Il Pentagono ha pubblicato 162 documenti sulla disclosure UFO. Foto in bianco e nero delle missioni Apollo, qualche video infrarosso, il verbale di un pilota di droni che nel 2023 ha visto “una luce con delle bande dentro”. Il sito è nuovo, war.gov/UFO, lanciato in pompa magna dal “Ministro della Guerra” Pete Hegseth. I file però sono in gran parte già noti, due terzi sono parzialmente censurati, e l’ex direttore dell’ufficio del Pentagono che si occupava proprio di queste cose ha liquidato il rilascio con tre parole: “niente di inatteso”. Ecco, è andata così.
Il programma si chiama PURSUE (Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters), che tradotto è “Sistema Presidenziale di Apertura e Resoconto sugli Incontri con Fenomeni Anomali Non Identificati”. Un acronimo costruito a tavolino per fare effetto, come quei nomi di operazioni militari pensati prima della missione e poi adattati ai fatti.
La logica è la stessa: prima si decide il branding, poi si guarda cosa c’è dentro. In questo caso, dentro, c’è molto meno di quanto suggerisca la confezione.
Disclosure UFO, cosa c’è davvero nei file
Tre puntini in formazione triangolare in una foto Apollo 17 del 1972. Un “bogey” segnalato da Frank Borman durante la missione Gemini 7 nel 1965. Detriti spaziali descritti come “centinaia di particelle” da Jim Lovell. Un oggetto a forma di pallone segnalato dall’Indo-Pacific Command nel 2024. E poi resoconti dalla Grecia, dall’Iraq, dal Giappone, dal Kuwait. Tutto questo, ovviamente, già passato per le mani di vari uffici, vari rapporti, vari Congressi.
Il rapporto del 2024 dell’AARO (l’ufficio Pentagono che indaga sui fenomeni anomali) aveva già concluso che non esistono prove di tecnologia aliena recuperata, né di vita extraterrestre confermata. Punto.
Il dato che però nessuno mette in copertina è questo: dei 162 file pubblicati, 108 contengono censure. Due terzi del materiale, cioè, ha pezzi neri sopra. Il Pentagono spiega che si tratta di “protezione di testimoni e siti sensibili”, il che è plausibile ma anche comodo. Trasparenza con l’evidenziatore nero. In poche parole: ti faccio vedere tutto, ma le parti che contano restano coperte. È sempre la stessa storia, e sta iniziando a stancare parecchio.
Quando perfino i fan ti dicono che è propaganda
Qui c’è il dettaglio gustoso. Le critiche più dure non arrivano dai democratici o dalla stampa liberal: arrivano proprio dall’interno del mondo trumpiano. Marjorie Taylor Greene, ex deputata repubblicana e fan storica di Trump, ha scritto su X che la disclosure UFO è solo propaganda. Thomas Massie, anche lui repubblicano, l’ha definita “l’ultima arma di distrazione di massa”. Il New York Times è stato più cauto e si è limitato a osservare che le immagini “potrebbero mostrare qualsiasi cosa”, che in stile NYT equivale a un pernacchio, di quelli fatti con la mano in bocca.
La Greene è stata particolarmente esplicita: ha scritto che gliene importa zero degli UFO, che la benzina costa 4 dollari e mezzo al gallone, che gli Epstein files sono ancora chiusi, e che sono in corso guerre estere che a suo dire non avrebbero dovuto esserci. Insomma, una serie di problemi terreni a cui il governo USA risponde mostrando tre puntini su una foto della Luna di mezzo secolo fa. Quando ti criticano i tuoi sostenitori più rumorosi, o qualcosa nel calcolo politico è andato storto, o ti hanno capito perfettamente.

Gli analisti che ne sanno: niente di nuovo
Sean Kirkpatrick, fisico ed ex direttore dell’AARO, l’ufficio Pentagono che davvero indaga sui fenomeni anomali, è stato netto con Scientific American:
“Non c’è nulla di inatteso. Senza analisi e contesto, servirà solo ad alimentare ulteriori speculazioni e pseudoscienza da poltrona”.
Kirkpatrick non è un cinico qualunque: è quello che ha passato anni a smontare il mito alieno coltivato dalla stessa Air Force per nascondere i test dell’F-117 stealth. Ne avevamo parlato qui: la mitologia UFO è stata, in larga parte, un prodotto di disinformazione strutturata del Pentagono stesso. Ironico che oggi quello stesso Pentagono prometta “trasparenza senza precedenti”.
