Nella foto che l’agenzia AFP ha scattato l’8 ottobre in una tipografia di Kiryat Gat, nel sud del paese, un operaio pesa su una bilancia i pacchi di schede appena stampate per le elezioni in Israele (la ripresa è pubblicata da Al Jazeera). Quelle schede serviranno a 7,3 milioni di aventi diritto. Martedì 27 ottobre eleggeranno i 120 deputati della Knesset, per la sesta volta dal 2019.
In un sistema così non vince chi prende più voti, vince chi mette insieme 61 deputati disposti a sedersi dalla stessa parte. Il primo partito prende il titolo, il blocco da 61 prende il governo, e finora nessuno dei due ha dimostrato di saper arrivare in fondo.
Elezioni in Israele: chi è avanti e di quanto
Gli ultimi sondaggi, diffusi venerdì 23 ottobre dalle tre televisioni principali e riassunti dal Times of Israel, mettono davanti Gadi Eisenkot con il suo partito Yashar, a 22 o 23 seggi. Dietro c’è il Likud di Benjamin Netanyahu, fra 19 e 21, e poi il partito di Naftali Bennett fra 14 e 15. Nel bailamme dell’ultima settimana questi numeri si sono mossi pochissimo, e in una campagna dove ogni mattina qualcuno annunciava un sorpasso è già una notizia.
I sondaggi del 23 ottobre, canale per canale
Canale 12: Yashar 23 seggi, Likud 21, Bennett 15, Democratici 10, Lista Unita 9, Shas 8, Yisrael Beytenu 8, Otzma Yehudit 8, Ebraismo della Torah 7, Sionismo Religioso 6, Ra’am 5. Blocco del cambiamento 56, coalizione di Netanyahu 50, partiti arabi 14.
Canale 13: Yashar 22, Likud 19, Bennett 14, Democratici 10, Sionismo Religioso 8. Blocchi: cambiamento 54, coalizione 50, partiti arabi 16.
Kan: Yashar 22, Likud 20, Bennett 14, Lista Unita 9, Democratici 8, Sionismo Religioso 7, Shas 7, Ra’am 5, Hendel-Zelekha 4. Blocchi: cambiamento 52, coalizione 50, partiti arabi 14. Per Canale 12 e Canale 13 il partito di Yoaz Hendel e Eli Zelekha resta sotto la soglia (2,4% e 3,0%).
Il cosiddetto “blocco del cambiamento” è davanti di 2-6 seggi sulla coalizione di Netanyahu, ma in nessuno dei tre sondaggi arriva a 61. Se si aggiungono i partiti arabi, i seggi contrari a Netanyahu diventano 66 con i numeri di Kan e 70 con quelli degli altri due canali. È una maggioranza larga. Eisenkot, Yair Lapid e Avigdor Lieberman hanno però escluso quei partiti da ogni alleanza, quindi la maggioranza matematica esiste, ma nessuno dei suoi possibili azionisti ha intenzione di firmarla.
Sulle preferenze personali, nel sondaggio di Kan il 43% vede meglio Eisenkot come premier contro il 38% di Netanyahu. Per Canale 12 il 46% preferirebbe un governo del blocco del cambiamento, contro il 32% che sceglie quello di Netanyahu. L’ultimo sondaggio di Maariv va nella stessa direzione, con 54 seggi al cambiamento e 48 a Netanyahu, due in meno di quelli che gli assegnano i canali televisivi. Il settimanale americano Time parla di pareggio quasi perfetto, e la distanza fra il paese dei sondaggi e quello dei seggi sta tutta in queste due fotografie.
Quali governi sono possibili dopo il voto
I risultati ufficiali arrivano nei giorni successivi, poi parte un calendario preciso. Il presidente Isaac Herzog ha 7 giorni per dare l’incarico a chi può raccogliere 61 firme. Il designato ha 28 giorni per riuscirci, prorogabili di altri 14, e se fallisce l’incarico passa a un altro. Intanto Netanyahu resta in carica per l’ordinaria amministrazione, un dettaglio che pesa nel conto di chi non ha fretta.
