Le Pleiadi sono uno degli oggetti più fotografati e misurati della volta celeste: distanza nota al metro (quasi), età stimata, composizione chimica catalogata da decenni, praticamente sappiami tutto. Eppure a un gruppo di astronomi dell’università del North Carolina è bastato incrociare i dati di rotazione del telescopio TESS con la mappa di Gaia. Il Risultato? L’ammasso che studiamo da secoli era solo la piccola parte visibile di una faccenda molto più grande. Parliamo di addirittura tremila stelle in più.
Andrew Boyle, dottorando alla University of North Carolina a Chapel Hill, ha guidato lo studio insieme a Luke Bouma (Carnegie Institution) e Andrew Mann. Il numero preciso è 3.091 stelle collegate all’ammasso che conosciamo come Sette Sorelle, sparse su una fascia di circa 1.950 anni luce. Prima di questo lavoro, gli astronomi ne contavano circa mille. Il gruppo l’ha chiamato Greater Pleiades Complex, sinteticamente direi “Le Grandi Pleiadi”, e in un colpo solo ha triplicato la famiglia. La stessa identica sorpresa, su scala diversa, che ci ha regalato la galassia nana più piccola dell’universo: minuscola, eppure capace di ridisegnare i confini del catalogabile.
Le sette stelle che in realtà sono mille
Non chiedetemi che cosa sono le Pleiadi, lo sapete bene: chi non ha mai guardato il cielo d’inverno, e non ha mai visto quei sette puntini stretti nella costellazione del Toro? Da lì il nome Sette Sorelle, che accompagna l’ammasso da millenni in culture lontanissime tra loro: dall’Australia aborigena alla Grecia antica. Il numero “sette” però è sempre stato un’approssimazione a occhio nudo, non un censimento. Le Pleiadi (in astronomia M45, in Giappone Subaru, da cui il marchio dell’automobile) contengono in realtà circa mille stelle già note. Nate insieme, da un’unica nube di gas e polvere, circa 100 milioni di anni fa. Un’inezia, su scala cosmica: la Terra esisteva già da 4,4 miliardi di anni quando quelle stelle hanno acceso i loro nuclei.
La distanza, invece, ha avuto una storia più travagliata di quanto ci si aspetti da un oggetto così familiare. Per anni gli astronomi hanno litigato tra i 380 e i 470 anni luce. Il satellite Hipparcos dell’ESA, negli anni ’90, proponeva un valore più vicino che finiva però per contraddire i modelli di formazione stellare. Nel 2014 una rete di radiotelescopi ha chiuso la questione: le Pleiadi sono distanti da noi 444 anni luce, con un margine di errore sotto l’1%. Un dettaglio da bar dell’astronomia, ma utile a inquadrare quanto siamo lontani dal parlare di stime vaghe: sulle Pleiadi, come detto, si misura al metro. O quasi.
Come si ritrova la famiglia delle Pleiadi dispersa nella galassia
Il problema con gli ammassi stellari è che si sfaldano. Le stelle nate insieme restano legate per qualche decina o centinaio di milioni di anni ma poi la gravità della Via Lattea le allontana, ognuna per la sua strada. Dopo un certo punto diventa quasi impossibile dire chi viene da dove. Le velocità si mescolano, le posizioni non c’entrano più nulla tra loro. L’unico indizio che resta è nascosto dentro le stelle stesse.
Boyle e colleghi hanno usato la rotazione come un orologio. Le stelle giovani girano su se stesse più in fretta, quelle vecchie rallentano con regolarità prevedibile. Misurando quel rallentamento con TESS, satellite pensato per cacciare pianeti extrasolari e non per questo, si può stimare l’età con una precisione che il solo posizionamento non darebbe mai. A quel dato hanno sovrapposto la cinematica di Gaia, che dal 2013 mappa posizione e movimento di un miliardo di stelle della galassia. Poi la composizione chimica misurata dallo Sloan Digital Sky Survey: stelle nate dalla stessa nube ereditano la stessa “ricetta” di elementi. Un “cocktail” scientifico formidabile, che ha restituito un risultato sorprendente.
Da quasi 7,9 milioni di stelle candidate nel catalogo TESS, il filtro ha selezionato solo quelle con rotazione, temperatura e moto compatibili con un’origine comune. Alla fine: 3.091 stelle, distribuite su oltre 600 parsec, che tracciate all’indietro nel tempo convergono tutte nello stesso punto di partenza, circa 100 milioni di anni fa. Non è un’approssimazione statistica, badate bene: quella delle Pleiadi è una traiettoria che si può disegnare, un po’ come è successo di recente quando un pianeta ha tradito la sua presenza piegando lo spaziotempo prima ancora di essere visto direttamente: nella galassia, spesso, si trova prima l’effetto e poi la causa.
