C’è un momento, poco prima che il foglio degli esami arrivi sul banco, in cui lo stomaco si stringe uguale ovunque tu sia nato. Succede a Edmonton come a Napoli, in un’aula universitaria canadese come in un liceo italiano: cambia la lingua del compito o del test, non la sensazione.
Da anni le università rispondono a questo disagio con due strade parallele. La prima è il potenziamento dei servizi di supporto psicologico: centri d’ascolto, linee dedicate, standard nazionali sul benessere degli studenti. La seconda, più radicale, riguarda direttamente il formato degli esami: l’Università del Michigan, per esempio, ha annunciato che renderà i primi corsi delle matricole a credito/non credito, sperando che eliminare il voto numerico allenti la pressione.
Un nuovo filone di ricerca, condotto da Lia Daniels, psicologa dell’educazione all’Università di Alberta, in Canada, suggerisce che nessuna delle due strade basta da sola. Daniels ha passato cinque anni, con un finanziamento pubblico canadese di oltre 190.000 euro, a testare qualcosa di più semplice: lasciare intatti gli esami e cambiare solo quattro dettagli attorno a essi.
Cosa cambia davvero in un esame stressante
La teoria di riferimento si chiama self-determination theory e non è nata per la scuola: descrive tre bisogni psicologici universali, autonomia, competenza e relazione, la cui soddisfazione produce benessere in qualunque contesto umano. Daniels e la sua squadra li hanno tradotti in quattro pratiche concrete da applicare a un test a scelta multipla, la forma di esame più odiata in assoluto.
Primo: uno schema del test dichiarato in anticipo, che dica quante domande ci sono, e su cosa. Secondo: le domande sono raggruppate secondo quello schema, non mescolate a caso. Terzo: un messaggio di supporto scritto all’inizio e uno alla fine del test. Quarto: uno spazio, dopo l’esame, dove lo studente può dire cosa ne ha pensato.
Sembra poco. Applicato a due studi su esami a scelta multipla, il pacchetto ha fatto salire il senso di autonomia e competenza percepito dagli studenti, e con esso anche i punteggi ottenuti. In un terzo studio, su un intero corso universitario di lettura e scrittura, gli stessi quattro accorgimenti hanno ridotto rabbia, ansia e senso di ingiustizia riferiti dagli studenti, senza toccare un solo voto del programma.
Lo studio in breve
Pubblicazione: Lia M. Daniels et al., “Satisfaction and Frustration of Basic Psychological Needs in Classroom Assessment”, pubblicato su Trends in Higher Education (2026).
C’è un dettaglio che Daniels segnala con una certa insistenza, ed è quello che rende l’intera ricerca meno banale di quanto sembri: le quattro pratiche funzionano solo se l’esame di partenza è già disegnato bene. Aggiungerle a un test scritto male, con domande ambigue o criteri poco chiari, non produce lo stesso effetto. La percezione di equità resta comunque la base su cui poggia tutto il resto.
Perché non basta cambiare formato agli esami
Qui sta il punto che complica sia la linea Michigan sia quella dei soli sportelli d’ascolto. La ricerca di Daniels, condotta su più formati di valutazione, non trova grandi differenze di benessere legate al tipo di esame scelto dal docente. Abolire i voti, come tentano ora diversi atenei nordamericani sulle matricole, non garantisce da solo studenti più sereni: cambia il rischio percepito, non necessariamente l’ansia che precede il test.
La stessa docente che ha collaborato al progetto, dopo aver riscritto il proprio piano di valutazione con questi criteri, ha raccontato di sentire meno peso lei stessa: meno ansia nel correggere, più tempo per parlare con gli studenti invece che rincorrere reclami sui voti.
Vale per un esame universitario canadese, per una maturità italiana, per qualunque sistema scolastico che continui a trattare la valutazione come un rito a parte, sganciato dalle stesse regole di rispetto che si applicano al resto della didattica.
Gli esami restano esami: cambia solo chi, prima di consegnarli, si è preso la briga di spiegarli. Voi che ne pensate?