“Vede anche lei quella luce?” “Da venti minuti, tenente. E ci segue.” Sui caccia notturni alleati, nell’inverno del 1944, conversazioni come questa si ripetevano nei cieli d’Europa più spesso di quanto chiunque volesse ammettere in un rapporto ufficiale. I piloti le chiamavano foo fighters, e nessuno, a guerra finita, sarà mai in grado di dire cosa fossero davvero.
Il nome arriva da un fumetto, Smokey Stover, che un radarista di Chicago portava sempre in tasca. La cosa che hanno ribattezzato con quel nome non era uno scherzo: era una sfera arancione che inseguiva il suo Beaufighter sopra la Germania occupata, virava con loro, si spegneva e si riaccendeva più lontano.
E soprattutto, bersagliata dai cannoni di bordo, non precipitava mai.
Quella sera sopra Strasburgo
Il 27 novembre 1944, l’equipaggio del tenente Ed Schlueter sorvola la valle del Reno a nord di Strasburgo. L’osservatore radar Donald Meiers e l’ufficiale d’intelligence Fred Ringwald notano otto o dieci luci arancioni allineate sulle colline. Schlueter le scambia per stelle, finché non si staccano da terra e prendono quota verso l’aereo.
Nei giorni successivi altri equipaggi della 415th Night Fighter Squadron segnalano lo stesso fenomeno, e la voce gira veloce: c’è qualcosa, là fuori, che il radar non riesce a spiegare. I rapporti militari italiani ne registrano uno già due anni prima, sui cieli di Torino, durante un bombardamento della RAF: la “moda” delle sfere di fuoco, evidentemente, era cominciata ancora prima.
Le spiegazioni che non tornano
Tra i primi tentativi di spiegare il fenomeno, quello dei bagliori elettrostatici alle estremità delle ali, il fuoco di Sant’Elmo, è stato il primo: peccato che il fuoco di Sant’Elmo non si stacchi dall’aereo e non lo insegua per chilometri.
I palloni meteorologici sono stati scartati perché si muovono solo in verticale, mai di lato. I razzi V-2 di von Braun spiegherebbero forse degli oggetti veloci, ma non delle sfere che restano in formazione per minuti interi: del resto l’aviazione militare di quegli anni rincorreva idee ben più stravaganti, come il caccia parassita pensato per sganciarsi in volo da un bombardiere nucleare, raccontato nel nostro pezzo sull’XF-85 Goblin.
I foo fighters comparivano tanto sugli alleati quanto sui tedeschi e sui giapponesi, negli stessi mesi e sugli stessi cieli: un’arma che insegue indistintamente amici e nemici, senza mai sparare un colpo, smentisce da sola la sua stessa definizione. Il tenente polacco Roman Sobiński aprì il fuoco contro una di queste sfere mentre rientrava da un raid sulla Germania, nel 1942: i traccianti la attraversavano come se non ci fosse, e quella restò ad affiancarlo per due minuti buoni prima di allontanarsi a velocità impossibile per l’epoca.
Cosa dicono i rapporti
Primo avvistamento documentato: 27 novembre 1944, valle del Reno presso Strasburgo, equipaggio Schlueter-Meiers-Ringwald, 415th Night Fighter Squadron USAAF.
Dati chiave: segnalazioni in entrambi i teatri di guerra, europeo e del Pacifico; nessun atto ostile mai registrato; velocità stimate fino a 800 km/h secondo i rapporti dell’epoca; spiegazioni proposte (fuoco di Sant’Elmo, palloni, razzi, fatica da combattimento) tutte respinte dai testimoni diretti.
Dai foo fighters a Roswell, l’inizio di un vocabolario
L’aspetto che mi interessa di più, nell’esame di questo piccolo dossier, è un altro. I foo fighters non sono stati un episodio isolato: sono l’origine del vocabolario con cui, da ottant’anni, raccontiamo gli UFO. Il termine “disco volante” nasce nel giugno 1947, quando il pilota civile Kenneth Arnold descrive ai giornalisti degli oggetti che si muovono come un piattino fatto rimbalzare sull’acqua, un’immagine che i cronisti trasformano subito in flying saucer. Roswell arriva un mese dopo, nel luglio dello stesso 1947, tre anni dopo Strasburgo.
La grammatica visiva, luci che inseguono, virate impossibili e sparizioni improvvise, è già tutta scritta nei rapporti del 1944.
E oggi? Nel 2020 abbiamo raccontato l’avvio della task force del Pentagono pronta a rivelare le sue scoperte sugli UFO. L’anno dopo, nel 2021, vi scrivevamo che la cosa si faceva seria. Cinque anni e diverse audizioni al Congresso più tardi, però, nel 2026 il copione non cambia granché: governi che aprono dossier, esperti convocati in commissione, faldoni di carte bollate che si accumulano. Indizi ne abbiamo in abbondanza. La pistola fumante, mai.
Chi crede che dietro questi avvistamenti ci sia qualcosa di reale, non spiegato dalla fisica nota, porta argomenti legittimi quanto chi pensa al fuoco di Sant’Elmo o alla tensione del combattimento notturno: qui non si tratta di schierarsi da una parte.
Ottant’anni dopo Strasburgo, con satelliti, radar e una fotocamera in ogni tasca, manca esattamente la cosa che chiuderebbe la questione in un senso o nell’altro.
I foo fighters restano lì dove li ha lasciati il tenente Ringwald nel 1944: avvistati, raccontati, resi leggendari, mai catturati. Quanto ci vorrà ancora prima che qualcuno trovi qualcosa di più solido di un rapporto di volo?