Mi scrive un lettore appassionato di astrofotografia, tra l’altro dopo aver letto un articolo che parlava di tutt’altro: «Ogni scatto notturno che faccio ormai ha almeno una striscia luminosa in mezzo. Sto notando qualcosa di reale?». La serendipità a volte è incredibile, perché tra le ricerche passate in rassegna nei giorni scorsi ce n’era una proprio su questo. Intanto gli rispondo subito: non sono ufo o cose strane. Magari lo fossero. La verità arriva da un nuovo studio dell’ESO (European Southern Observatory, ovvero l’Osservatorio Europeo Australe: la principale organizzazione intergovernativa europea dedicata all’astronomia e all’astrofisica) che ha fatto il conto dei satelliti, appena accettato su Astronomy & Astrophysics: il cielo sopra la sua testa si sta riempiendo davvero, quelle scie sono proprio satelliti, e la scienza ha appena fissato un tetto al punto di non ritorno.
Satelliti e astronomia, il conto di Hainaut
Il numero lo firma Olivier Hainaut, astronomo dell’ESO da più di trent’anni, ed è il risultato di un conto molto meno campato in aria di quanto sembri: quanti oggetti può reggere il cielo prima che i telescopi da terra smettano di funzionare come dovrebbero, tra il rumore delle strisce luminose che attraversano ogni posa lunga? Il numero, per una volta, è concreto. Oggi in orbita ci sono poco più di 15mila satelliti, metà dei quali appartenenti alla costellazione Starlink di SpaceX. Nei cassetti delle aziende, però, i progetti già depositati sommano 1,7 milioni di nuovi oggetti, tra cui il piano SpaceX per un milione di satelliti pensati come data center orbitanti.
Hainaut fissa l’asticella a 100mila, un tetto che lui stesso definisce non rigido: a suo dire, ne preferirebbe la metà, ma lo ritiene sufficiente a mantenere le perdite di dati “al livello di un guasto tecnico normale”, cioè un margine con cui gli osservatori professionali già convivono da anni.
C’è una condizione, però. I satelliti devono restare deboli. Sotto la magnitudine 7, invisibili a occhio nudo. Qui sta il punto debole. Sopra quella soglia, anche il Very Large Telescope perderebbe fino al 28% del campo visivo in certe pose notturne, e gli osservatori come Vera Rubin vedrebbero intere nottate di immagini diventare inutilizzabili. Reflect Orbital, startup statunitense, vuole lanciare satelliti a specchio pensati apposta per essere visti, veri e propri randagi di luce riflessa: il contrario esatto della discrezione che rende sostenibile il numero di Hainaut.
Lo studio in due numeri
Pubblicazione: O. Hainaut, “Impact of satellite constellations on astronomical observations”, in corso di pubblicazione su Astronomy & Astrophysics. Presentato all’Annual Meeting della European Astronomical Society.
Satelliti e astronomia, una relazione complicata
Lo scrivevamo già nel 2019, quando Starlink era poco più di un lancio dimostrativo e la comunità astronomica lanciava il primo allarme. Da allora i satelliti in orbita sono quasi raddoppiati, e con loro sono cresciute anche le megacostellazioni pensate per portare internet ovunque. Il problema, nel frattempo, si è ramificato.
Non basta più discutere di connettività: bisogna discutere di illuminazione artificiale del cielo intero. Ne avevamo già seguito un capitolo, mesi fa, parlando degli specchi orbitali per vendere il sole anche di notte: quel pezzo, riletto oggi alla luce di questo nuovo studio dell’ESO, sembra quasi scritto apposta come premessa a quello che sta succedendo adesso. Il tema, insomma, è lo stesso.
Quanto manca al tetto
Orizzonte stimato: 5-10 anni, se il ritmo di lancio attuale (raddoppio ogni tre anni circa) resta invariato.
Non serve tecnologia nuova. Serve solo che le aziende accettino di costruire satelliti più scuri, e che qualcuno le obblighi a farlo per contratto, non per buona volontà, con controlli indipendenti e non autocertificazioni interne. Poco altro, davvero.
Torno al binocolo del mio lettore, e alla sua striscia luminosa in mezzo alla foto. Tra qualche anno quella striscia potrebbe non essere più un’eccezione da segnalare. Diventerà lo sfondo normale di ogni scatto notturno, l’ennesimo capitolo di un rapporto tra satelliti e astronomia che nessuno, in fondo, ha scelto davvero, e che continuerà a scriversi satellite dopo satellite, foto dopo foto. Non serve altro.
Il cielo, per la prima volta, ha un numero: 100.000.