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Scuola, ripensiamo gli esami per ridurre lo stress degli studenti?

Quattro piccoli cambiamenti negli esami, senza toccare voti né format, riducono ansia e rabbia degli studenti: lo dice uno studio canadese di cinque anni.

Scuola, ripensiamo gli esami per ridurre lo stress degli studenti?

C’è un momento, poco prima che il foglio degli esami arrivi sul banco, in cui lo stomaco si stringe uguale ovunque tu sia nato. Succede a Edmonton come a Napoli, in un’aula universitaria canadese come in un liceo italiano: cambia la lingua del compito o del test, non la sensazione.

Da anni le università rispondono a questo disagio con due strade parallele. La prima è il potenziamento dei servizi di supporto psicologico: centri d’ascolto, linee dedicate, standard nazionali sul benessere degli studenti. La seconda, più radicale, riguarda direttamente il formato degli esami: l’Università del Michigan, per esempio, ha annunciato che renderà i primi corsi delle matricole a credito/non credito, sperando che eliminare il voto numerico allenti la pressione.

Un nuovo filone di ricerca, condotto da Lia Daniels, psicologa dell’educazione all’Università di Alberta, in Canada, suggerisce che nessuna delle due strade basta da sola. Daniels ha passato cinque anni, con un finanziamento pubblico canadese di oltre 190.000 euro, a testare qualcosa di più semplice: lasciare intatti gli esami e cambiare solo quattro dettagli attorno a essi.

Cosa cambia davvero in un esame stressante

La teoria di riferimento si chiama self-determination theory e non è nata per la scuola: descrive tre bisogni psicologici universali, autonomia, competenza e relazione, la cui soddisfazione produce benessere in qualunque contesto umano. Daniels e la sua squadra li hanno tradotti in quattro pratiche concrete da applicare a un test a scelta multipla, la forma di esame più odiata in assoluto.

Primo: uno schema del test dichiarato in anticipo, che dica quante domande ci sono, e su cosa. Secondo: le domande sono raggruppate secondo quello schema, non mescolate a caso. Terzo: un messaggio di supporto scritto all’inizio e uno alla fine del test. Quarto: uno spazio, dopo l’esame, dove lo studente può dire cosa ne ha pensato.

Sembra poco. Applicato a due studi su esami a scelta multipla, il pacchetto ha fatto salire il senso di autonomia e competenza percepito dagli studenti, e con esso anche i punteggi ottenuti. In un terzo studio, su un intero corso universitario di lettura e scrittura, gli stessi quattro accorgimenti hanno ridotto rabbia, ansia e senso di ingiustizia riferiti dagli studenti, senza toccare un solo voto del programma.

Esami A high school classroom in Minneapolis photographed in warm, natural light, where students sit at traditional wooden desks writing by hand in paper notebooks with ink pens. No laptops, tablets, or smartphones are visible anywhere. The atmosphere is calm and deeply focused — teenagers of diverse backgrounds bent over their pages in concentrated silence, hands moving across paper. In the foreground, a close-up of a student's hand writing cursive notes. A female teacher stands thoughtfully at the side of the room observing her class. The mood is quiet, intentional, and slightly nostalgic — contrasting analogue focus against the implied absence of digital distraction. Editorial photography style, soft natural window light, realistic and documentary in tone.
Compito in classe in corso: la tensione si taglia col coltello. Deve essere per forza così?

Lo studio in breve

Pubblicazione: Lia M. Daniels et al., “Satisfaction and Frustration of Basic Psychological Needs in Classroom Assessment”, pubblicato su Trends in Higher Education (2026).

C’è un dettaglio che Daniels segnala con una certa insistenza, ed è quello che rende l’intera ricerca meno banale di quanto sembri: le quattro pratiche funzionano solo se l’esame di partenza è già disegnato bene. Aggiungerle a un test scritto male, con domande ambigue o criteri poco chiari, non produce lo stesso effetto. La percezione di equità resta comunque la base su cui poggia tutto il resto.

Perché non basta cambiare formato agli esami

Qui sta il punto che complica sia la linea Michigan sia quella dei soli sportelli d’ascolto. La ricerca di Daniels, condotta su più formati di valutazione, non trova grandi differenze di benessere legate al tipo di esame scelto dal docente. Abolire i voti, come tentano ora diversi atenei nordamericani sulle matricole, non garantisce da solo studenti più sereni: cambia il rischio percepito, non necessariamente l’ansia che precede il test.

La stessa docente che ha collaborato al progetto, dopo aver riscritto il proprio piano di valutazione con questi criteri, ha raccontato di sentire meno peso lei stessa: meno ansia nel correggere, più tempo per parlare con gli studenti invece che rincorrere reclami sui voti.

Vale per un esame universitario canadese, per una maturità italiana, per qualunque sistema scolastico che continui a trattare la valutazione come un rito a parte, sganciato dalle stesse regole di rispetto che si applicano al resto della didattica.

Gli esami restano esami: cambia solo chi, prima di consegnarli, si è preso la briga di spiegarli. Voi che ne pensate?

Gianluca Riccio

Gianluca Riccio, direttore creativo di Melancia adv, copywriter e giornalista. Fa parte di Italian Institute for the Future, World Future Society e H+. Dal 2006 dirige Futuroprossimo.it , la risorsa italiana di Futurologia. È partner di Forwardto - Studi e competenze per scenari futuri. Seguilo su LinkedIn