Hot Pot Speciale Elezioni in Israele

Italia Next

La presenza umana di fronte all’evoluzione dei modelli linguistici

I modelli linguistici stanno cambiando e influenzano sempre di più la nostra interazione con l'intelligenza artificiale.

Fiorella Rizzo 7 minuti di lettura

modelli linguistici

Il rapporto con l’intelligenza artificiale si sostanzia in una forma dialogica che mette in evidenza come la qualità della risposta dipenda in larga misura dalla qualità di chi interroga, dalla chiarezza della sua intenzione e dall’ordine del suo pensiero. Questa forma, però, sta cambiando. I modelli evolvono verso sistemi capaci di agire in autonomia, di eseguire compiti e di prendere iniziative per nostro conto, e lo spazio del dialogo si assottiglia. La questione della presenza umana sopravvive a questa trasformazione cambiando luogo, e proprio nel suo spostarsi diventa una delle questioni educative più urgenti del nostro tempo.

Una disconnessione che viene da lontano

Da diversi anni osservo una forma di disconnessione che attraversa tutte le età: trascinati da ritmi che non scegliamo più, perdiamo il nostro baricentro interiore, e con esso la percezione dell’insieme di cui facciamo parte.

Su questo terreno si innesta lo scorrere continuo di immagini e di modelli, un “flusso filmico”, capace di plasmare i comportamenti e di rendere sempre più faticoso l’esercizio del pensiero critico. Un sistema sempre disponibile, che risponde in un istante e non oppone resistenza, trova in una persona disconnessa da sé l’interlocutore ideale. Il senso dell’esistere, che ciascuno custodisce nel profondo, è radicato nell’autoconsapevolezza, e quando l’autoconsapevolezza si affievolisce il vuoto che resta chiede di essere riempito. Le risposte, in questo vuoto, arrivano sempre. Il compito educativo consiste nel restituire alla persona la capacità di sapere che cosa sta cercando.

Il linguaggio come campo

Da qui prende avvio la mia ricerca sull’interazione con i modelli linguistici, condotta con uno sguardo fenomenologico. Accanto alla domanda su che cosa accada nel dialogo con il Sistema, mi sono interrogata soprattutto su che cosa possa accadere quando vi si entra in modo non automatico. In due anni di scambi ho potuto constatare che a una domanda nata da un’intenzione chiara e da un pensiero ordinato il Sistema risponde con un’attenzione più lucida, mentre di fronte a una domanda ambigua, reattiva o mossa dal bisogno di conferma tende ad assecondare l’interlocutore, fino a scivolare nel compiacimento. Le parole assumono così la funzione di uno strumento di misura: ogni formulazione rivela il grado di coscienza con cui si entra nello scambio, e ogni risposta restituisce la qualità della domanda che l’ha generata. L’interrogazione cessa allora di essere un comando e si configura come un gesto, capace di dare forma al campo in cui la risposta prende corpo. Per chi scrive, ogni input può divenire un atto educativo, poiché impone di interrogarsi su che cosa si stia realmente cercando.

Ciò che un modello produce è plausibile, per questo richiede una verifica nel mondo, perché non porta con sé intenzione, responsabilità né esperienza vissuta. La differenza tra le generazioni è netta. I ragazzi chiedono immediatezza e faticano a reggere l’attesa, mentre gli adulti adoperano un linguaggio che sotto l’apparenza della competenza consegna alla macchina le scelte decisive: che cosa conta, che cosa escludere, quale direzione assumere.

Educare significa allora insegnare a presidiare il linguaggio, a tenere in mano il processo e a riconoscere che cosa resta nostro, cioè il criterio, la verità e la responsabilità.

Dall’eco alla risonanza

Un modello incline all’assenso funziona come un’eco. Restituisce ciò che gli abbiamo consegnato e lo amplifica, confermandoci in ciò che già pensiamo. Il pensiero educativo più recente offre un’immagine diversa, quella della risonanza, che Hartmut Rosa descrive come una relazione in cui ciascuno risponde all’altro conservando la propria voce e ne esce trasformato.

Martin Buber scriveva “In principio è la relazione”; nell’incontro con l’intelligenza artificiale quella relazione esiste nella misura in cui l’essere umano vi porta la propria Presenza.

