Provate a immaginare i vostri figli, o i figli dei vostri figli, tra qualche anno: parlano con un’amica al bar, lei non risponde subito a una domanda, ci pensa, cambia idea a metà frase, si contraddice. E loro provano disagio, la stessa ansia sociale che oggi proveremmo davanti a qualcuno che si comporta in modo destabilizzante, tipo il matto dei tarocchi. Suona come un incubo da serie tv, ma è solo l’estrapolazione lineare di dati che esistono già, oggi, nel 2026.
Ne avevamo già scritto parlando di come sarà la vita con gli amici artificiali: uno studio pubblicato su Psychological Science ha seguito per 12 mesi oltre 2.000 adulti in quattro paesi occidentali: chi usa di più i chatbot “compagni” per sentirsi meno solo, con il tempo, si sente più isolato, non meno.
Nel 2022 avevamo già raccontato di chi diceva che un’AI gli aveva salvato il matrimonio: un aneddoto isolato, allora. Uno studio di Stanford ha scoperto che gli utenti con meno legami reali sono proprio quelli che si affidano di più al chatbot, ed escono peggio, non meglio: gli autori lo chiamano “social snack”, ma ammettono che a volte è vero e proprio “cibo spazzatura”, per restare nella metafora. Qualcosa di ben lontano dal cibo vero.
Il meccanismo non richiede malizia da parte di nessuno: basta che l’alternativa comoda sia sempre lì, 24 ore su 24, e che quella scomoda (un amico che a volte è di cattivo umore, un partner che a volte ha bisogno di spazio) resti quella che è sempre stata: umana. Quindi complicata.
Il termometro sale pochi gradi alla volta
L’ansia sociale, quella vera, clinica, nasce spesso da un disallineamento tra quello che ci aspettiamo dagli altri e quello che gli altri effettivamente fanno. Un compagno artificiale che non giudica mai, non si stanca mai, non ha giornate storte, alza silenziosamente l’asticella di cosa consideriamo “normale” in una relazione. Chi si abitua a un ascolto perfetto non diventa più forte nel gestire l’imperfezione: perde allenamento. E l’allenamento sociale, come quello muscolare, si perde più in fretta di quanto si costruisca.
Oggi il 21% di chi usa un’AI come partner romantico dichiara già di preferirla a una persona reale: se quella quota raddoppia tra un decennio di modelli sempre più convincenti, immaginate coppie che si formano più tardi, non per mancanza di desiderio ma perché la soglia di tolleranza per un primo appuntamento andato storto si è quasi azzerata. Immaginate uffici dove il collega che cambia idea in riunione viene bollato come “instabile” con una facilità mai vista prima.
Che dice la legge
La settimana scorsa la Commissione europea ha presentato il Kids Act, che vieta ai chatbot companion di “simulare le relazioni umane in modi tali da creare una dipendenza emotiva” nei minori. È una frase che vale la pena leggere due volte, perché ammette esattamente il meccanismo di cui parliamo: Bruxelles sa che un’AI può creare dipendenza affettiva, tanto da scriverlo nero su bianco in un regolamento. Solo che si ferma al diciottesimo compleanno.
Gli adulti, quelli che secondo lo studio di Stanford stanno già peggiorando proprio mentre si affidano di più al compagno digitale, restano fuori da qualunque tutela di questo tipo.
In Italia il Garante Privacy ha già sanzionato Replika per 5 milioni di euro e Character.AI per 158mila, ma per come trattavano i dati, non per il meccanismo di dipendenza in sé: si regola la scatola, non ancora il contenuto della relazione che produce.
Come potrebbe andare diversamente
Lo scenario distopico di una “pandemia” di ansia sociale resta uno dei possibili, non l’unico, e va detto con onestà.
Estendere agli adulti un principio simile al Kids Act (design che non simuli dipendenza emotiva, non solo trasparenza) cambierebbe l’incentivo alla radice: più tempo speso col chatbot significa più ricavi per chi lo vende, e nessuna azienda frena il proprio fatturato da sola.
Alcuni ricercatori propongono pause strutturali come quelle già previste per i minori in California, o limiti di sessione che spingano verso contatti reali invece di trattenere.
Il fattore più sottovalutato resta educativo: chi arriva al chatbot con una rete sociale già solida lo usa come integrazione, non sostituzione, e ne esce meglio. La tecnologia conta meno della sua distribuzione: arriva prima, e con più forza, proprio in chi ha meno anticorpi sociali per maneggiarla.
Uno studio dell’Università di Aalto, presentato al CHI di Barcellona, racconta il paradosso con una frase quasi commovente: gli utenti più affezionati a un compagno AI parlano sempre più spesso di relazioni nei loro post online, ma con toni sempre più segnati da solitudine. Parlano di legami mentre si allontanano dai legami.
Nessuno ha deciso a tavolino che sarebbe andata così. È il risultato collaterale di milioni di piccole scelte comode, ciascuna ragionevole se presa da sola: rispondere a un messaggio del chatbot invece che rimandare una telefonata scomoda, scegliere l’ascolto senza giudizio invece del confronto che fa un po’ male. Ma la somma di scelte ragionevoli, quando è sistemica, produce esattamente il tipo di deriva che nessuno avrebbe scelto se gliel’avessero mostrata tutta insieme, in anticipo.
Orizzonte stimato
Se non ci saranno argini, entro 10-15 anni al massimo vedremo pesanti effetti misurabili su scala sociale, non più individuale.
Servirebbero regolamentazione estesa agli adulti e una letteratura scientifica più lunga di quella attuale, che copre al massimo due anni di utilizzo. A guadagnarci per prime sarebbero le fasce già fragili: reti sociali piccole, persone con ansia pregressa, o isolate. Anche gli studi già realizzati restano correlazionali più che causali in senso stretto: l’ansia sociale come effetto di popolazione non è mai stata misurata, per la semplice ragione che il fenomeno è troppo giovane.
Vent’anni sono tanti per la tecnologia, pochissimi per un’abitudine sociale. Nel frattempo, se un’amica esita a rispondervi, evitate di agitarvi: magari è solo umana.