Nel 2035 l’economia spaziale varrà 1.800 miliardi di dollari, secondo le proiezioni correnti. È una cifra grossa abbastanza da giustificare qualunque narrativa, e qualunque omissione. Gli studiosi che l’hanno analizzata hanno trovato un nome per il meccanismo: starwashing, il cugino spaziale del greenwashing, che funziona con la stessa logica ma con più scenografia a disposizione.
Il principio: vendere l’esplorazione dello spazio come progetto dell’umanità intera, mentre i danni (all’ozono, all’orbita bassa, all’astronomia da terra) rimangono fuori campo. Le stelle, nel senso letterale, distraggono benissimo.
Come funziona lo starwashing in pratica
Il 14 aprile 2025 Blue Origin ha portato in orbita suborbitale un equipaggio che includeva la cantante Katy Perry: ve lo ricordate? Quattro minuti nello spazio, poi atterraggio. Perry ha detto di essersi sentita “connected to everything”, l’azienda ha dimostrato le capacità del razzo, Perry stava anche promuovendo il suo tour.
Questi tre fatti coesistono; nessuno mente. Il quadro che producono insieme, però, ha poco a che fare con la scienza.
Nel 2021 SpaceX aveva girato per il Super Bowl uno spot in cui la Terra appariva riflessa nel casco di un astronauta, mentre Celeste cantava “Twinkle Twinkle Little Star”. Pubblicizzava i posti a bordo di Inspiration4, primo volo spaziale tutto civile. Uno dei passeggeri era Jared Isaacman, oggi amministratore della NASA. Lo spot non menzionava l’ozono, i detriti, i data center di Memphis.
Il termine starwashing arriva adesso per una ragione precisa: SpaceX ha già in orbita decine di migliaia di satelliti Starlink e progetta di arrivare a un milione per alimentare i propri data center di intelligenza artificiale. Blue Origin sta inseguendo con migliaia di satelliti internet propri. Nel frattempo, a febbraio 2026, Musk ha ammesso pubblicamente che i data center terrestri causano danni ambientali insostenibili alle comunità. Poi, però, ha continuato a costruirli.
I numeri che le narrative non portano a bordo
Uno studio pubblicato su Earth’s Future nel 2026 ha analizzato l’impatto atmosferico dei diversi propellenti. I combustibili solidi, usati anche nei booster di Artemis II, causano la maggiore deplezione dell’ozono per massa di propellente, mentre il kerosene da razzo produce il maggiore riscaldamento. I propellenti criogenici (ossigeno liquido e idrogeno) hanno impatto trascurabile sull’ozono, ma richiedono tecnologie così complesse da coprire oggi appena il 6% dei lanci globali.
Un secondo studio del University College London, sempre su Earth’s Future (DOI: 10.1029/2025EF007229), ha calcolato che entro fine decennio le megacostellazioni lanciate dal 2019 rappresenteranno il 42% dell’impatto climatico totale del settore spaziale. I satelliti che rientrano bruciano rilasciando allumina e metalli; le particelle accelerano la distruzione dell’ozono.
È un problema già aperto con i detriti spaziali, a cui si aggiunge ora una dimensione chimica che fino a pochi anni fa sembrava irrilevante, per via delle dimensioni storicamente piccole del settore. Quelle dimensioni sono finite.
Le ricerche citate
Studio 1: Vliex et al., “The Role of Propellant Type, Re‐Entry, and Plume Reactions in the Atmospheric Impacts of Spaceflight”, pubblicato su Earth’s Future (2026). DOI: 10.1029/2025EF007795. Dati chiave: propellenti solidi massima deplezione ozono; criogenici impatto trascurabile ma solo nel 6% dei lanci.
Studio 2: UCL research team, “Radiative Forcing and Ozone Depletion of a Decade of Satellite Megaconstellation Missions”, pubblicato su Earth’s Future (2026). DOI: 10.1029/2025EF007229. Dati chiave: megacostellazioni al 42% dell’impatto climatico del settore entro 2030.
Il vecchio manuale, applicato alle stelle
Il greenwashing funziona enfatizzando un beneficio marginale e omettendo i costi reali. Lo starwashing usa gli stessi strumenti con un vantaggio aggiuntivo: lo spazio evoca esplorazione, avventura, sopravvivenza della specie. È difficile discutere con “stiamo cercando di salvare l’umanità”. Questa filosofia, però, bypassa le crisi che è più probabile affrontare davvero: cambiamento climatico, perdita di biodiversità, surriscaldamento. Un asteroide capace di estinguere la specie umana colpisce mediamente una volta ogni pochi milioni di anni. Il buco nell’ozono è già qui.
Nel 1968 l’equipaggio di Apollo 8 fotografò la Terra dallo spazio per la prima volta a colori. L’immagine si chiamava “Earthrise” e contribuì ad avviare il movimento ambientalista del secolo scorso: 58 anni dopo, quella stessa immagine è diventata lo sfondo preferito di chi vende biglietti per lasciare il pianeta.