Mick West, analista indipendente che da anni studia i video UAP, è stato ancora più secco: i nuovi filmati sono “prove della nostra incapacità di identificare un puntino bianco lontano”. Riassumendo: aberrazioni ottiche, parallasse, diffrazione delle lenti delle telecamere militari. Le stesse cose che l’AARO sta cercando di catalogare con l’intelligenza artificiale da almeno due anni, dopo aver classificato come spiegabili la stragrande maggioranza degli oltre 1.800 casi esaminati.
Il punto vero, e perché non c’entra con gli alieni
A questo punto la natura dei fenomeni passa in secondo piano. Anche ammettendo, per generosità, che da qualche parte negli archivi militari ci sia davvero qualcosa di interessante (un pezzo di tecnologia ostile, un fenomeno fisico anomalo, un drone di provenienza ignota), una cosa è certa: gli ultimi a saperlo saremmo noi. Il timore vero del Pentagono, da sempre, non sono gli omini verdi: sono le potenze rivali che hanno fatto un salto tecnologico. La disclosure si fa quando conviene farla, sui file che conviene mostrare, con i puntini neri dove conviene metterli.
E qui torniamo al naso. Il nostro eterno naso all’insù, che da settantacinque anni guarda il cielo aspettando rivelazioni. Ogni cinque-dieci anni qualcuno apre una scatola, mostra qualche foto sgranata, e tutti ci ricaschiamo. Il rituale è sempre identico: un presidente in difficoltà su altri fronti annuncia “trasparenza senza precedenti”, esce il pacchetto, gli appassionati si eccitano per ventiquattr’ore, gli scettici alzano le spalle, e dopo una settimana sui giornali tornano i temi che il pacchetto doveva oscurare. In questo caso: la guerra in Iran, gli Epstein files, l’inflazione. Vabbè.
L’unica differenza rispetto alle volte precedenti è che oggi anche una parte della base trumpiana ha capito il gioco. È un piccolo segnale di maturazione collettiva, o forse solo di stanchezza. Quando il “buon divertimento” del presidente viene accolto con “motherfucker, la benzina costa 4,50 al gallone”, siamo passati dal sense of wonder al sense of “ma andate a c**are”. Probabilmente è un progresso, anche se non è esattamente quello che speravamo per la specie.
Scheda Studio
Pubblicazione: Department of War / Pentagon, “Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters (PURSUE) – First Tranche”, portale ufficiale war.gov/UFO, 8 maggio 2026.
Dati chiave: 162 file rilasciati, di cui 108 con censure parziali. Materiale proveniente da FBI, NASA, Department of State, Department of Energy, ODNI. Programma multi-agenzia avviato per ordine presidenziale del febbraio 2026. Rilasci futuri previsti “su base continuativa”. Analisi critica ripresa da Scientific American e Reuters.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: indefinito, probabilmente mai nei termini in cui il pubblico se lo immagina.
La “disclosure sugli UFO” come la sogna l’appassionato medio (governo che ammette contatto extraterrestre, file integrali senza redazioni, conferenza stampa con spiegazioni) non arriverà. Quello che arriverà, a cadenza variabile, sono altre tranche di file parzialmente oscurati, scelti in base a calcoli politici interni di volta in volta diversi.
La logica del Pentagono non è cambiata dagli anni Settanta: si rilascia quel che serve a gestire la pressione del Congresso e dell’opinione pubblica, non quel che serve a chiarire. I primi a sapere eventuali verità rilevanti restano i militari e le agenzie alleate; il pubblico arriva ultimo, e quasi sempre per via traversa. La trasparenza piena su questo dossier non è una questione di tempi: è una categoria che non si applica.
Intanto, sul nuovo portale, i tre puntini Apollo 17 restano lì, in formazione triangolare, sopra il grigio della Luna. Detto altrimenti: cinquantaquattro anni d’archivio per arrivare a una didascalia che ammette di non sapere cosa siano. Forse particelle di vernice della capsula, forse pulviscolo, forse riflessi sul vetro. Forse, tra qualche anno, qualcuno ci scriverà sopra un saggio. Noi, intanto, torniamo al naso all’insù.
La posizione in cui ci vogliono.