A casa, sul divano della famiglia, il bambino ha sei settimane quando comincia a tremare. Non è freddo, non è fame: sono crisi epilettiche, una dopo l’altra, e nessun farmaco le ferma. La sequenza del DNA arriva qualche settimana dopo e ha un nome lungo e poco gentile: sindrome WOREE, una mutazione del gene WWOX. Otto mesi più tardi quel bambino, in Israele, riceve una iniezione di vettore virale direttamente nella cisterna magna del cranio. È la prima volta al mondo che succede per questa malattia.
La notizia arriva da Schneider Children’s Medical Center, l’ospedale pediatrico vicino a Tel Aviv dove l’intervento è stato eseguito su base di “uso compassionevole”. Dietro l’iniezione, vent’anni del laboratorio di Rami Aqeilan all’Università Ebraica di Gerusalemme, una start-up biotech (Mahzi Therapeutics) e un’autorizzazione regolatoria d’emergenza concessa perché senza quella terapia il bambino aveva una prognosi infausta. L’epilessia infantile in questa forma specifica non risponde a nessun farmaco esistente.
Come funziona la consegna del gene mancante
Il principio è semplice da raccontare e complicato da realizzare: il gene WWOX serve allo sviluppo dei neuroni, se manca i neuroni non funzionano, il bambino sviluppa una epilessia che nessun farmaco riesce a controllare, ritardo profondo dello sviluppo, mielinizzazione difettosa, alto rischio di morte precoce. La terapia infila una copia sana del gene dentro un virus reso innocuo (un adeno-associato di sierotipo 9, AAV9), che fa da corriere: attraversa le membrane, entra nei neuroni, rilascia il pacchetto e si dissolve. Il gene resta lì e ricomincia a produrre la proteina mancante.
L’iniezione è andata nella cisterna magna, una piccola cavità alla base del cranio piena di liquor cerebrospinale: da lì il vettore si distribuisce in tutto il sistema nervoso centrale senza dover bucare la corteccia. Procedura delicata ma standardizzata, già usata per altre terapie geniche del cervello. Bene tollerata, dicono i medici, e con primi segnali clinici incoraggianti.
Scheda Studio
Pubblicazione: Obeid M., Akkawi R., Repudi S. et al., “Neuron-Specific WWOX Gene Therapy Produces Dose-Dependent, Durable Rescue in a Model of WWOX-Related Epileptic Encephalopathy”, bioRxiv (2026). DOI: 10.64898/2026.03.11.710995.
Revisione di contesto: Obeid M., Wang J., Abudiab B., Akkawi R., Aqeilan R.I., “WWOX in brain development and disease: Molecular mechanisms and therapeutic opportunities”, Neurobiology of Disease 225 (luglio 2026). DOI: 10.1016/j.nbd.2026.107446.
Dati chiave: nei modelli murini, una singola somministrazione di AAV9-WWOX ha ripristinato l’espressione del gene, ridotto le crisi epilettiche e migliorato la sopravvivenza in modo dose-dipendente. La traduzione clinica è avvenuta tramite licensing della tecnologia da Yissum (technology transfer dell’Università Ebraica) a Mahzi Therapeutics.
La precisione genetica, e la sua mappa
C’è un dettaglio che il comunicato dell’Università Ebraica menziona con discrezione: la mutazione specifica trattata in questo bambino è particolarmente prevalente nella comunità ebraica yemenita. Una popolazione storica piccola, con un fondatore genetico identificabile, dove un singolo allele difettoso si è propagato per via endogamica nel corso dei secoli. Non è una coincidenza che il primo bambino al mondo a ricevere questa terapia sia israeliano: la geografia della medicina di precisione segue quella delle popolazioni studiate, non quella dei pazienti potenziali.
Varianti patogene di WWOX esistono in tutto il mondo, certo. Ma la epilessia infantile da WOREE colpisce poche centinaia di bambini conosciuti su scala globale, una malattia ultra-rara dentro la categoria delle rare. Per Mahzi Therapeutics, l’azienda che ha sviluppato il prodotto clinico, il modello di business è quello tipico delle biotech sui geni rari: caso compassionevole oggi, sperimentazione formale fra qualche anno, prezzo finale presumibilmente nell’ordine di milioni a paziente. È lo schema già visto altrove, dalla sordità congenita a Zolgensma per la SMA.
Cosa resta da dimostrare
I medici lo dicono apertamente, e in questo caso bisogna prenderli sul serio: un solo paziente, qualche settimana di osservazione, segnali precoci di miglioramento clinico. Non sono dati di efficacia. Sono indizi che la procedura è sicura abbastanza da poter essere ripetuta. Il follow-up vero, quello che dice se il bambino svilupperà linguaggio, mobilità, autonomia, durerà anni. E anche se andrà bene su di lui, ogni mutazione WWOX è leggermente diversa: la stessa terapia potrebbe funzionare benissimo in alcune varianti, meno in altre.
Il vettore AAV9 ha poi i suoi limiti noti: gli anticorpi neutralizzanti, l’immunità preesistente in molti adulti che lo rende inutilizzabile, la finestra terapeutica ristretta nei primi mesi di vita. Funziona meglio quando si arriva presto, prima che il sistema immunitario lo riconosca. Per la WOREE significa identificare la mutazione subito dopo le prime crisi, che è esattamente quello che è successo qui. La logica è la stessa dell’editing in vivo nella Duchenne: la finestra esiste, ma è stretta, e va presa al volo.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 5-8 anni per uno studio clinico formale di Mahzi Therapeutics, 8-12 anni per un’approvazione regolatoria piena (FDA, EMA) limitata alla sindrome WOREE.
Quello che serve perché accada: studi IND-enabling completi su sicurezza a lungo termine del vettore, identificazione di una coorte sufficiente di pazienti (poche centinaia nel mondo), conferma che il beneficio neurologico è duraturo oltre i primi mesi. Ne beneficeranno per primi i bambini diagnosticati entro le prime settimane di vita, in paesi con sistemi sanitari che coprono terapie geniche da diversi milioni di dollari a dose. Per intenderci: lo Zolgensma della SMA costa attorno ai due milioni a paziente. Una terapia genica per la WOREE seguirà la stessa scala di prezzo, salvo concertazioni con pochi sistemi pubblici disposti a coprirla.
Il filo che porta qui
Rami Aqeilan ha cominciato a studiare WWOX negli anni 2000, quando il gene era considerato interessante per la biologia del cancro: una proteina coinvolta nella risposta cellulare allo stress, candidata oncosoppressore. La connessione con l’epilessia infantile è arrivata dopo, con i modelli murini in cui spegnere il gene solo nei neuroni riproduceva tutta la malattia. Da lì la traiettoria è classica della ricerca biomedica accademica: pubblicazioni, brevetto via università, licenza a una biotech, sviluppo clinico, caso compassionevole, eventuale trial registrativo.
Si parla spesso di “medicina personalizzata” come se fosse pronta. Quello che è successo a Tel Aviv è qualcosa di diverso: una medicina di nicchia estrema, costosa, complicata, costruita attorno a un gene specifico per una malattia ultra-rara. Vale la pena? Per il bambino sì, ovviamente. Per il sistema sanitario è una domanda diversa, che si fa silenziosamente ogni volta che si firma un’autorizzazione compassionevole. La risposta non è scritta da nessuna parte, e ogni paese la dà a modo suo.
Intanto, alla periferia sud di Tel Aviv, un bambino con un nome che non sapremo mai dorme un sonno meno spezzato del solito. Otto mesi, una iniezione, vent’anni di laboratorio dietro le spalle di qualcun altro.