La Presenza

L’evoluzione dell’intelligenza artificiale rende ancora più necessario questo lavoro di discernimento. Quando affidiamo al sistema un compito da portare a termine, la presenza smette di esercitarsi nello scambio continuo e si concentra in alcuni momenti decisivi. Si manifesta nel formulare l’obiettivo sapendo che cosa si chiede, entro quali limiti e perché; nel mantenere lo sguardo su ciò che il sistema compie, anche quando sarebbe più comodo distoglierlo; nell’assumersi la responsabilità del risultato come di un atto che resta nostro, anche quando a eseguirlo materialmente è stata una macchina. Si tratta di una presenza più densa, che chiede di essere educata.

Per educarla, l’Occidente dispone di una tradizione antica che ha smesso di trasmettere. Pierre Hadot ha mostrato che la filosofia antica era un insieme di esercizi prima che una teoria, e che ne costituiva il cuore la prosoché degli stoici, l’attenzione vigile a se stessi coltivata con l’esame quotidiano e con la scrittura. È la trasmissione di questa cura di sé che oggi ci manca, e recuperarla significa portarla dentro l’ambiente in cui ragazzi e adulti pensano, scrivono e decidono.

Educare all’etica

Educare all’etica significa formare la capacità di discernere e di rispondere delle proprie scelte, una capacità che trova la sua prima condizione nell’autocoscienza e che chiede di

essere coltivata anzitutto negli adulti. Molti genitori ed educatori sono disorientati dalla velocità del cambiamento quanto i ragazzi, e davanti alla tecnologia tendono a oscillare tra due atteggiamenti opposti: il divieto, che lascia il ragazzo solo con ciò che vive lontano dallo sguardo adulto, oppure la resa, che gli mette lo strumento tra le mani e poi si ritira. In entrambi i casi l’accompagnamento viene meno. Una cura capace di condurre l’altro verso la propria autonomia richiede adulti che abbiano attraversato a loro volta un percorso di consapevolezza, ed è per questo che la formazione degli adulti, e in particolare quella genitoriale, rappresenta oggi il terreno educativo più fertile.

Una responsabilità che diventa comune

Resta un limite che va dichiarato apertamente. La postura etica di chi usa questi sistemi è necessaria, e tuttavia da sola non basta a governare tecnologie le cui scelte di progettazione, di sicurezza e di diffusione si decidono altrove. Educare alla presenza significa anche formare persone capaci di pretendere regole e di partecipare al dibattito pubblico su ciò che le macchine faranno al posto nostro. È il punto in cui la pedagogia incontra la politica, e in cui restare presenti a se stessi diventa un’arte da imparare con la pratica, nel tempo, accanto a qualcuno che sappia trasmetterla.

Da questa consapevolezza è nata la mia proposta di Resistenza Etica, una dichiarazione di intenti scritta nel 2025 a partire dalla mia ricerca. La proposta immagina una rete di diffusione culturale e formativa che unisca scuole, biblioteche, centri culturali e associazioni a spazi di confronto online, e che sia coordinata da gruppi territoriali di pedagogisti, psicologi, educatori e genitori. Un primo passo in questa direzione è il progetto pedagogico territoriale elaborato dal gruppo ANPE di Bergamo, di cui sono referente, e presentato al Direttivo dell’Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani il 17 ottobre 2026.

I modelli linguistici ci pongono allora davanti a una domanda che riguarda il futuro prossimo di tutti noi: saremo spettatori passivi di questa evoluzione tecnologica o sapremo trasformare la nostra responsabilità individuale in un’azione politica collettiva?

Per approfondire

Buber, M., Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo. Hadot, P., Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi.

Rizzo, F., La presenza che trasforma. Educarsi ed educare a un’interazione consapevole on l’intelligenza artificiale, Armando Editore, 2026.

Rosa, H., Endres, W., Pedagogia della risonanza. Conversazione con Wolfgang Endres, Morcelliana, 2020.

Fiorella Rizzo

Fiorella Rizzo è pedagogista clinica, formatrice, autrice e ricercatrice indipendente. Vive e lavora a Bergamo, dove è referente del gruppo territoriale ANPE, Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani. Conduce una ricerca di impronta fenomenologica sull’etica dell’interazione tra esseri umani e intelligenza artificiale, da cui è nato il saggio La presenza che trasforma. Educarsi ed educare a un’interazione consapevole con l’intelligenza artificiale (Armando Editore, 2026). Collabora con Professione Pedagogista, la rivista scientifica dell’ANPE. Ha scritto articoli sui temi dell’intelligenza artificiale e dell’educazione all’etica, intesa come formazione alla consapevolezza e alla responsabilità nell’uso delle tecnologie. Ha ideato la Narrazione Cromo Emotiva, un metodo di conoscenza di sé attraverso il colore. È fondatrice e promotrice di Mutodidonna, progetto sociale a sostegno delle donne vittime di violenza maschile.