Se una cecità ereditaria ti ha tolto la vista da bambino, da adulto c’è ancora qualcosa da aggiustare, oppure “il danno è ormai un fatto compiuto”? Finora la medicina tendeva a rispondere la seconda opzione. Uno studio della Michigan State University, su cani con una forma ereditaria di cecità, suggerisce altro: una sola dose di terapia genica ha convinto retine adulte a ricostruire le connessioni perse e a ispessirsi di nuovo.
La cecità ereditaria presa in esame è rara e nasce da una mutazione nel gene CaBP4 trovata in una colonia di whippet allevata dall’università. Il gene serve ai fotorecettori per parlare con i neuroni successivi, quindi senza di lui la sinapsi resta immatura e la retina si assottiglia. Negli umani lo stesso gene difettoso dà problemi di vista fin dall’infanzia.
Un virus reso innocuo (un AAV) ha portato sotto la retina una copia funzionante del gene CaBP4.
Cosa ha fatto la retina dopo l’iniezione
Molto brutalmente: ha ricostruito le connessioni. Lo strato dove i fotorecettori parlano con i neuroni successivi, l’OPL, nei cani malati misurava 1,7 micrometri; nelle zone trattate è arrivato a 6,8, contro gli 8,2 dei cani sani. Con poca luce i cani trattati hanno superato un percorso a ostacoli più in fretta e con meno urti. Due di loro, operati a 28 mesi con i fotorecettori ridotti a un terzo, hanno tenuto il recupero per 18 mesi.
Il lavoro sui whippet, in cifre
Pubblicazione: Beckwith-Cohen B. e colleghi, “Gene therapy induces synaptic ribbon maturation, synaptogenesis and vision recovery in an adult dog model of retinal degeneration”, pubblicato su Molecular Therapy Advances (12 giugno 2026). DOI: 10.1016/j.omta.2026.201782.
Dati chiave: da 20 a 850 miliardi di genomi virali per occhio. Retina spessa 188 micrometri nelle zone trattate contro 140 nelle altre. Test al buio su 9 coppie trattato/non trattato, 3 cani seguiti per oltre 2 anni.
Quanta retina è stata riparata?
Una parte, per un motivo molto semplice: la retina si ricostruisce solo dove arriva l’iniezione. Gli autori parlano di bolla, e oltre il suo margine, nello stesso occhio, la degenerazione è andata avanti. I segnali elettrici dopo il trattamento restano quindi più deboli del normale: con la luce intensa i test non hanno mostrato miglioramenti significativi, ma i cani erano giovani e ci vedevano già abbastanza.
Una retina riparata a chiazze, insomma, con la struttura al posto giusto dentro le chiazze.
Dove si colloca tra le cure per la cecità ereditaria
È la terza strada promettente che vi raccontiamo. Nel 2021 avevamo parlato di una terapia a RNA che aveva riportato la vista, per oltre un anno, a un paziente con amaurosi congenita di Leber. Nel 2025 è toccato a un chip da 2 millimetri sotto la retina: 27 pazienti su 32 hanno ricominciato a leggere.
Nei whippet la novità arriva dopo la correzione del gene: un pezzo di retina mai formato bene da giovani si è formato da adulti.
Per l’editing genetico e per gli organoidi retinici serve un certo grado di plasticità, scrivono gli autori, e qui l’hanno vista succedere.
Quanto manca all’ambulatorio
In media 10 anni: il range temporale è dai 7 ai 12 anni.
Per CABP4 gli autori parlano di basi per futuri studi clinici, siamo ancora ai cani. L’iniezione copre una zona limitata, e tra le terapie geniche per le malattie ereditarie della retina solo una, ricordano gli stessi autori, ha avuto finora il via libera della FDA. Le prime persone interessate sarebbero quelle con mutazioni in CABP4, che vedono male fin da piccole.
Un dettaglio triste, che ha rallentato la progressione dello studio: il professor Simon Petersen-Jones, nel cui laboratorio si sono accumulati 10 anni di lavoro, è morto mentre l’articolo era in preparazione. È morta anche una coautrice, Vilma Yuzbasiyan-Gurkan.
Per la cecità ereditaria da CABP4 gli studi clinici sull’uomo, per ora, sono un progetto. Uno dei cani trattati è arrivato a 44 mesi, con il recupero ancora al suo posto. Quando sarà così anche per gli umani, avremo da festeggiare, e tanto.