A Port Isabel, sul lato texano della laguna, le avvisaglie si presentano sempre nello stesso modo: chiudono la Highway 4, poi dicono di lasciare le finestre di casa socchiuse e di tenere i cani in casa. Stavolta il menu prevede il debutto dello Starship orbitale, con finestra di lancio fissata alla prossima settimana.
Chi vive da quelle parti ha visto partire quel razzo parecchie volte. Nessuna di quelle volte, però, il veicolo è rimasto davvero su. Tutti i voli precedenti di Starship hanno seguito traiettorie “tagliate” apposta: un arco lungo mezzo pianeta e un ammaraggio programmato nell’Oceano Indiano, meno di un’ora dopo il decollo, così che anche in caso di guasto totale il secondo stadio finisse comunque in acqua.
Adesso SpaceX dice che la fase di prudenza è finita, e finalmente lo ha comunicato fissando una data.
Quanto manca davvero al debutto di Starship orbitale
Poco. In termini di energia, pochissimo: fra la traiettoria sub-orbitale già dimostrata e l’orbita vera ballano qualche centinaio di metri al secondo su una velocità finale di circa 7,8 km/s. Praticamente un paio di punti percentuali.
Quel paio di punti percentuali cambia però chi decide il rientro. Su una traiettoria studiata, la gravità riporta giù il veicolo comunque, anche “morto”. In orbita no: per tornare serve che i motori si riaccendano nel vuoto, dopo ore di permanenza, e che lo facciano al momento esatto. Se non lo fanno, 100 tonnellate di acciaio restano lassù a girare finché qualcosa non decide per loro.
Il resto dei numeri resta poco intuitivo. Sono 120 metri di altezza, circa 5.000 tonnellate al decollo, e tutto questo parte da Starbase, comune del Texas meridionale che ha poco più di 500 residenti censiti. Un villaggio con un municipio, una strada e il vettore più grande mai costruito.
Chi sta aspettando questo volo, e da quanto
La lista è più lunga di quanto sembri. C’è la NASA, che su una versione lunare di questo veicolo ha appoggiato il ritorno sulla Luna. Ci sono i satelliti Starlink di terza generazione, troppo grossi per il Falcon 9. E c’è l’intero settore che negli ultimi due anni ha iniziato a immaginare hardware pesante in orbita bassa, dalle stazioni spaziali private ai rack di GPU per datacenter orbitali, che hanno senso economico solo se il costo al chilo crolla.
Poi c’è la voce in fondo all’elenco: il trasferimento di propellente fra due Starship in orbita, senza il quale la parte lunare del programma non esiste: lo raccontavamo quando era annunciato per il 2025. Siamo a fine 2026 e il primo giro completo attorno alla Terra deve ancora arrivare.
Dall’orbita al rifornimento: quanto tempo serve ancora
Forchetta realistica: 2027-2029 per il travaso di propellente dimostrato fra due veicoli. Ostacoli: la riaccensione dei Raptor nel vuoto dopo lunga permanenza, la gestione del metano liquido in microgravità (evapora, si muove, non sta fermo), la cadenza di lancio autorizzata da Starbase. Chi ci guadagna prima: gli operatori di costellazioni pesanti, molto prima di chiunque abbia in mente la Luna. Il dettaglio che ridimensiona: per un solo allunaggio servono, secondo le stime NASA, fra 10 e 20 voli di rifornimento.
Se la prossima settimana il debutto dello Starship orbitale funziona, il collo di bottiglia si sposta. Smette di essere il razzo e diventa la lista di cose sensate da mettergli dentro, perché una stiva da 100 tonnellate a prezzi bassi è un’offerta che oggi nessun mercato sa riempire.
Curioso: si è passati un decennio a sognare accessi economici allo spazio, e ora tocca inventarsi cosa portarci. Anche chi propone di sparare carichi con un cannone sta rispondendo alla stessa domanda, dall’altra parte.