Un glucometro Accu-Chek comprato in farmacia nel 2019 costa sui 25 euro, e da solo non serve a niente: le strisce reattive vanno comprate a parte, si consumano, pungono. Ogni misurazione è una goccia di sangue. È il gesto che milioni di persone ripetono da trent’anni, e nessuno è mai riuscito a toglierlo di mezzo davvero. Un gruppo di Cambridge sostiene adesso di avere un sensore ottico da 10 dollari (circa 9 euro) che potrebbe farlo.
Il dispositivo lavora nel vicino infrarosso, la stessa banda che in laboratorio serve a riconoscere la firma molecolare di qualunque cosa. Solo che quelle macchine stanno su un banco e pesano quanto un microonde.
Cosa fa davvero questo sensore ottico
Nei test descritti su ScienceDaily, il chip ha distinto alimenti, plastiche e farmaci con 100% di accuratezza. Ha anche seguito l’andamento del glucosio nel sangue senza prelievo. Il componente chiave è un filtro accordabile che sostituisce l’intera ottica di uno spettrometro tradizionale, riducendola a qualcosa che sta sotto un polpastrello.
Uno spettrometro NIR da banco, quello che un laboratorio universitario tiene acceso tutto il giorno, costa tra i 30.000 e i 60.000 euro. Il rapporto, quindi, è di circa 4.000 a 1. Numeri così non si vedono spesso fuori dai comunicati stampa, ed è esattamente per questo che vale la pena leggere la riga successiva: quel 100% è stato ottenuto su un insieme chiuso di campioni noti, scelti in anticipo, in condizioni controllate.
Un classificatore che sceglie tra opzioni predefinite ha una vita molto più facile di un sensore che deve dire a un diabetico se può guidare l’auto.
Il problema non è l’ottica, è la pelle
La misurazione non invasiva della glicemia è il cimitero più affollato del settore biomedicale. Ci hanno provato in tanti, con laser, ultrasuoni, radiofrequenze. Il punto è che la luce infrarossa attraversa pochi millimetri di tessuto e lì dentro trova sudore, temperatura variabile, spessore cutaneo diverso da persona a persona. Il glucosio è un segnale debolissimo sepolto in un rumore che cambia ogni volta che vi grattate il braccio.
Non è un’obiezione contro Cambridge: è il motivo per cui su FuturoProssimo abbiamo raccontato tanti sensori indossabili che funzionavano benissimo in laboratorio. Dal cerotto che segue il cortisolo 24 ore su 24 al sensore che misura un tumore in tempo reale, la distanza tra il prototipo e la farmacia resta la parte lunga del viaggio.
Qui però c’è un dettaglio diverso dal solito. Il costo bassissimo non serve solo a rendere il prodotto vendibile: rende sensato metterne molti, ovunque, e accettare che ciascuno sbagli un po’. Un sensore da 9 euro che si inganna sul 5% delle letture è un oggetto difettoso. Diecimila sensori da 9 euro che si ingannano sul 5% sono una rete statistica, ed è un mestiere completamente differente.
Quanto manca prima che finisca su un orologio
Forchetta realistica: 4-7 anni per l’uso clinico sulla glicemia, molto meno (2-3) per applicazioni non mediche come il controllo qualità alimentare o il riconoscimento di farmaci contraffatti. Ostacoli veri: la calibrazione individuale sulla pelle, la certificazione come dispositivo medico, il consumo energetico della sorgente infrarossa in un oggetto a batteria. Primi beneficiari probabili: dogane e industria alimentare, non i pazienti. Il dettaglio che ridimensiona: quei 10 dollari, cioè 9 euro scarsi, sono il costo del sensore, non del prodotto finito.
Resta una cosa che mi gira in testa da quando ho letto il paper, e non riguarda la tecnica. Se un sensore ottico da pochi euro diventa capace di leggere la composizione chimica di quello che tocchiamo, mangiamo e respiriamo, chi legge i dati? Il portatore, oppure chi gli ha venduto il bracciale?