Il libro di storia su cui, nel 2063, studieranno i ragazzi di Israele e Palestina dedica al 7 ottobre una pagina e mezza: una foto del kibbutz di Be’eri e una mappa di Gaza con i quartieri ricostruiti segnati in verde. Me lo immagino sottolineato a matita da un tredicenne distratto, che fra 37 anni avrà già un’idea di cosa fosse la “linea gialla”, ma non così nitida, e sbadiglierà guardando l’ora.
Ecco, quel ragazzino è il motivo di questo pezzo. Oggi sono passati 3 anni da quel giorno del 2023, e io vorrei usare questa data per guardare dall’altra parte del tavolo, verso un tempo in cui tutto questo sarà un brutto capitolo di Storia.
Prima, però, il 7 ottobre da cui si parte
Parliamo di quella data, inutile dire che la questione israelopalestinese nasce molto prima. Il 7 ottobre 2023 un attacco di Hamas uccise circa 1.200 persone in Israele e ne portò 251 a Gaza come ostaggi. La guerra che è seguita ha lasciato nella Striscia circa 70.000 morti secondo il ministero della Sanità locale, le cui cifre l’ONU considera attendibili, e un territorio dove la maggior parte delle famiglie è stata sfollata più di una volta. Il 10 ottobre 2025, a Sharm el-Sheikh, è entrato in vigore il cessate il fuoco del piano Trump, e il presidente americano ha dichiarato conclusa la guerra (diciamo “ottimisticamente”, per non usare altri termini).
Da allora, a Gaza, sono state uccise almeno altre 961 persone. L’UNICEF ha fatto un conto più semplice da ricordare: 300 bambini in 300 giorni. Oggi l’esercito israeliano controlla ancora più di metà della Striscia, e l’accordo sul disarmo di Hamas annunciato a fine luglio deve ancora diventare qualcosa che si possa fotografare.
Su Futuroprossimo.it, lo sapete, facciamo da 20 anni un mestiere un po’ curioso: quello di raccontare il futuro prima che arrivi. Di solito lo facciamo con laboratori e robot, ma non di rado ci avventuriamo nella geopolitica (con buoni riscontri, devo dire). Stavolta provo con la cosa più difficile, sapendo che in quella terra il futuro ha sempre avuto un difetto di fabbrica. Ognuno degli attori in gioco l’ha un po’ immaginato, questo futuro, solo contemplando la sparizione dell’altro.
In questo articolo troverete, senza retorica buonista e senza piombare nel presente così doloroso e diviso che viviamo, tre futuri in cui entrambi i popoli sono rimasti in piedi.
Tre anni dopo, da Be’eri alla linea gialla
7 ottobre 2023: circa 1.200 morti in Israele, 251 ostaggi portati a Gaza. Occupazione di Gaza da parte di Israele, 70.000 morti palestinesi. Ottobre 2025: cessate il fuoco firmato a Sharm el-Sheikh, prima fase con il rilascio degli ostaggi e di centinaia di prigionieri palestinesi (fonte: Il Post). Dopo la tregua: almeno 961 palestinesi uccisi secondo il ministero della Sanità di Gaza, di cui circa 300 bambini nei primi 300 giorni secondo l’UNICEF. Le famiglie vivono in circa un terzo della superficie della Striscia, il resto è oltre la linea controllata dall’esercito israeliano. La seconda fase del piano, con il disarmo e il nuovo governo palestinese, è stata annunciata il 31 luglio 2026 e non è ancora partita sul terreno.
Scenario uno: due Stati, e la pazienza dei geometri
Il primo futuro è quello dei due Stati, cioè la soluzione che quasi tutta la diplomazia mondiale sostiene da più di 30 anni e che tutti, almeno una volta l’anno, hanno dato per morta. Il 7 ottobre 2063 Israele e Palestina esistono come Paesi distinti, con confini riconosciuti e ambasciate vere. A raccontarla dopo, la cosa che più sorprende è quanto sia stata noiosa la parte decisiva: scambi di territorio calcolati villaggio per villaggio e commissioni sulle falde acquifere che si sono riunite per anni, lontano dalle telecamere.
Le mappe, a dire il vero, esistevano già. Le aveva disegnate nel 2003 l’Iniziativa di Ginevra, un accordo informale firmato da negoziatori delle due parti, scambi di terra compresi, e per vent’anni sono rimaste in un cassetto mentre la realtà sul terreno le rendeva ogni giorno più vecchie.
In questo futuro Gaza ha un porto che funziona e un’università piena di studenti, e Gerusalemme vive di regole sui luoghi santi: regole che nessuno ama, ma tutti rispettano. Il conto più salato (della pace, sottolineo, non della guerra) lo ha pagato oltre mezzo milione di coloni israeliani in Cisgiordania: una parte è rientrata entro i nuovi confini, un’altra è rimasta sotto sovranità palestinese, e per una generazione intera la politica israeliana ha litigato soprattutto su questo. I profughi palestinesi, dal canto loro, hanno avuto pochi risarcimenti e un ritorno in gran parte simbolico. È una pace rabberciata, che paradossalmente regge proprio perché scontenta tutti nella stessa misura.
