Perché i vermi tenuti al fresco vivono più a lungo? Il legame tra freddo e longevità è noto da più di un secolo, e ora uno studio su Nature indica la molecola che lo spiega: la diidrobiopterina, abbreviata in BH2. La producono i muscoli del verme Caenorhabditis elegans quando la temperatura scende a 15 gradi, e da lì raggiunge il resto del corpo. A firmare la ricerca sono Hyun Ju Lee e David Vilchez, dell’Università di Colonia.
Cosa fa il muscolo di un verme quando scendono i gradi
A 15 gradi il muscolo del verme produce più CAT-4, un enzima che avvia la fabbricazione di BH2. Il confronto con animali cresciuti a 20 e a 25 gradi ha rivelato 45 molecole più abbondanti al freddo, con la diidrobiopterina in testa.
Si chiama metabolita ogni prodotto intermedio delle reazioni con cui le cellule lavorano i nutrienti, un po’ come un semilavorato in una catena di montaggio. Anche la betaina, di cui Futuro Prossimo ha scritto a novembre 2025 per effetti simili a quelli dell’esercizio fisico, è un metabolita. Il muscolo prepara BH2 e la rilascia nell’organismo. In intestino e cervello, riferisce Singularity Hub, la molecola diventa BH4, e questa permette a un secondo enzima di ricavare la tirosina, un amminoacido, dalla fenilalanina.
Il risultato è una migliore proteostasi, la manutenzione delle proteine: quelle accartocciate vanno smaltite prima che si accumulino come rifiuti. Quando la catena si interrompe, i vermi al freddo perdono il guadagno di vita, come riassume ScienceAlert. Secondo Vilchez, colpire un solo tessuto come il muscolo potrebbe proteggere l’organismo intero.
Freddo e longevità: l’effetto arriva anche a temperatura normale
Nei vermi il vantaggio del freddo si ottiene anche senza il freddo. Aumentando per via genetica il CAT-4 nei muscoli, i ricercatori hanno allungato la vita degli animali a temperature normali o più calde. La tirosina somministrata ai vermi incapaci di produrre BH2 ha avuto lo stesso effetto.
Vilchez racconta di essere rimasto davvero sorpreso, e il gruppo cerca ora trattamenti che imitino i benefici del freddo senza abbassare la temperatura del corpo.
A novembre 2021 Futuro Prossimo aveva raccontato un’idea diversa: una pillola per abbassare la temperatura corporea e rallentare il metabolismo, ipotizzata dal fisico Geoffrey West del Santa Fe Institute. Il lavoro di Colonia suggerisce un’altra strada, perché una parte dell’effetto passa da un segnale che l’organismo regola attivamente: se il segnale basta, il termometro può restare dov’è.
Perché i ricercatori guardano anche a Huntington e SLA
In cellule umane coltivate in laboratorio, BH2 e tirosina hanno ridotto l’accumulo di proteine malformate legate alla corea di Huntington e alla SLA (sclerosi laterale amiotrofica). Meno segnali di morte cellulare programmata sono comparsi anche in motoneuroni umani con una mutazione associata alla SLA. Nei vermi usati come modello di Huntington, la stessa via ha frenato l’aggregazione delle proteine tossiche.
Hanseul Lee e Seung-Jae Lee del KAIST, estranei alla ricerca, firmano il commento allo studio e vedono nel muscolo una possibile fonte di segnali favorevoli alla longevità (lo riporta wissenschaft.de). Per ora tutto resta confinato a vermi e cellule in provetta.
Il lavoro di Lee e Vilchez a Colonia
Pubblicazione: Hyun Ju Lee, David Vilchez et al., “Cold activates a BH2 metabolic network promoting longevity and proteostasis”, pubblicato su Nature (2026). DOI: 10.1038/s41586-026-11152-9.
Dati chiave: il confronto ha messo i vermi C. elegans a 15 gradi accanto a quelli tenuti a 20 e a 25 gradi, e a 15 gradi sono risultate più abbondanti 45 molecole, con BH2 in testa. In cellule umane in coltura, BH2 e tirosina hanno ridotto l’aggregazione di proteine legate a Huntington e SLA.
Dai vermi all’uomo: la parte che manca
Nell’uomo mancano ancora le prove, e la via del BH2 ha complicazioni che nel verme non compaiono. Nell’organismo umano BH2 partecipa a numerosi altri segnali, quindi un eccesso potrebbe causare effetti collaterali oggi sconosciuti.
I commentatori del KAIST chiedono esperimenti sui mammiferi prima di qualsiasi passo avanti.
Nei mammiferi BH2 e la sua forma attiva regolano le specie reattive dell’ossigeno, e un’integrazione potrebbe alterare l’equilibrio fino ad accelerare l’invecchiamento. Gli autori dello studio, a scanso di equivoci, sconsigliano di assumere BH2 o tirosina a scopo antietà.
Poi c’è un conto di temperature. I 15 gradi dello studio sono quelli di una cantina in ottobre, comodi per un verme che di solito vive a 20. Il corpo umano sta a 37, e sotto i 35 gradi di temperatura interna si parla già di ipotermia. Abbassare il termometro dell’organismo è impegnativo e potenzialmente pericoloso, per questo si cerca di copiare il segnale.
Quanto è lontana una cura che imiti il freddo
Orizzonte stimato: incerto, e comunque oltre 15 anni.
Servono prove su mammiferi, la certezza che BH2 non disturbi le altre vie in cui è coinvolta e una formula sicura per l’uomo. I primi a beneficiarne sarebbero, in teoria, i pazienti con malattie neurodegenerative come Huntington e SLA: finora il vantaggio è stato visto solo in cellule coltivate e in vermi.
Un muscolo umano esposto a 15 gradi produce BH2 come quello di un verme, e basta a cambiare qualcosa nell’arco di 80 anni?
Lo studio non lo misura, e il rapporto tra freddo e longevità negli esseri umani si regge per ora su vermi e cellule in provetta: più un secolo di sospetti.