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Economia israeliana: il conto delle guerre e chi se ne va

L'economia israeliana arriva al voto con un debito salito del 31% dal 2023 e 90.922 partenze nel 2025, ma nei comizi se ne parla poco.

Economia israeliana: il conto delle guerre e chi se ne va
Foto: el jusuf / Pexels

“Purtroppo non c’è alcun vantaggio elettorale nel parlare di economia.” La frase è di Yossi Mekelberg, del think tank Chatham House, ed è riportata da Al Jazeera. Spiega meglio di un grafico perché nei comizi l’economia israeliana compare di rado, anche se i conti dopo tre anni di guerre sono già sul tavolo.

Economia israeliana: quanto sono costate le guerre

Secondo il rapporto 2025 della Banca d’Israele, fra il 2023 e il 2026 sono stati spesi 350 miliardi di shekel, circa 109 miliardi di euro, per Gaza, Libano, Siria e altri fronti. Nella cifra non c’è la guerra con l’Iran, iniziata a fine febbraio 2026. Per quella, ad aprile, il ministero delle Finanze ha indicato altri 35 miliardi di shekel, circa 11 miliardi di euro. Il conflitto si è poi fermato con il cessate il fuoco di cui avevamo raccontato vincitori e bluff.

Il debito pubblico è passato da 1,07 a 1,4 trilioni di shekel, cioè da circa 335 a circa 440 miliardi di euro. È un aumento del 31%, calcolato sui dati del ministero delle Finanze. Michael Ben-Gad, della City St George’s di Londra, prevede un rapporto con il PIL del 67-70% contro il 60% di prima del 7 ottobre 2023. Senza aumenti di tasse o tagli alla spesa civile, secondo lui, il debito è insostenibile.

Sul deficit, invece, le cifre non coincidono. Il tetto fissato dal governo per il 2026 è il 4,9% del PIL, mentre Fitch ne prevede il 5,7%. L’agenzia, il 28 marzo, aveva dato a Israele un rating “A” con prospettive negative. La crescita prevista per quest’anno è del 3,5%, senza una fonte dichiarata, e il motore sarebbe il settore tecnologico, con cybersicurezza e difesa in testa.

Chi se ne va, e chi resta a pagare

Lo studio dell’Università di Tel Aviv uscito il 4 agosto (ne ha scritto anche Israel Hayom) conta 86.509 partenze nel 2023, 91.499 nel 2024 e 90.922 nel 2025. La somma delle tre cifre dà 268.930, mentre il totale dichiarato è 268.509, una differenza di 421 che non cambia il quadro. Chi resta all’estero a lungo, secondo gli stessi autori, è fra 45.000 e 50.000 persone l’anno.

Il peso fiscale è più concreto del numero. Per l’autorità fiscale, l’emigrazione del 10% dei redditi più alti è cresciuta dell’80% dal 2019. Il paese ha incassato nel 2025 un gettito record di 509,3 miliardi di shekel, il 12% in più del 2024, e chiede a chi resta una gabella sempre più pesante.

Il quadro del voto è nell’articolo sulle elezioni in Israele, mentre il peso degli elettori arabi sul risultato è nel pezzo sui partiti arabi.

Fra desiderio e fatto c’è un abisso. Nel sondaggio dell’Università Ebraica citato da Time, il 64% dice di valutare di andarsene. Le 90.922 partenze del 2025 sono invece meno dell’1% di circa 10 milioni di persone. Il debito non emigra: lo pagano quelli che restano, e secondo Al Jazeera l’economia israeliana è il tema che i candidati principali hanno evitato di portare agli elettori.

Gianluca Riccio

Gianluca Riccio, direttore creativo di Melancia adv, copywriter e giornalista. Fa parte di Italian Institute for the Future, World Future Society e H+. Dal 2006 dirige Futuroprossimo.it , la risorsa italiana di Futurologia. È partner di Forwardto - Studi e competenze per scenari futuri. Seguilo su LinkedIn