento anni, ricresciuto sopra i suoi giardinieri dopo che questi avevano letteralmente “terraformato” l’Amazzonia.
Quante città perdute restano là sotto?
La Bolivia ha aperto la strada, gli altri seguono: nella valle dell’Upano, in Ecuador, il lidar ha individuato migliaia di strutture collegate da strade, e segnalazioni analoghe arrivano da Colombia, Perù e Brasile. La frazione di Amazzonia effettivamente scansionata è minuscola, sotto il mezzo punto percentuale: le stime parlano di oltre diecimila siti ancora nascosti sotto la chioma. Il telerilevamento sta riscrivendo l’archeologia un po’ ovunque, a partire dalle botteghe segrete dei moai sull’Isola di Pasqua in giù (o in su, dipende dalla mappa).
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 10-20 anni per una mappatura lidar sistematica del bacino amazzonico.
Il collo di bottiglia non è la tecnologia: sono i voli, che costano, e i fondi, che mancano. Ogni campagna copre poche centinaia di chilometri quadrati su sei milioni totali, e la deforestazione corre più veloce dei rilievi (con un paradosso amaro: dove la foresta cade, i siti si vedono meglio, e poi spariscono sotto la soia).
I primi a beneficiarne saranno i ricercatori e, a ruota, il turismo archeologico boliviano. Le comunità indigene che su quelle terre vivono da sempre, e che certe “scoperte” le conoscevano già, per ora figurano solo nei discorsetti di ringraziamento.
Da qualche parte nello stato brasiliano dell’Acre, intanto, un elicottero con il lidar appeso alla pancia fa rifornimento sul campo di calcio di un villaggio, tra i ragazzini che guardano.
Cento anni dopo Dead Horse Camp, le città perdute si cercano così.