Scenario due, Israele e Palestina in confederazione: due bandiere, un acquedotto
Il secondo futuro parte da un’osservazione che i geografi fanno da decenni: tracciare una linea netta su quella terra è diventato quasi impossibile, visto che insediamenti e villaggi si sono intrecciati come le radici di due alberi piantati troppo vicini. Qui nasce una confederazione: due Stati sovrani, ciascuno con il suo parlamento, legati da un confine aperto e da istituzioni comuni per le cose che la geologia ha già deciso di mettere in comune. La falda acquifera sotto le colline della Cisgiordania, per dire, serve tutti e due.
Sembra un’idea da convegno, e invece qualcuno la porta avanti sul serio dal 2012. Si chiama A Land for All, l’hanno fondata il giornalista israeliano Meron Rapoport e l’attivista palestinese Awni Al-Mashni, e il suo progetto prevede Gerusalemme capitale condivisa e coloni che restano dove sono, mantenendo la cittadinanza israeliana ma diventando residenti dello Stato palestinese. In Italia quasi nessuno ne ha sentito parlare.
Il punto debole di questo scenario è la fiducia, perché un confine aperto funziona solo se nessuno teme quello che passa dall’altra parte. Il punto forte, invece, è l’energia. Nel 2019 raccontammo il piano palestinese per l’indipendenza energetica, partito con una centrale solare a Gerico: l’obiettivo era dimezzare in 10 anni la dipendenza da Israele. Il decennio scade nel 2029, e la Cisgiordania compra ancora da Israele la gran parte della sua elettricità. In un futuro confederale quella dipendenza smette di essere un guinzaglio e diventa una rete in comune, che è la stessa cosa vista da un altro lato.
Scenario tre, la lentissima pace
Il terzo futuro è il più lento, e secondo me il più umano. Qui il trattato arriva alla fine, quasi come una presa d’atto, dopo che una generazione ha deciso di non ricevere la guerra in eredità come si eredita un mobile brutto che nessuno ha il coraggio di buttare. Prima arriva una tregua che regge davvero, con il disarmo delle milizie e la fine dell’occupazione militare. Dopo, con calma, si aprono i processi per i crimini commessi da tutte le parti.
Il libro di storia dell’apertura, peraltro, ha un antenato. All’inizio degli anni 2000 lo psicologo israeliano Dan Bar-On e il pedagogista palestinese Sami Adwan misero le due narrazioni contrapposte (quella israeliana e quella palestinese) degli stessi eventi sulla stessa pagina, una per colonna, con una terza colonna lasciata vuota per gli appunti degli studenti. Nessuno dei due sistemi scolastici lo adottò. Quella colonna vuota, a guardarla oggi, è il pezzo di futuro più onesto che sia stato stampato in quella regione.
I simboli, del resto, arrivano sempre in ritardo, però arrivano. Nel 2019 vi raccontavamo la Abrahamic Family House di Abu Dhabi, tre luoghi di culto costruiti attorno allo stesso giardino, con la sinagoga orientata verso Gerusalemme: doveva aprire nel 2022 e ha aperto nel 2023. Un anno di ritardo, in Medio Oriente, è quasi puntualità.
In questo scenario la ricostruzione di Gaza diventa anche ambientale, perché la guerra ha lasciato danni a suolo e falde che durano più delle macerie. E il mio 7 ottobre immaginato nel 2063, ha due cerimonie distinte che a una certa ora si spostano nella stessa piazza, senza confondere le storie e senza più metterle in gara.
Quale dei tre futuri 7 ottobre arriverà prima?
Onestamente non lo so, e diffido di chiunque oggi dica di saperlo. Una cosa però la noto: in tutti e tre gli scenari il primo pezzo di futuro comune è un tubo o un dissalatore, non è una firma. E viene molto prima di una firma. Perciò, come sto facendo ogni tanto (alla faccia di Polymarket) scommetto ancora con voi: entro il 7 ottobre 2036 il primo progetto davvero condiviso fra israeliani e palestinesi sarà un’infrastruttura per l’acqua o per l’energia, e arriverà prima di qualunque accordo politico definitivo.
Quanto è lontano il 2063 che ho immaginato
Orizzonte stimato: incerto, 15 anni nel migliore dei casi, forse mai nelle forme descritte in questo articolo.
Servono il disarmo reale dei gruppi armati a Gaza, serve una leadership israeliana disposta a toccare gli insediamenti. Serve fare i conti con tutti i crimini perpetrati dagli uni e dagli altri. Serve, poi, un governo palestinese che abbia un mandato elettorale vero, cosa che oggi manca da quasi vent’anni. I primi a sentire il cambiamento sarebbero i bambini di Gaza e quelli delle città israeliane di confine, cioè chi oggi conta le sirene. Il limite che ridimensiona ogni ottimismo: nessuno dei tre scenari ha oggi una maggioranza politica, né a Gerusalemme né a Ramallah.
Nel 1963 de Gaulle e Adenauer firmarono all’Eliseo un trattato fra due popoli che in 70 anni si erano fatti 3 guerre, e pochi mesi dopo nacque l’Ufficio franco-tedesco per la gioventù, da cui da allora sono passati più di 10 milioni di ragazzi in scambio fra i due Paesi. Il paragone regge poco, lo so, e chi conosce Israele e Palestina me lo smonterà in due righe. Però fra la fine della guerra e quella firma passarono 18 anni, e per la gran parte di quei 10 milioni la guerra fatta dai nonni, per quanto orribile e dolora, è diventata, appunto, una pagina e mezza sul libro di storia.
Perchè quando il dolore diventa Storia, anche se oggi sembra davvero difficile da accettare e la gente tende a dimenticare le lezioni importanti, alla fine qualcosa lo insegna sempre.