Un Bell 206 JetRanger del 1987, sul mercato americano dell’usato, si porta via intorno ai 500.000 dollari (circa 460.000 euro). È la macchina con cui per sessant’anni abbiamo immaginato la polizia volante: rotore grande, faro sotto il muso, due agenti dentro e il rumore che arriva prima di lei. In Florida hanno deciso che la prossima versione pesa quanto una moto.
La Florida Polytechnic University di Lakeland porta in servizio un velivolo elettrico monoposto con pilota a bordo, destinato a compiti di sicurezza sul campus e di addestramento. Velocità massima dichiarata: 63 mph, cioè 101 km/h. Secondo Interesting Engineering è il primo mezzo volante pilotato assegnato a un corpo di polizia negli Stati Uniti.
Perché la polizia volante nasce in un parcheggio universitario
Il mezzo rientra nella categoria ultraleggera regolata dalla Part 103 della FAA: un posto solo, niente certificazione del velivolo, requisiti di addestramento molto più leggeri di quelli richiesti a un pilota di elicottero. Multirotore elettrico, decollo verticale, comandi semplificati. Un campus è il contesto perfetto: spazi aperti, traffico aereo quasi assente, un’amministrazione che può permettersi di sbagliare senza finire in prima pagina.
E qui conviene mettere i due oggetti sullo stesso tavolo. Un Bell 407 da pattuglia resta in aria oltre 3 ore, viaggia a 240 km/h, imbarca fino a 6 persone e può trasportare un ferito, un equipaggiamento pesante, un secondo operatore alla termocamera. Il velivolo elettrico monoposto di questa categoria, con le batterie attuali, sta in volo tra i 10 e i 15 minuti.
Un elicottero di pattuglia vola tre ore. Questo vola un quarto d’ora.
Cosa resta da fare, con 15 minuti a disposizione
Non l’inseguimento, non il trasporto sanitario, non la ricerca notturna su area vasta. Resta la ricognizione rapida e ravvicinata, che però è esattamente il mestiere che i droni svolgono già meglio e costando molto meno: lo abbiamo visto con i sistemi che leggono una targa da 600 metri e con i programmi drone-as-first-responder, dove 3 minuti di volo bastano a chiudere un arresto. Un drone non ha bisogno di un umano dentro.
Allora l’unica variabile che giustifica il mezzo è proprio quella: il corpo dell’agente a bordo. Un paio d’occhi che guardano dal vivo, una presenza fisica che atterra e scende. È una scelta che riguarda la percezione più dell’efficienza, ed è onesto chiamarla così.
Da qui a una pattuglia aerea vera: quanto manca
Finestra realistica per un impiego operativo fuori dai campus: 2032-2038. Gli ostacoli non sono misteriosi. Primo, la densità energetica delle batterie, che deve almeno raddoppiare per arrivare a un’ora utile di volo. Secondo, il passaggio dalla categoria ultraleggera a una certificazione che consenta il volo sopra zone abitate. Terzo, la responsabilità civile in caso di caduta in area urbana, oggi senza un quadro assicurativo chiaro. A beneficiarne prima saranno campus, porti, impianti industriali e grandi eventi recintati. Il punto da tenere a mente: quasi tutte le missioni citate oggi come giustificazione sono già coperte da droni che costano un ventesimo.
Resta una curiosità quasi antropologica. Abbiamo passato dieci anni a togliere il pilota dagli aerei, e altrettanti a togliere il guidatore dalle auto, per poi reinventare un mezzo il cui unico vantaggio competitivo è avere qualcuno seduto dentro. Quindi: la polizia volante della Florida serve a vedere meglio quello che succede a terra, o a farsi vedere mentre lo guarda?