Nel 2020, su questo sito, scrivevo che il capitalismo stava finendo, e provavo a ipotizzare cosa avrebbe potuto sostituirlo. Era un pezzo onesto, forse un po’ catastrofista, forse figlio di quel momento strano in cui tutto sembrava sul punto di cambiare. Poi non è cambiato quasi niente, o almeno non nel modo che ci aspettavamo. La disuguaglianza è cresciuta, i ricchi sono diventati più ricchi, e le proteste di piazza sono arrivate non durante le recessioni, ma in mezzo alla crescita economica.
Séamus Power, psicologo all’Università di Copenaghen, ha passato anni a chiedersi perché succede una cosa del genere, e il 31 luglio 2026 ha pubblicato la risposta in un libro che si chiama “Inequality – The View from Manywheres“, edito da Cambridge University Press. La sua risposta è questa: a far esplodere la rabbia sociale conta soprattutto la percezione di ingiustizia, molto più della misura della disuguaglianza economica. Perché le due cose non coincidono quasi mai. E allora cosa ci aspetta quando la forma attuale del capitalismo finirà per cambiare?
Tre strade per il capitalismo, nessuna comoda
Power costruisce il ragionamento intorno a 3 scenari possibili per il futuro del capitalismo, e vale la pena guardarli senza fretta, perché ciascuno ha un problema che il comunicato stampa dell’università glissa con eleganza.
Il primo scenario è la continuità: i ricchi continuano ad arricchirsi, il resto resta indietro, la polarizzazione politica aumenta. Power lo descrive come il percorso verso “un mondo più conflittuale e ingiusto”. Difficile dargli torto, anche se la formula suona un po’ come descrivere un incendio come “caldo e scomodo”.
Il secondo scenario è l’opposto: uguaglianza economica perseguita a qualunque costo. Power avverte che questa strada rischia di comprimere la libertà individuale, indebolire le dinamiche produttive e rendere più difficile per i paesi più poveri uscire dalla povertà. Il livellamento forzato, nella storia, ha quasi sempre livellato verso il basso prima di riuscire a fare altro.
Il terzo scenario è il capitalismo pluralista. L’obiettivo: sistemi economici più equi, capaci di offrire a tutti una via d’uscita dalla povertà. Suona meno brutto. Il problema, che Power non nasconde, è che nessuno ha ancora stabilito chi decide quando un sistema è “abbastanza equo” e per chi.
La sensazione conta più dei numeri
C’è una “scoperta metodologica” che attraversa tutti e tre gli scenari: le proteste non emergono solo nei momenti di crisi. Emergono anche nei periodi di prosperità, quando il senso di giustizia non tiene il passo con la crescita. In altri termini, una società può diventare più ricca e più instabile allo stesso tempo, se la ricchezza viene distribuita in modo che la gente percepisce come arbitrario.
Questo smonta l’idea che basti far crescere il PIL per tenere la pace sociale. In molti dei paesi più polarizzati degli ultimi anni, l’economia cresceva comunque. Il G20 del 2024 aveva già messo sul tavolo la tassazione dei super-ricchi (senza trovare un accordo), e nel frattempo la percezione di ingiustizia saliva lo stesso.
Perché nessuno dei tre scenari è quello che speravo
Torno al 2020. Speravo, come tanti, che la crisi pandemica aprisse sul serio uno spazio per ripensare il sistema dalle fondamenta. Il primo scenario (la continuità) lo avevo già descritto anche io come un vicolo cieco. Il secondo non ha mai convinto chi ricordava gli anni Settanta. Il terzo è il più ragionevole, ma assomiglia a un “capitalismo, però meno peggio”. Non è esattamente una visione.
Il nodo che Power identifica con precisione, e che poi lascia sospeso, è questo: il suo terzo scenario richiede che le élite politiche ed economiche scelgano volontariamente di redistribuire opportunità in modo più equo, senza che nessuno le obblighi. La stessa percezione di ingiustizia che lui studia è anche la ragione per cui quella scelta volontaria non arriva quasi mai. Il contratto sociale non si riscrive per buona volontà: si riscrive quando qualcuno perde qualcosa che non voleva perdere.
Il libro vale la lettura, secondo me, solo per la parte sulla percezione: capire che le tensioni sociali nascono prima nella testa delle persone che nei numeri del reddito cambia il modo di leggere le notizie.
Se ci si ferma alla diagnosi, però, si resta con una cartografia del problema simile a quando uno, per prevedere l’esito di una partita, pronosticava una “tripla”, 1X2: così sono buoni tutti, l’autore non si espone granché. È quando lo fa, “prescrive” una terapia che dipende dalla buona volontà dei turbo capitalisti, i pazienti più difficili da convincere. Mah.
Il libro e la ricerca
Pubblicazione: Séamus A. Power, “Inequality – The View from Manywheres“, pubblicato da Cambridge University Press (31 luglio 2026). DOI: 10.1017/9781009729277.
Metodo: ricerca combinata su dataset globali e analisi qualitative. L’autore integra prospettive psicologiche, economiche e filosofiche, con riferimento all’approccio delle capacità umane (Amartya Sen, Martha Nussbaum). Il volume è una sintesi teorica e comparativa.