Nel 2020, durante una tavola rotonda online con l’Hollywood Reporter, Patrick Stewart raccontò di un post-it. Secondo lui doveva essere ancora in qualche cantina della Paramount, firmato da Gene Roddenberry. L’ordine era secco: il nome di quell’attore inglese non andava più pronunciato. Lo diceva ridendo, a quasi 80 anni, da signore che quell’ordine lo aveva ignorato per 7 stagioni e 4 film, con la calma di chi alla fine ha avuto ragione.
Se n’è andato, ragazzi. Si è teletrasportato nell’infinito dalla sua casa di Los Angeles, a 86 anni, assistito dalla moglie Sunny Ozell. L’hanno convinto a partire, dopo un percorso breve, l’Alzheimer e la demenza a corpi di Lewy: e noi lo abbiamo saputo solo oggi che la famiglia ha dato la notizia dopo sull’account Instagram ufficiale.
Al posto dei fiori, i suoi familiari chiedono di sostenere la ricerca sull’Alzheimer del Johns Hopkins e i programmi di aiuto ai familiari dell’Alzheimer’s Foundation of America.
C’è un dettaglio della sua giovinezza che oggi fa un effetto strano. A Mirfield, nello Yorkshire, il ragazzo che sarebbe diventato Picard faceva il cronista per il giornale locale e scriveva i necrologi. La vita, a un certo punto, gli mise davanti una scelta bizzarra: o il giornale o il palcoscenico.
Scelse il palcoscenico, e oggi tocca a me scrivere un necrologio che lui probabilmente avrebbe saputo scrivere meglio. Partendo, anzi ripartendo dal post-it di cui vi parlavo all’inizio.
Il Picard che Roddenberry non voleva e il pubblico non ha più mollato
Quando partì Star Trek: The Next Generation, nel lontano 1987, il Los Angeles Times presentò Patrick Stewart come un attore britannico, un teatrante shakespeariano che nessuno conosceva. Lui stesso, a dirla tutta, era convinto di fare un’esperienza breve. Pensava che la serie sarebbe stata cancellata da un giorno all’altro: così lui sarebbe tornato a Londra con un po’ di soldi e un po’ di abbronzatura, diceva.
Sul set, secondo il suo racconto, Roddenberry lo guardava con l’aria di chi si chiede cosa ci faccia un estraneo in casa propria.
Eppure il Bardo e lo spazio (se lo chiedete a me, a me, matto di Star Trek) hanno tanto in comune. Dal suo talento vennero fuori 7 stagioni e 4 film, con un capitano che comandava ascoltando. Lo spiegava lui stesso, paragonandolo ai registi migliori, quelli che a metà ripresa ti chiedono cosa ne pensi. Dalla sua bocca sono uscite frasi che ci portiamo dietro da quasi 40 anni e c’è quel Tè, Earl Grey, caldo ordinato al replicatore come fosse un omaggio, anzi: lo era.
E poi? Poi ci sono le scene che mi hanno addirittura cambiato il carattere. E forse a tanti di voi, se ci pensate. Come in quell’episodio in cui un inquisitore cardassiano gli mostra 4 luci e pretende che ne confessi 5. Da allora quello per me è il paradigma di come ci si deve rifiutare di dire una cosa comoda e falsa. In Primo Contatto, nel 1996, contro i Borg tirò fuori un’ostinazione da capitano Achab, così autenticamente letteraria.
E poi, prosaicamente, l’immagine tra quelle che mi vengono così, a nastro mentre scrivo, c’è la faccia con la mano sulla fronte, il “facepalm” di Picard, che da anni internet usa per commentare qualunque cosa. Compresi certi comunicati stampa sull’intelligenza artificiale.
Patrick Stewart tra Shakespeare e il Professor X
Prima di Hollywood, dicevo, c’erano stati 16 anni con la Royal Shakespeare Company, dal 1966 al 1982. In quegli anni, Stewart passò anche per la televisione britannica, con la miniserie I, Claudius. Poi è arrivato il cinema, con il Gurney Halleck del Dune di David Lynch nel 1984. Dal 2000 è stato anche il Professor X di X-Men: con il Magneto di Ian McKellen ha costruito una coppia che in scena incarnava due idee opposte di futuro: nella vita la loro era un’amicizia lunga, tanto da portarli in scena insieme a Broadway.
Nel 2017 ha salutato il personaggio recitato negli X Men nel film Logan, dove Xavier era un uomo anziano con la memoria che si sfaldava: oggi quella scena ha un altro peso.
Nemmeno il lockdown del 2020 lo ha fermato. Chiuso in casa, leggeva un sonetto di Shakespeare al giorno davanti a una telecamera. Ha continuato fino all’ultimo dei 154, come se gli spettatori di tutto il mondo fossero una platea vera, e in effetti lo erano.
Nel 2010 era diventato cavaliere per i servizi al teatro, ma il titolo più riconoscibile restava sempre quello di capitano.
Il futuro di Picard e le preoccupazioni di Stewart
Nel 2020, per la mia gioia, Stewart tornò a vestire i panni di Picard (dopo aver giurato che non l’avrebbe fatto). Spiegò di aver risposto al mondo dei tempi della Brexit e di Trump, chiedendosi perché, nel frattempo, la Federazione non fosse cambiata.
La nuova serie partiva dall’idea che il mondo di Next Generation non esistesse più. Ai tempi dell’Enterprise, aggiunse, era stato fin troppo protetto.
Quattro anni fa, a 82 anni suonati, raccontava di essere molto in ansia per l’ambiente e per le guerre. Diceva che servirebbe un nuovo Star Trek per ricordare al mondo dove Roddenberry pensava che potessimo arrivare. Si, il volto più popolare dell’ottimismo televisivo si preoccupava del futuro vero. Lo faceva con la stessa voce con cui, da capitano, aveva sempre chiesto a tutti: e tu che ne pensi?
A me tornano in mente due pezzi del nostro archivio. Nel gennaio 2020, per il ritorno di Picard su Amazon Prime Video, scrissi che 8 tecnologie di Star Trek erano quasi realtà. Il replicatore, in quel pezzo, aveva la faccia di una stampante 3D di sushi a Tokyo. Nel 2023 provai a spiegare se un replicatore vero fosse realizzabile. Poi raccontai della NASA che lavora a un computer di bordo con cui parlare a voce, come faceva Picard con l’Enterprise.
Il tè, per ora, lo scaldiamo ancora con il bollitore. Ma è lo stesso che lui beveva tanti secoli avanti in un futuro immaginario.
Gianluca come Jean-Luc, e un grazie da Trekkie
Patrick se ne va nell’anno in cui Star Trek compie 60 anni: un’epopea nata come me, a settembre, con un ponte di comando popolato da persone di ogni angolo del mondo, per la meraviglia degli spettatori di un pianeta che non era ancora così.
Forse è per questo che il suo Picard mi è sembrato subito casa. Dopo tutto mi chiamo Gianluca, che in francese si dice proprio Jean-Luc, e quando sei un Trekkie e hai quel nome la faccenda ha qualcosa di inevitabile. Scrivo di futuro dal 2006. L’idea di un domani abitabile, con un equipaggio di lettori diversissimi che ascolto a lungo prima di prendere qualsiasi decisione, l’ho imparato anche da lui.
Se il post-it di Roddenberry con il divieto di nominare Patrick Stewart esiste ancora, in qualche cantina della Paramount, oggi gli disobbediamo in tanti. Stasera ti saluto con una tazza del tuo Earl Grey caldo, fatto con il bollitore, perché il tuo replicatore non possiamo ancora permettercelo.
Grazie di tutto, Capitano. Energia.