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Questione palestinese: chi vince in Israele e cosa cambia davvero

Questione palestinese: cosa cambia in Israele se vince Eisenkot, Bennett o Netanyahu, con le posizioni dei leader una per una.

Questione palestinese: chi vince in Israele e cosa cambia davvero
Foto: Thắng-Nhật Trần / Pexels

Al cancello di Psagot, un insediamento in Cisgiordania fondato nel 1981, campeggia in questi giorni il cartellone elettorale di Gadi Eisenkot, come racconta L’Espresso. Per capire che cosa può cambiare nella questione palestinese dopo il voto del 27 ottobre si può partire da lì: il candidato che sfida Netanyahu fa campagna anche davanti ai coloni, e questo dice già qualcosa sul punto da cui parte la discussione.

Questione palestinese: cosa dicono davvero i leader

Le posizioni, una per una, con la fonte di ciascuna

Eisenkot (Yashar): “Non ho mai detto due Stati per due popoli”, giugno 2026, riportato da fonti vicine alla causa palestinese (IMEU, TRT). Definisce “sciocco” il piano di annessione di Smotrich, promette pugno duro contro il terrorismo palestinese e quello ebraico, e nel suo piano del 2024 prevedeva un organismo palestinese tecnocratico, nessun impegno su uno Stato per 5 anni e la fine del mandato dell’UNRWA.

Naftali Bennett: sovranità israeliana sull’Area C, oltre il 60% della Cisgiordania, e autonomia nelle aree A e B (JNS). Yair Lapid: nessuno Stato nei prossimi anni, due Stati nel lungo periodo. Il partito dei Democratici di Yair Golan è l’unico a parlare apertamente di riaprire i negoziati (AsiaNews).

Ben-Gvir e Smotrich: espulsione dei palestinesi e insediamenti per sbarrare la strada a uno Stato. Netanyahu: il 9 agosto ha respinto la roadmap in 15 punti del Board of Peace.

La prima cosa che emerge è la distanza fra stile e sostanza. Un governo guidato da Eisenkot o da Bennett potrebbe ridurre il peso di Smotrich e Ben-Gvir, come osserva un’analisi di Open, ma la linea sullo Stato palestinese resterebbe, secondo la stessa analisi, probabilmente la stessa. Cambierebbero, soprattutto, i ministri che parlano.

Poi c’è il fronte che non aspetta le urne. Secondo Yesh Din, dal 27 settembre sono stati almeno 170 gli attacchi dei coloni in Cisgiordania, compreso quello del 16 ottobre ad Abu Falah, dove era presente la fotografa Heidi Levine del Washington Post. Il 17 ottobre è toccato a Taybeh, con dei diplomatici sul posto, e sempre secondo Open l’ufficio di Netanyahu si è mostrato esitante.

Dove Netanyahu ha già detto di no

Sulla roadmap del Board of Peace la risposta del premier è arrivata il 9 agosto, e non è stata un sì. Nickolay Mladenov, del Board of Peace, aveva chiarito che l’esercito non si sarebbe ritirato dal 70% circa di Gaza finché Hamas non fosse stata disarmata. Netanyahu ha respinto il testo anche dopo quella precisazione, in una manfrina diplomatica che ha lasciato il piano dov’era.

Nel nostro archivio la distanza fra parole e fatti ha un numero. Lo studio indipendente raccontato nel 2025 stimava circa 84.000 morti a Gaza fra ottobre 2023 e gennaio 2025, e nel pezzo del 7 ottobre abbiamo ricostruito tre futuri possibili in cui la guerra è finita. Il quadro generale del voto, con sondaggi e governi possibili, sta nell’articolo sulle elezioni in Israele.

Il piano americano promette un “percorso credibile” verso l’autodeterminazione dei palestinesi, mentre sulla questione palestinese la piattaforma di Yashar resta, per il Doha Institute, generica. Cambiano i ministri, la domanda sullo Stato palestinese resta senza indirizzo.

Gianluca Riccio

Gianluca Riccio, direttore creativo di Melancia adv, copywriter e giornalista. Fa parte di Italian Institute for the Future, World Future Society e H+. Dal 2006 dirige Futuroprossimo.it , la risorsa italiana di Futurologia. È partner di Forwardto - Studi e competenze per scenari futuri. Seguilo su LinkedIn