Le strade sono tre. La prima è un governo di unità fra Likud e Yashar: secondo quanto riportato da Ynet, Herzog ci starebbe lavorando dietro le quinte. Due fonti sentite da Time dicono che Netanyahu preferirebbe questa soluzione a un esecutivo di destra con Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. La seconda è proprio quella coalizione di destra e religiosi, che allo scioglimento della Knesset, a luglio, aveva 60 seggi. La terza sono nuove elezioni: Nimrod Nor, dell’Università Ebraica, indica unità o urne ripetute come gli esiti più probabili.
La notte dello spoglio si giocherà anche in un posto poco visibile, la soglia di sbarramento del 3,25%, che vale circa 166.000 voti applicando l’affluenza del 2022 ai 7,3 milioni di aventi diritto (il calcolo è mio, ed è un’approssimazione). Il partito di Yoaz Hendel e Eli Zelekha oscilla fra il 2,4% e il 3,0%. Se resta fuori, i suoi voti non valgono nulla e i seggi che avrebbero preso si ridistribuiscono fra gli altri partiti, e a volte un solo punto percentuale sposta più equilibri di una dichiarazione di Trump.
A questo punto metto una data con la mia firma. Nel 2022 per formare il governo ci vollero 58 giorni, e contandone altrettanti dal 27 ottobre si arriva al 24 dicembre 2026. Scrivo oggi, 26 ottobre, che nessun governo avrà giurato prima di quel giorno, e che se qualcuno ci riuscirà prima sarà un governo di unità. Fra qualche settimana (o magari chissà, appena qualche ora) questa pagina dirà se ho avuto ragione.
La destra che tira Netanyahu per la giacca
Il motivo per cui un governo di unità tenta Netanyahu sta negli alleati attuali. Un collaboratore citato da Time lo riassume così: “Pensava di controllarlo, ora sa che non può”. Il controllato è Ben-Gvir, che Netanyahu portò al governo quattro anni fa per riprendersi il potere. Il suo partito, Otzma Yehudit, vale 8 seggi nei sondaggi di Canale 12. Smotrich invece difende gli insediamenti proprio perché rendano impraticabile uno Stato palestinese.
Sul piano di Ben-Gvir per l’emigrazione dei palestinesi, le cifre dipendono da chi le riporta. Freitag parla di 1,1 milioni di persone in 3 anni e poi di 1,8 milioni, mentre Middle East Eye scrive di 250.000 nel primo anno e di circa 2 milioni in 6. Le due ricostruzioni divergono sul ritmo e coincidono sul punto d’arrivo.
Il 18 ottobre Donald Trump ha detto di sostenere Netanyahu. Ha aggiunto che, se perdesse, potrebbe non voler “finire il lavoro” contro l’Iran, una guerra che si era fermata con il cessate il fuoco annunciato il 7 aprile. Netanyahu ha anche una questione personale aperta, la richiesta di grazia presentata a novembre 2025, mentre Eisenkot dal canto suo promette un’inchiesta indipendente sul 7 ottobre.
Cosa decidono davvero gli elettori
I sondaggi di maggio sugli ebrei israeliani descrivono un quadro meno mobile di quello dei seggi. L’82% si diceva favorevole a espellere i palestinesi da Gaza, il 65% contrario a trattare con l’Autorità nazionale palestinese e il 37,7% a favore dell’annessione completa (dati riportati da Il Post). Chi voterà Eisenkot o Bennett lo farà quindi senza aspettarsi, quasi certamente, una svolta sui palestinesi. Cosa cambierebbe davvero lo abbiamo messo in un pezzo dedicato alla questione palestinese.
A Gaza, intanto, il cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre 2025 non ha fermato le morti. Secondo quanto abbiamo ricostruito il 7 ottobre ce ne sono state almeno 961 da allora, e l’esercito controlla più della metà della Striscia. Lo studio indipendente che stimava circa 84.000 morti (lo avevamo raccontato nel 2025) resta il termine di paragone, mentre Time parla di quasi 75.000 e altre fonti di 73.000.
Anche sui morti, i conti dipendono da chi li fa.
