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Medicina

A Zurigo un impianto brucia lo zucchero nel sangue senza farmaci

All'ETH di Zurigo un impianto elettronico converte il glucosio in eccesso: funziona nei topi, zero test sull'uomo.

Impianto elettronico di Zurigo: guscio stampato in 3D, feltro di grafite e alimentazione senza fili
Il dispositivo impiantabile: guscio stampato in 3D, feltro di grafite e alimentazione senza fili. Illustrazione generata con IA

«Quindi mi mettono una pila sotto pelle e lo zucchero sparisce?». Me l’ha chiesto un lettore dopo aver letto il titolo di rimbalzo su un aggregatore. Parla di un impianto elettronico sviluppato all’ETH di Zurigo, che toglie dal sangue il glucosio in eccesso senza usare cellule, enzimi o farmaci. Risposta breve: nei topi, sì.

Il gruppo è quello di Martin Fussenegger, Dipartimento di Biosistemi a Basilea, e il lavoro è uscito su Science. Da anni quel laboratorio inseguiva lo stesso obiettivo con reti genetiche costruite su misura. Poi ha cambiato strada, perché la biologia impiantata porta con sé tolleranza immunitaria, stabilità, produzione e approvazioni regolatorie.

Un impianto elettronico al posto della biochimica

Il cuore del dispositivo è un catalizzatore completamente inorganico: feltro di grafite tempestato di nanocluster d’oro, a loro volta decorati con particelle di platino ancora più piccole. Al microscopio elettronico sembrano rose del deserto. Intorno c’è un’unità di controllo in un guscio stampato in 3D, alimentata senza fili a 13,56 MHz, la frequenza riservata agli usi industriali, scientifici e medici.

Il catalizzatore trasforma il glucosio in eccesso in gluconato, che il corpo non metabolizza e che finisce nelle urine. L’energia in sovrappiù, in pratica, esce dalla finestra invece di depositarsi come grasso. È la differenza rispetto all’insulina, che si limita a spingere lo zucchero dentro le cellule e lascia intatto il surplus calorico cronico di fondo.

Il ciclo è chiuso. Un sensore glicemico da braccio, di quelli già in commercio, legge i valori nel tessuto e manda il dato via Bluetooth a uno smartphone o a uno smartwatch. Il telefono accende il catalizzatore quando la glicemia sale dopo un pasto e lo spegne da solo quando è rientrata, così da evitare le ipoglicemie.

Quindi servono tre cose insieme: un sensore continuo in abbonamento, un impianto d’oro e platino, e quel telefono che molti di noi stanno cercando di tenere fuori dalla camera da letto. Il diabete di tipo 2 cresce soprattutto dove nessuna delle tre è scontata. Un confronto utile: qui su FP abbiamo raccontato un sensore ottico da 9 euro, ed è il tipo di cifra che rende un’idea universale.

Cinque litri in vasca, sei settimane nei topi

La prova di scala è stata fatta su un serbatoio da 5 litri di soluzione nutritiva zuccherina, più o meno il volume di sangue di una persona adulta. Il catalizzatore ha retto. Poi i topi diabetici: glicemia regolata con precisione, perdita di peso, impianto tollerato e funzionante per 6 settimane, a tensioni talmente basse da non lasciare danni termici o elettrici nei tessuti.

Fussenegger parla di un cambio di approccio: per decenni abbiamo spiegato al corpo come gestire il glucosio, adesso lo si gestisce direttamente con l’elettronica. Il punto a favore, dice, è che senza cellule né enzimi lo sviluppo tecnico diventa più lineare. Controllo esterno e trasmissione wireless di potenza, del resto, sono componenti che si comprano già.

Da prototipo di laboratorio a dispositivo medico: cosa manca

Il team ora vuole trasformarlo in un dispositivo medico certificato. Tra il topo e la clinica ci sono la durata del catalizzatore nel sangue umano per anni e non per settimane, la gestione renale di quantità rilevanti di gluconato, e l’intera trafila regolatoria di un impianto attivo. I primi a vederlo, se arriverà, saranno pazienti già inseriti in percorsi con sensore continuo e follow-up ospedaliero. Il dettaglio che ridimensiona l’entusiasmo: nessuno ha ancora fatto il primo test su un essere umano.

Numeri dell’impianto elettronico di Zurigo, al 24 ottobre 2026: 5 litri trattati in vasca, 6 settimane nei topi, 0 pazienti.