Lo studio in cifre
Pubblicazione: Andrew W. Boyle, Luke G. Bouma, Andrew W. Mann, “Lost Sisters Found: TESS and Gaia Reveal a Dissolving Pleiades Complex”, pubblicato su The Astrophysical Journal (2025). DOI: 10.3847/1538-4357/ae0724.
Dati chiave: 3.091 stelle membri accertate contro le circa 1.000 note in precedenza (fattore ~20x), struttura estesa per oltre 600 parsec (~1.950 anni luce). Origine comune tracciata a ~100 milioni di anni fa. Metodo: rotazione stellare (TESS), cinematica (Gaia), composizione chimica (SDSS).
Il sospetto c’era già, mancava la prova
Qui va detta una cosa che i comunicati stampa hanno smussato: l’idea che le Pleiadi avessero parenti dispersi nei dintorni non è nata con questo studio. Già nel 2021 un lavoro di Jonathan Gagné aveva notato somiglianze cinematiche tra l’ammasso e alcuni gruppi stellari vicini, incluso il gruppo giovane AB Doradus. Il sospetto, insomma, girava da anni tra gli addetti ai lavori. Quello che mancava era un modo per trasformarlo in un conteggio verificabile, e non in una nota a piè di pagina di un altro paper.
Ed è qui che il gyro-tagging bayesiano di Boyle fa la differenza vera. Non ha scoperto che le Pleiadi hanno parenti: ha inventato il modo di contarli uno per uno, ricostruendo il loro “albero genealogico” con una probabilità di appartenenza calcolata stella per stella invece che ipotizzata su un gruppo intero.
La differenza tra “sospettare una parentela” e “avere una lista di 3.091 nomi” è la stessa che passa tra un’intuizione da bar e una sentenza con le prove allegate.
Quando e come vedere le Pleiadi da qui
Delle 3.091 stelle scoperte, quasi nessuna è visibile a occhio nudo: restano invisibili anche con un binocolo medio, disperse com’è nella luce di fondo del cielo. Il nucleo originale, quello delle Sette Sorelle, resta invece l’unica parte davvero osservabile da un balcone qualunque. In Italia la finestra buona va da ottobre ad aprile, con il periodo migliore tra dicembre e febbraio. Basta un cielo non troppo inquinato e qualche minuto di adattamento degli occhi al buio per distinguere sei, a volte nove stelle a occhio nudo. Un binocolo qualsiasi ne rivela già qualche decina in più, comprese le velature di polvere che le circondano. Non sono residui della loro nascita, come si pensava un tempo: è una nube interstellare che l’ammasso sta semplicemente attraversando per caso.
Quanto manca a mappare tutta la Via Lattea così
Ci vorranno dai 3 ai 10 anni per applicare lo stesso metodo ad altri ammassi vicini.
Il team ha già annunciato di voler estendere la tecnica delle Pleiadi ad altre associazioni stellari nell’ambito della prossima TESS All-Sky Rotation Survey. L’ostacolo non è concettuale ma di scala: servono cataloghi di rotazione completi per milioni di stelle, e TESS li sta ancora costruendo settore per settore. A beneficiare per prima sarà la mappa della Via Lattea vicina al Sole. La stessa che l’Onda di Radcliffe ha già mostrato meno ordinata di quanto pensassimo, con filamenti di gas che ondeggiano invece di stare fermi. Il limite che ridimensiona l’entusiasmo: oltre i 100 milioni di anni di età, le stime diventano troppo imprecise perché il metodo funzioni bene. E la maggior parte della storia della galassia è molto più vecchia di così.
C’è un altro fronte, più speculativo ma dichiarato dagli stessi autori. Usare questo approccio per cercare i “fratelli perduti” del Sole: le stelle nate nella stessa nube molecolare 4,6 miliardi di anni fa, disperse da allora nella galassia. Se il metodo ha funzionato guardando indietro di 100 milioni di anni, spingersi quarantasei volte più in là è un altro paio di maniche. Più tempo è passato, più le tracce chimiche e cinematiche si confondono con il rumore di fondo. Ma è la stessa logica, applicata a una domanda che riguarda direttamente da dove veniamo.
Le Pleiadi hanno accompagnato calendari agricoli, miti e naviganti per almeno 100.000 anni, forse da prima che l’uomo lasciasse l’Africa. Ora sappiamo che quello che guardavamo era il centro luminoso di qualcosa di enormemente più grande.
Il resto della famiglia se n’era già andato, disperso nel buio, molto prima che qualcuno gli desse un nome.