Sul fondo delle tre vetrine di Piazzale Candiani, a Mestre, decine e decine di fotografie di tatuaggi coprono il piano come foglie in autunno. Tra le stampe si riconoscono un pinguino di Linux sul braccio e un joypad da console sulla gamba. Si chiama Atrophia, ed è visibile 24 ore su 24 dal marciapiede, senza biglietto né orari.
L’ha firmata Enrico Dedin, media artist nato a Treviso nel 1996. Fa parte di Backup, il programma di No Default APS con il Centro Culturale Candiani e M9, il Museo del ‘900, e ha inaugurato domenica 18 ottobre alle 18. Le vetrine restano allestite fino al 15 novembre 2026.
Dedin si è laureato con lode in Nuove Tecnologie dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ha esposto a The Wrong Biennale e al Videoart Yearbook curato da Renato Barilli, ed è nel catalogo di Heure Exquise!, il distributore francese delle collezioni audiovisive del Louvre.
Cosa c’è dentro Atrophia, nelle vetrine di Piazzale Candiani
Alle pareti sono appesi poster in cui si leggono a distanza i titoli «Feed me more» e «In tech we trust», più un terzo che dice «Idiocracy». Una cornice di microchip racchiude un’immagine della serie fotografica Metamorfosi. Un pannello arancione regge schede elettroniche recuperate da vecchi apparecchi (il ciarpame digitale di ogni cassetto di casa), e un’altalena ha le catene fissate a una tastiera al posto del seggiolino.
Il comunicato indica come opere principali Melting Thinker, Mirrorphones e Digital Tribalism, che tengono insieme filosofia e critica della cultura digitale.
L’opera più facile da perdere sta sul piano. Una cornetta da telefono col filo a spirale pende dalla parete, e un cavo nero scende fino alle stampe e finisce in una spina bianca appoggiata sopra i tatuaggi. Tra le stampe compaiono anche il simbolo della USB e il logo di YouTube. I dispositivi che quei tatuaggi celebrano invecchiano più in fretta della pelle che li ospita.
La tesi di Dedin: il cervello si adatta all’ambiente che abita
Il testo della mostra parte da un fatto di biologia: il cervello è un organo plastico, e cambia in base all’ambiente in cui vive. Quell’ambiente, oggi, è un’infosfera costruita per catturare l’attenzione e per premiare le emozioni immediate e polarizzanti. Dedin la descrive come un sistema che finisce per propagandare l’idiocrazia. Un’abilità che non si esercita si indebolisce: la memoria perde presa e la soglia dell’attenzione si restringe. In questo quadro il mito della produttività si è mangiato la noia e l’otium, cioè il tempo in cui la mente si allena alla complessità.
Il discorso esce dallo studio dell’artista. Dedin ha chiamato Giulia Bovassi, bioeticista e ricercatrice associata della Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani, e Azia Maria Sammartano, medico specialista in Audiologia e Foniatria. Le due esperte parleranno in una video-testimonianza che uscirà online mentre le vetrine restano aperte. Per lui arte e cultura sono «principi attivi» che amplificano il proprio impatto quando parlano con settori lontani dalla creatività.
Quanto pesa lo studio del MIT sul cervello e sull’IA
Il comunicato di Atrophia attribuisce l’indebolimento delle facoltà cognitive alla crescente delega acritica agli LLM, i grandi modelli linguistici. Tra i materiali dell’opera elenca anche i video generativi, cioè immagini prodotte da quegli stessi modelli finiti sul banco degli imputati. Il testo sul sito di No Default sposta l’accento: a preoccupare è la facile tentazione di rinunciare a pensare da soli, e lo strumento passa in secondo piano.
La prova che di solito si porta a sostegno di questa tesi arriva dal MIT Media Lab. Un gruppo guidato da Nataliya Kosmyna ha fatto scrivere saggi a 54 partecipanti, con ChatGPT, con un motore di ricerca o senza alcun aiuto. Ne ha misurato l’attività cerebrale con l’elettroencefalogramma (cioè con elettrodi appoggiati sulla testa). Chi scriveva da solo ha mostrato le connessioni neurali più forti, chi usava ChatGPT le più deboli. Alla quarta sessione, però, sono tornati in 18, e l’unico strumento messo alla prova era ChatGPT.
Raccontammo lo studio a febbraio nel pezzo sul debito cognitivo. Già nel novembre 2024 scrivevamo del valore della noia, quel muscolo mentale che si atrofizza se nessuno lo allena, e che oggi ritroviamo nel titolo di una mostra. Il tema, insomma, ce l’avevamo in casa da un pezzo: a Mestre qualcuno lo ha messo dietro un vetro.
Lo studio del MIT in cifre
Pubblicazione: Nataliya Kosmyna e colleghi, “Your Brain on ChatGPT: Accumulation of Cognitive Debt when Using an AI Assistant for Essay Writing Task”, preprint su arXiv (giugno 2025). DOI: 10.48550/arXiv.2506.08872.
Dati chiave: 54 partecipanti nelle prime 3 sessioni, divisi in tre gruppi (ChatGPT, motore di ricerca, nessun aiuto), e 18 nella quarta. Attività cerebrale misurata con l’EEG, solo con ChatGPT come strumento e con saggi brevi da scrivere. All’uscita lo studio non era stato ancora sottoposto a revisione paritaria, come ricordava The Decoder.
No Default e Backup, l’archivio che vive in una vetrina
Backup nasce dall’idea di fare una copia di sicurezza della memoria del presente. No Default invita artisti a lavorare nelle vetrine di un passaggio coperto di Mestre e li affianca a live set, performance e proiezioni nell’auditorium del Candiani e a M9. Prima di Dedin sono passati Giulio Favotto, Dora Perini e Dorotea Dolinšek, tra febbraio e maggio 2025, poi il programma si è fermato per circa un anno e mezzo.
Dopo Atrophia le vetrine passano a Giuseppe Lo Cascio con House Selection p.2, dal 22 novembre al 20 dicembre. Il programma prevede in seguito una mostra collettiva dislocata in città, con altri artisti invitati.
Quanto tempo si ferma davanti a una vetrina chi ha il telefono in tasca? Atrophia lo mette alla prova giorno e notte fino al 15 novembre, e la risposta la daranno i passanti, uno alla volta.