Sul bordo di una frana di permafrost, nei Territori del Nord-Ovest canadesi, una start-up sta stendendo tappeti di legno e cocco. Avete letto bene: sotto c’è uno strato di trucioli e terra con dentro semi di piante native, e sopra una stuoia di fibra di cocco. Che roba è, giardinaggio da balcone? Eppure, a dire della cofondatrice della start-up, nella stessa estate il bordo scoperto ha perso 5 metri di terreno, mentre quello sotto il tappeto non ha perso nulla di misurabile. Ok, ragazzi, avete la nostra attenzione.
Il permafrost, per chi se lo stesse chiedendo, è il suolo dell’Artico che resta ghiacciato tutto l’anno e custodisce resti di piante e animali accumulati nel corso dei millenni, cioè una montagna di carbonio. Quando si scongela, quel carbonio esce come CO2 e metano, in quantità che le stime paragonano alle emissioni annue del Giappone. L’unico modo affidabile di rallentare il disgelo su scala globale resta tagliare i combustibili fossili. Nel frattempo c’è chi prova rimedi locali, dalle stuoie riflettenti sui ghiacciai all’acqua pompata sul ghiaccio marino per ispessirlo.
PermaC, a quanto ne sanno i ricercatori sentiti da Nature, è la prima a puntare dritto sul disgelo del permafrost.

Perché stendere tappeti proprio sulle frane del permafrost?
Perché è lì che il disgelo corre. Una frana di permafrost (in inglese si chiama retrogressive thaw slump) nasce quando un pendio ghiacciato si scioglie e crolla. Da quel momento l’erosione si mangia il paesaggio a grossi bocconi, e ogni boccone scopre strati di terreno più profondi, esposti al caldo per la prima volta, che diventano punti caldi di CO2 e metano. Una stima citata da Nature dice che le frane possono far crescere le emissioni del permafrost fino al 40% rispetto ai modelli sul disgelo graduale.
Sul gas che dorme là sotto vi ho presentato già due anni fa, a gennaio 2024, lo studio di Thomas Birchall. Il metano può migrare attraverso il permafrost e, una volta libero, alimenta altro riscaldamento e altro disgelo. Peraltro anche la NASA, già nel 2020, vedeva milioni di fonti di metano pronte a schiudersi nell’Artico.
L’idea di PermaC è fermare il crollo dal bordo. Si stende uno strato di trucioli e terra, poi una stuoia di cocco simile alla juta, che tiene tutto fermo e isola il suolo. Cansu Culha, cofondatrice e ricercatrice di rischi naturali all’Università della Columbia Britannica, a Vancouver, racconta di aver preso spunto dall’Alaska. Lì alcune comunità indigene frenano il degrado del permafrost piantando alberi lungo il bordo delle frane. Le stuoie antierosione esistono da tempo nelle zone temperate, ma finora nessuno le aveva usate per isolare o stabilizzare un terreno ghiacciato.
I numeri di PermaC, uno per uno
Pubblicazione: James Dinneen, “Woody ‘blankets’ are being deployed on Arctic permafrost to reduce carbon emissions”, notizia pubblicata su Nature (8 ottobre 2026). DOI: 10.1038/d41586-026-03045-8.
Quanta CO2 evita davvero una coperta di legno e cocco?
Per ora nessuno lo sa con precisione, e chi studia questi terreni lo dice senza giri di parole. Mark Lara, biologo dell’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign, ricorda che misurare le emissioni di una frana è ancora una domanda di ricerca aperta. Ce ne sono di sicuro che sprigionano parecchio carbonio. Il totale dipende dalla forma del crollo e dal carbonio nel suolo, oltre che dalla quota che finisce in CO2 invece che in metano.
Quello che Culha ha in mano, oggi, sono stime. Le ricava da ricerche sui tassi di erosione e sul carbonio del suolo artico, e ne viene fuori una cifra di circa 2.200 tonnellate di CO2 l’anno evitate in una frana media ricca di carbonio. Moltiplicate per le 20.000 frane che l’azienda vuole coprire in 10 anni, fanno 40 milioni di tonnellate l’anno: più o meno le emissioni dell’Ungheria.
Il test di quest’estate ha misurato di quanto arretra il bordo di una frana. Christina Schaedel, del Woodwell Climate Research Center, che consiglia l’azienda, lo giudica molto promettente e aggiunge subito che arriva da una frana sola, in una sola estate. Una frana e un’estate fanno un indizio, difficilmente un dato.
Nature paragona le emissioni del permafrost a quelle del Giappone, intorno a 1 miliardo di tonnellate di CO2 l’anno. Quei 40 milioni ne sarebbero il 4%.
Chi paga tutto questo? I crediti di carbonio
Nei piani dell’azienda li pagano i crediti di carbonio. PermaC dovrebbe dimostrare che i suoi tappeti hanno impedito il rilascio di un certo numero di tonnellate di CO2. Quelle tonnellate diventano crediti, che l’azienda vende a chi vuole compensare le proprie emissioni altrove. Per farlo serve una metodologia dettagliata che un soggetto terzo possa verificare, e Culha dice di essere al lavoro: punta a emettere i primi crediti già l’anno prossimo.
E così la domanda su quanta CO2 eviti davvero una coperta, che oggi non ha risposta certa, diventa anche la domanda su quanto vale un credito.
Lo schema dei crediti compare anche nella storia di Terranova, la start-up di San Francisco che inietta trucioli di legno sotto una città che affonda. Lì i crediti di carbonio potrebbero dimezzare il costo per i contribuenti. In entrambi i casi il legno è il materiale, e il credito è l’idea che lo paga. Ma a voi, a parte il tappeto in sé, vi convince il “modello” di business?
Quanta strada resta prima dei crediti
Orizzonte stimato: 1-3 anni per i primi crediti (obiettivo dichiarato dall’azienda), 7-15 anni per scoprire se i tappeti arrivano davvero a 20.000 frane.
Servono una metodologia di verifica accettata da un ente terzo e misure dirette delle emissioni su più frane, ripetute per più estati. I primi clienti sono le aziende e le persone che vogliono compensare emissioni altrove. Resta valido quanto ricorda Nature: per rallentare il disgelo su scala globale l’unica strada affidabile è tagliare le emissioni da combustibili fossili.
