Di solito il ringiovanimento di una cellula adulta passa da un passaggio drastico: la si riporta allo stadio di staminale pluripotente, una specie di foglio bianco, e solo dopo la si indirizza verso il tessuto voluto. A Bonn il team di Oliver Brüstle ha saltato quel passaggio e ha trasformato cellule del sangue di un 80enne direttamente in staminali neurali, quelle da cui nascono i neuroni. Il ringiovanimento è avvenuto piano, in più di 100 giorni, e i ricercatori lo hanno seguito passo dopo passo.
Come si misura l’età di una cellula di sangue
Per stimare l’età di una cellula si usa un orologio epigenetico, che legge le etichette chimiche attaccate al DNA. Con gli anni alcune compaiono e altre spariscono, un po’ come la sabbia in una clessidra, e dal loro disegno si ricava un’età. Le etichette cambiano il modo in cui il DNA viene letto e lasciano intatte le istruzioni genetiche.
Lo studio di Lea Jessica Berg e colleghi, uscito su Aging Cell, ha usato cellule del sangue di donatori dai neonati ai 101 anni. Per trasformarle in staminali neurali sono stati accesi due geni, SOX2 e cMYC, che spingono la cellula a leggere un altro capitolo del proprio libro. Alla fine l’orologio indicava meno di 20 anni per le cellule dell’80enne.
Quanti anni toglie davvero il ringiovanimento di Bonn
Il titolo da prima pagina, 60 anni in meno, nasce dal confronto tra gli 80 del donatore e i meno di 20 dell’orologio. L’abstract dello studio dà numeri più precisi: le staminali ottenute da donatori anziani conservano circa il 13% dell’età di partenza nelle prime fasi e circa il 5% dopo molti passaggi. Applicate a un donatore di 80 anni, sono circa 10 anni e circa 4 anni: un ringiovanimento anche più ampio di quello raccontato. Il calcolo è nostro, lo studio riferisce le percentuali a tutti i donatori insieme.
I tempi cambiano a seconda di dove si legge. Il comunicato dell’Università di Bonn titola 60 anni in meno dopo 50 giorni e poi parla di oltre 100 giorni di osservazione. Lo studio dice diverse settimane.
Il donatore resta un 80enne: a ringiovanire sono cellule in piastra, e l’anagrafe può dormire tranquilla. Tutto avviene in laboratorio. Il comunicato ricorda che, in studi precedenti, i neuroni ottenuti con lo stesso metodo hanno formato connessioni dopo il trapianto nel cervello di topi. Ora siamo alle cellule umane.
Lo studio di Bonn e Aquisgrana in breve
Pubblicazione: Berg e colleghi, “Protracted Fate Acquisition and Epigenetic De-Aging During Induced Neural Stem Cell Conversion of Human Blood Cells”, pubblicato su Aging Cell (ottobre 2026). DOI: 10.1111/acel.70751.
Dati chiave: donatori da neonati a 101 anni; cellule del sangue convertite in staminali neurali con SOX2 e cMYC; età epigenetica residua di circa il 13% (poche passate) e circa il 5% (molte passate). Finanziatori: Horizon 2020, DFG e ministero tedesco della Ricerca.
A cosa serve ringiovanire cellule del sangue in laboratorio?
Nel metodo in due tappe, quello che passa dalla staminale pluripotente, il ringiovanimento avviene in fretta e lascia poco da osservare. Con la conversione diretta l’orologio si riavvolge per settimane, e secondo Brüstle questo permette di cercare quali sostanze lo accelerano o lo rallentano. Il tema interessa le malattie neurodegenerative, perché l’età ne è il principale fattore di rischio, Alzheimer compreso.
Sul fronte del ringiovanimento le notizie corrono: a febbraio 2021 avevamo raccontato le cellule ringiovanite di 30 anni con i fattori Yamanaka al Babraham Institute. A giugno 2026 il primo paziente con glaucoma ha ricevuto ER-100, tre geni iniettati nell’occhio per far tornare giovani le cellule del nervo ottico.
I 60 anni di Bonn restano in provetta, ma sono il doppio di quelli del 2021, con un metodo diverso.
Dalla piastra al paziente: i tempi
Orizzonte stimato: 10 anni o più per un uso clinico.
Prima di qualunque terapia servono test sugli animali e controlli di sicurezza. Le prime a usarlo sarebbero le squadre che studiano l’invecchiamento e le malattie neurodegenerative, perché possono provare sostanze su cellule antiche senza toccare un paziente.
Il limite sta nei meccanismi, ancora da capire: e il modello serve proprio a quello.
