Lo scorso luglio Bryan Johnson, l’imprenditore americano che ha trasformato il rifiuto della morte in un’azienda, ha annunciato di avere una malattia autoimmune incurabile. Secondo lui, le persone hanno festeggiato la notizia. Il diretto interessato, che per restare giovane spende 1,8 milioni di euro l’anno, ha letto un po’ ovunque questa reazione e ha ammesso di capirla.
Johnson ha 49 anni e una gastrite autoimmune, cioè un sistema immunitario che attacca le cellule sane del rivestimento dello stomaco. Lunedì, intervistato per un podcast, ha detto che la gente vuole davvero che muoia, e che la cosa è buffa e perfino ironica, visto che spinge “parecchi bottoni che a molti non piacciono”. Per lui, comunque, questa diagnosi è stata come benzina sul fuoco: una sfida in più per la sua battaglia contro l’invecchiamento. E la sfida, dice, a lui piace da morire. Cioè, non ha detto proprio “da morire”. Vabbè, ci siamo capiti.
Il paziente più misurato del mondo
Johnson si definisce la persona più monitorata al mondo. Tra terapie e controlli ha una intera équipe medica al seguito, e un ambulatorio allestito in casa. Racconta tutto a circa 8 milioni di follower, con il suo programma Immortals a fare da vetrina. Eppure la malattia, per sua stessa stima, ce l’aveva da 30 anni: l’ipotiroidismo diagnosticato a 21 anni era il primo indizio, visto che tiroide e stomaco in immunologia sono parenti stretti. Così, quando lo scorso luglio l’hanno trovata, lui “un po’ se la sentiva”.
Gli esperti dicono che la causa resta sconosciuta e che il suo piano per invertirla è sperimentale. I medici ricordano anche che più si misura, più si trova, dimodoché ogni analisi in più porta la sua anomalia in più, e non tutte contano: da lì può partire una cascata di esami con costi e stress aggiunti. Johnson l’informazione la adora, e scoprire le cose presto, dice, aiuta a intervenirci.
Su queste pagine lo seguiamo da un po’. A gennaio 2023 titolavamo che la cura milionaria “sta funzionando”, e a dicembre raccontavamo una sua terapia non autorizzata. Sono passati quasi 4 anni, e quel verbo al presente merita una nota a piè di pagina.
Perché la morte ha così tanti tifosi?
Le spiegazioni degli psicologi sono due, e il mito greco ne aggiunge una terza. La prima si chiama teoria della gestione del terrore, sviluppata dai ricercatori Solomon, Greenberg e Pyszczynski sul lavoro dell’antropologo culturale Ernest Becker. Ricordare alle persone che moriranno le spinge a difendere con più forza le storie che rendono sopportabile la morte, dalla fede ai figli, e chi dichiara di poterla evitare mette quelle storie sotto esame. La seconda si chiama denigrazione del bravo ragazzo: chi vive meglio di noi ci fa sentire giudicati in anticipo. Il modo più economico per smettere di sentirsi giudicati è sminuirlo, ridicolizzarlo. La terza è la più antica. Da Prometeo a Icaro, da millenni raccontiamo il castigo di chi sfida un limite come una lezione, e quando la lezione arriva il pubblico applaude.
Prometeo aveva gli dèi a guardare, Johnson ha 8 milioni di follower.
Lo studio sui bravi ragazzi
Pubblicazione: Minson J.A., Monin B., “Do-Gooder Derogation: Disparaging Morally Motivated Minorities to Defuse Anticipated Reproach”, pubblicato su Social Psychological and Personality Science (2012). DOI: 10.1177/1948550611415695.
Dati chiave: si tende a denigrare chi si comporta in modo morale per difendersi dal giudizio temuto, il cosiddetto rimprovero morale anticipato. Il modello sperimentale mette i mangiatori di carne davanti ai vegetariani. Il filone era partito nel 2008 con Monin, Sawyer e Marquez sul rifiuto dei “ribelli morali”.
Firmo una previsione datata 6 ottobre 2026: entro il 2028 i dati sul suo trattamento usciranno prima in un video, poi (forse) su una rivista scientifica. Intanto il banco lo tiene la morte.
Finora non ha perso un incontro, e di tifosi non ha mai avuto bisogno di cercarne.